Prof.Dott.Fabrizio Pasquali


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Grandi Compositori: note biografiche I

Livello 1


Fabrizio Pasquali

“Grandi Compositori”
(Note biografiche)

Anno Accademico 2004-2005



Prefazione

Questo terzo capitolo di un programma volto alla comprensione della Musica Classica ( segue infatti “Alla Breve” ed “Appunti di Storia e Teoria della Musica” ) può essere, a prima vista, considerato accessorio quando non superfluo per la materia biografica trattata.
Troppo spesso infatti si accusano gli studiosi di una disciplina artistica di cadere nel nozionismo fino a sé stesso ogniqualvolta figurano date, nozioni biografiche, curiosità ed aneddotica in genere relativa a questo od a quell’Artista, ignorando invece quanto tali notizie, apparentemente accessorie, possano essere pregnanti di informazioni volte a meglio comprendere la personalità dell’Autore e, di conseguenza, suggerire motivi primari che possono aver contribuito alla genesi della forma artistico-musicale da lui prodotta.
Non va dimenticato inoltre che la lettura di una biografia costituisce di per sé una sorta di gratificazione per la legittima curiosità, innata nell’umano, di conoscere il Compositore anche come “uomo” simile, o diverso che sia, dalla popolazione “comune” del suo tempo: si può quindi, attraverso un capitolo “leggero” della nostra “storia”, incrementare la stessa senza per questo tradire affatto la serietà e l’importanza dello scopo primario prefissato come meta comune.





Johann Sebastian Bach
(Eisenach 1685- Lipsia 1750)

Bach appartiene a una delle più geniali famiglie della storia della musica, le cui origini possono essere rintracciate fino all'inizio della guerra dei Trent'anni (1618-1648).
Per più di due secoli, in ogni sua generazione troviamo abili musicisti. Su sessanta suoi componenti, almeno cinquantatre furono musicisti di professione.
Dell'infanzia di J. S. Bach poco si conosce. Suo padre, che era musicista, morì quando egli aveva dieci anni, e Johann andò a vivere con un fratello maggiore, organista a Ohrdruf.
Rimase in questa cittadina per cinque anni (1695-1700), e fu durante questo periodo che di nascosto imparò a scrivere la musica alla luce della luna, da una raccolta di partiture che il fratello non voleva permettergli di studiare.
Scoperto il sotterfugio, tutte le copie che Johann Sebastian aveva trascritte vennero sequestrate. Non ne ritornò in possesso che alla morte del fratello, nel 1721.
Gli anni trascorsi a Ohrdruf fornirono al giovane Bach una preziosa esperienza sulla composizione della musica per organo e la tecnica di esecuzione di questo strumento, almeno per quanto riguardava la scuola della Germania del Sud, che aveva a capo Johann Pachelbel.
Nell'anno 1700, dovendo guadagnarsi da vivere, egli si trasferì a Lüneburg, dove divenne membro del coro locale. Qui fece amicizia con il brillante compositore e organista Georg Böhm, e con i celebri organisti della Germania del Nord, Adam Reincken di Amburgo e Buxtehude di Lubecca.
Per assistere a un concerto di musiche per organo di quest'ultimo, Bach si recò a piedi a Lubecca, compiendo un tragitto di circa trecento chilometri. Visitò anche la città di Celle, dove ebbe occasione di assistere a numerosi concerti di musica francese, da camera e orchestrali.
Bach apprese da solo a suonare l'organo durante i tre anni passati a Lüneburg, e nell'agosto 1703 trovò impiego come organista ad Arnstadt in Turingia, tornando così in seno alla sua famiglia.
Era un ottimo impiego, che gli diede anche la possibilità di dedicarsi allo studio e di divenire presto il miglior organista del suo tempo, e, secondo alcuni estimatori ed esperti, forse di tutti i tempi.
Nell'ottobre 1705, si recò a Lubecca per assistere ai concerti serali di Buxtehude (Abendmusik), che avevano richiamato laggiù numerosi amatori di musica. Sarebbe dovuto fermarsi a Lubecca per un mese, ma la sua permanenza si protrasse per ben quattro mesi.
Tale condotta gli attirò un'inchiesta e le censure della Congregazione di Arnstadt, che non poteva chiudere gli occhi su una condotta così negligente.
Vi si aggiunsero numerose lamentele a carico del giovane organista, che accompagnava i salmi con strane variazioni e ornamentazioni, giudicate inadatte, come i preludi troppo lunghi che ad essi faceva precedere.
Gli si limitava il tempo di insegnare il canto; in seguito però gli fu
concesso che « una ragazza estranea fosse presente mentre egli suonava in chiesa ».
La « ragazza estranea » era probabilmente la cugina di Johann Sebastian, Maria Barbara, che qualche volta aveva cantato sull'organo durante le funzioni religiose.
I due si sposarono dopo circa diciotto mesi (17 ottobre 1707).
A quell'epoca Bach aveva lasciato Arnstadt per stabilirsi, sempre come organista, a Mulhouse.
Nel 1708, egli fu nominato organista e direttore di musica da camera alla corte del duca Wilhelm Ernst di Weimar, dove entrò in contatto con importanti personalità.
Il duca, grande amatore di musica, stipendiava un'orchestra di prim'ordine, che eseguiva principalmente musica italiana, lo stile da lui preferito.
I numerosi incarichi che Bach espletava come musicista di corte, stimolarono il suo genio e svilupparono le sue capacità in molti campi diversi. Il suonare ogni giorno con un'ottima orchestra gli diede un'esperienza diretta di tutti gli strumenti e delle loro possibilità. Allo stesso tempo, aveva un magnifico organo a sua completa disposizione, e ogni opportunità di studiare tutti gli strumenti a tastiera del tempo.
Durante il soggiorno a Weimar, Bach appagò una vocazione all'insegnamento che durò tutta la vita, insegnando ai figli.
Allo studio pratico degli strumenti a tastiera alternava il più ampio studio della parte teorica. Ma perfezionò anche la tecnica dell'epoca, elaborando per primo un metodo sistematico sull'uso del pollice.
Uno dei suoi allievi disse che egli rendeva le lezioni interessanti, sedendosi al clavicembalo e mostrando come lo strumento doveva
essere suonato.
Ciò valse anche a tenerlo in esercizio, tanto che nel settembre 1717 si aggiudicò il titolo di primo clavicembalista tedesco, battendo l'allora famoso clavicembalista della corte francese, Louis Marchand.
Gli anni trascorsi a Weimar furono nell'insieme molto felici, grazie alla comprensionedel duca.
Qui Bach scrisse buona parte delle sue grandi composizioni per organo e trenta cantate, avendo l'obbligo di comporne una ogni mese.
La sua grande padronanza dell'organo può essere valutata dalle esigenze che la loro esecuzione richiede. Egli non introdusse nuove forme musicali, ma elaborò e perfezionò le forme che aveva appreso da fanciullo e nella prima gioventù.
Nelle composizioni vocali, per altro, segnò una nuova via, specialmente introducendo nella musica ecclesiastica elementi tratti dall'opera italiana.
Il felice periodo trascorso a Weimar si concluse tuttavia in modo burrascoso. Offeso per essere stato ignorato quando si trattò di sostituire il direttore dell'orchestra di corte, del quale fino allora aveva svolto buona parte delle mansioni, egli rassegnò le dimissioni.
Ma più di una volta non vennero accettate, finché Bach non le presentò in maniera meno deferente.
Egli così perdette il favore del duca e il posto, dopo essere stato confinato per un mese nel suo appartamento.
Ma aveva già avuto una proposta dal principe Leopoldo di Anhalt-Köthen per divenire direttore dell’orchestra di quella corte e l’accettò.
Qui i suoi compiti e problemi erano diversi da quelli di Weimar.
La corte di Köthen si era convertita alla fede riformata, e perciò
tutte le forme ornamentali di musica erano state bandite dalle funzioni religiose.
I compiti di Bach non riguardavano più la musica liturgica, ma dovevano soddisfare l'interesse del principe Leopoldo, appassionato di musica strumentale e valente violinista, che manteneva presso di sé un'orchestra di valore.
Fu quindi a Köthen che Bach elaborò la sua tecnica della musica strumentale, e gran parte della sua musica da camera, per strumenti a tastiera e orchestrale, data da questo periodo.
Gli anni di Köthen furono particolarmente felici, perché egli vi godeva una completa indipendenza, e la sua posizione gli comportava un rispetto che a Weimar non aveva goduto.
Egli infatti sperò di rimanere a Köthen per il resto della sua vita.
Fra le più note composizioni di questo periodo, vanno citate le Suites inglesi e francesi, i sei Concerti brandeburghesi, ordinatigli nel 1721 dal margravio Cristiano Luigi di Brandeburgo.
Sembra che il margravio e la sua corte non apprezzassero questi concerti secondo il loro valore, a giudicare dal fatto che furono ritrovati in un fascio di altra musica di nessun pregio, mentre altre partiture erano custodite nella biblioteca.
Altre composizioni degli anni di Köthen sono i due Concerti per violino, il Concerto per due violini e la prima parte del Clavicembalo ben temperato.
Nel 1719, Bach si recò a Halle, con la speranza di incontrare Haendel, venutovi a trovare la madre.
Ma Haendel lasciò la città due ore prima del suo arrivo. Fu così che i due più grandi compositori di quell'epoca non s'incontrarono mai. Di ritorno da un altro breve viaggio fu accolto dalla notizia della morte della moglie, per improvvisa malattia, e la trovò già sepolta.
Fu forse il dolore di aver perso la sua compagna che lo spinse a
cercare un impiego altrove. Aspirò al posto di organista alla Jacobi Kirche di Amburgo, allora vacante, e si teneva sicuro di ottenerlo perché il quasi centenario Reincken, che avendolo sentito improvvisare aveva avuto espressioni di meraviglia e di ammirazione, faceva parte dalla commissione; ma una delle clausole per l'assunzione richiedeva il versamento di una somma di denaro di cui Bach non disponeva, e dovette rinunziarvi.
Nel dicembre 1721 si sposò per la seconda volta; fu spinto a ciò dalla necessità di dare una madre ai suoi cinque figli e dall'aver trovato in Anna Magdalena Wilcken, che aveva pure un impiego alla corte di Köthen, una compagna ideale e un'ispiratrice.
Ella aveva venti anni, una bella voce, un'ottima preparazione musicale, ed era figlia di un musicista della città.
Poco tempo dopo avvenne un fatto che doveva mutare la tranquilla esistenza di Bach alla corte di Köthen. Il principe Leopoldo si sposò, e la moglie non era soltanto poco amante della musica ma persino ostile. Bach la chiamava « la principessa antimusicale ».
Di conseguenza, l'interesse del principe per Bach e il suo lavoro andò man mano scemando, e Bach era sempre meno soddisfatto della sua situazione.
Inoltre i figli avevano ormai raggiunto un'età che richiedeva una educazione più completa di quella che Köthen potesse offrire.
Proprio in quel tempo moriva Johann Kuhnau, Kantor della Thomasschule di Lipsia.
Sebbene dall'epoca della Riforma questo fosse uno dei più eminenti incarichi di tutta la Chiesa protestante tedesca, Bach ebbe qualche esitazione o apprensione nel porre la sua candidatura.
La cantoria non era più quella di un tempo e, dal punto di vista sociale, passare da una corte a una cantoria, rappresentava un passo indietro. Dopo lunghe riflessioni, Bach si decise a richiedere il posto, e solo dopo aver saputo che i due candidati in vista — Teleman e Graupner — si erano ritirati.
Così, il 5 maggio 1723 assunse il posto di Kantor della Thomasschule.
L'attività da lui svolta a Lipsia fu vasta e multiforme.
La sua mansione di insegnante comportava di fare dei suoi allievi dei buoni coristi. Come direttore del coro di S. Tomaso, in cooperazione con organisti e musicisti della città, egli doveva fornire tutta la musica per il servizio di ogni domenica e festività religiosa, nelle chiese di S. Tomaso e S. Nicola.
Questa musica era generalmente costituita da mottetti e cantate, ma nelle grandi ricorrenze si richiedevano musiche più elaborate, e per le funzioni della sera musiche corali e strumentali, tra cui arrangiamenti per coro del Magnificat.
Oltre a ciò, Bach era tenuto a sopraintendere alla vita musicale dell'intera città, dirigendo varie associazioni private di musicisti. Una di tali associazioni era il Collegium Musicum degli studenti, per il quale Bach compose suites orchestrali e concerti per uno e più clavicembali.
D'aggiunta, era obbligato a insegnare agli allievi, oltre al canto, anche il latino.
La mole di lavoro a cui Bach dovette sobbarcarsi era grande, ma egli non si scoraggiò.
L'impegno alla Thomasschule gli dava possibilità mai avute prima. Aveva a sua disposizione uno dei migliori cori del tempo, una orchestra abbastanza numerosa, e l'opportunità di eseguire grandi composizioni sacre per un pubblico che poteva apprezzarle.
I ventisette anni trascorsi a Lipsia furono i migliori e i più produttivi della sua vita. In questo periodo egli scrisse la maggior parte delle sue cantate e dei suoi mottetti, in numero di circa trecento (in parte perduti), l'Oratorio di Natale (su testo tedesco), le Passioni (delle quali ci sono rimaste solo quelle secondo S. Matteo, S. Giovanni, e parti di quella secondo S. Luca), le quattro cosiddette Messe brevi, la grande Messa in si minore e numerose altre composizioni sacre.
Fra le composizioni per organo scritte in questo periodo sono da ricordare i quattro grandi Preludi e fughe e la Messa per organo; delle composizioni per clavicembalo, la seconda parte del Clavicembalo ben temperato e le Variazioni Goldberg.
È inutile dire che il lato puramente artistico della sua vita professionale a Lipsia gli procurava immense soddisfazioni e una gioia continua; l'urgenza di tanta musica non incrinò minimamente la felicità che gli procurava quella pienezza di vita, mentre rappresentava per lui un peso e una contrarietà il dover insegnare canto corale e, peggio, il latino ai coristi.
E poiché Bach non brillava per diplomazia, malleabilità e pazienza, i suoi rapporti con i rettori della Thomasschule gli procurarono non pochi fastidi.
La forte personalità che si rivela attraverso tutta la sua musica, che gli fece raggiungere una tale altezza, non si adattava ad alcuna specie di compromesso, a ovviare i grandi o piccoli inconvenienti della vita di ogni giorno.
Egli era spesso testardo nell'affermazione dei suoi diritti, e la sua posizione si fece sovente difficile, perché solo durante quattro anni (1730-1734) ebbe un rettore che valutò e apprezzò i suoi sforzi. L'urto fra Bach e i suoi superiori della Congregazione non riguardò solo l'insegnamento, ma anche la difficoltà di ottenere il rispetto a cui aveva diritto, la facoltà di poter elaborare la musica liturgica come avrebbe voluto, l'ammissione degli allievi nel coro, ecc.
Ma in realtà lo amareggiava il fatto di dover lavorare da subordinato e senza alcun riconoscimento.
Inoltre la sua vista diminuiva sempre più, e scemava pure l'interesse del pubblico per il suo ideale artistico, la musica polifonica.
Che Bach abbia potuto mantenere e accrescere il magistero che la sua musica dimostra, nelle difficoltà di quegli anni, è prova della sua buona salute e di una mirabile forza d'animo.
È forza spirituale quella che fa delle sue ultime grandi composizioni, L'offerta musicale e L'arte della fuga, due tra le opere più alte della storia della musica europea, non solo, ma due documenti unici in quella dell'umanità.
Negli ultimi due anni della sua vita, Bach lavorò soprattutto a comporre preludi corali e a rielaborarne altri dalle sue prime cantate.
L'ultimo suo preludio, Vor deinem Tor, lo dettò al genero dal letto di morte. Era cieco da sei mesi.
Morì il 28 luglio 1750. Quanto poco la sua generazione ne apprezzasse la grandezza, lo dimostra il fatto che nessuna pubblicazione ufficiale del tempo menzionò quella morte.

Bela Bartok
(Nagyszentmikios 1881 - New York 1945)

Bartók dimostrò spiccate qualità musicali sin da bambino ed a soli dieci anni si fece notare come pianista e compositore.
Sette anni più tardi, quando si trovò a decidere se continuare i suoi studi a Vienna o Budapest, fu consigliato dall'amico Ernest von Donhànyi a rimanere in patria.
Bartók quindi studiò a Budapest dal 1899 al 1903. Ciò fu un fattore decisivo nella sua vita, ma tuttavia le sue composizioni non ebbero un carattere particolarmente nazionale, neppure negli anni immediatamente seguenti.
Naturalmente, a quel tempo, risentì fortemente l'influenza di Liszt, ma anche di Brahms, Richard Strauss, e in parte di Debussy.
Nel 1907 fu nominato insegnante di piano al Collegio di musica di Budapest, incarico che mantenne per oltre trent'anni.
Nel 1905, cominciò a interessarsi seriamente alla musica popolare ungherese; viaggiando molto attraverso il paese raccolse melodie, danze e canzoni con l'aiuto di un rudimentale apparecchio di incisione.
Questo lavoro ben presto lo convinse che le melodie zingaresche, sentimentali e alquanto comuni, allora note come danze « ungheresi » ecc., non erano affatto autentiche. Le melodie da lui raccolte avevano un carattere più virile, barbarico e originale.
Per provare il suo punto di vista, Bartók estese le ricerche a tutta l'Ungheria, a Turchia e Arabia.
Espresse in seguito i risultati di questa sua inchiesta musicale in molti articoli e saggi a carattere erudito.
Le sue ricerche e le seimila melodie che raccolse, in parte aiutato dall'amico Kodàly, dimostrarono che era riuscito a scoprire un genere di musica nazionale ungherese molto più antico e originale di quello dovuto a Liszt e fondamentalmente diverso non solo dalla musica « ungherese » conosciuta come tradizionale, ma anche da ogni altro genere di musica europea occidentale.
Le sue scoperte esercitarono un'influenza decisiva sulla sua personale maniera di espressione musicale.
Il suo connazionale Otto Gombosi scrive: « Da un lato, egli diede vita ad un idioma armonico, un nuovo linguaggio musicale, traendolo dalle intrinseche qualità e possibilità della melodia popolare; dall'altro, il suo mondo melodico si saturò dello stile del canto popolare, dei suoi elementi e forme basilari e, gradualmente, egli venne sviluppando un nuovo stile essenzialmente personale e allo stesso tempo antiromantico, perché germogliante da uno sfondo collettivo.
Le trascrizioni folcloristiche di Bartók sono il riconoscimento della sua obbligazione alla Natura che lo rivelò a sé stesso e, nello stesso tempo, la fucina nella quale ogni progresso del suo sviluppo stilistico fu saggiato, studiato e portato a termine.
« Un sorprendente predominio melodico. Fuso costruttivo di forze ritmiche elementari, l'estrema espansione del concetto di tonalità e, ultimo ma non meno importante, un potere illimitato di emozione e di intensa visione sono i principali contributi di Bartók alla nuova musica. »
Proprio per aver attinto alla sorgente del canto popolare, Bartók non rimase fedele allo sviluppo sinfonico normale. In lui la forma esorbita dal motivo in sé, « il quale richiede al compositore un trattamento non limitato da idee preconcette. Il risultato è potentemente logico nella sua libertà » (Adolfo Salazar).
Bartók stesso così spiegava l'importanza della musica folcloristica:
« L'uso appropriato di materiale folcloristico come base per una musica nazionale non è limitato alla sporadica introduzione o imitazione di vecchie melodie, all'uso tematico arbitrario di queste in composizioni di tendenza estera o internazionale. « Si tratta piuttosto di impadronirsi dei mezzi di espressione musicale nascosti in esse, proprio come è possibile assimilare le più sottili sfumature di ogni linguaggio.
E’ necessario che il compositore giunga a dominare questo linguaggio musicale così completamente da farlo divenire l'espressione naturale delle sue idee musicali. »
Il suo Mikrokosmos (1926-1937) costituisce una categoria a sé stante.
Esso è una collezione di circa centocinquanta pezzi per piano che è stata definita il Gradus ad Parnassum del XX secolo.
L'opera è molto più che un moderno «sillabario» per pianoforte di buona fattura ; è un testo di espressione musicale.
Nel 1938 Bartók fece seguire i Contrasti per violino, piano e clarinetto, scritti per il famoso clarinettista jazz Benny Goodman.
Per molti anni Bartók fu insegnante di composizione e piano al Conservatorio di Budapest.
Uno dei suoi allievi, il pianista Panni Nagy, così lo descrive : « Era piccolo, snello, ben proporzionato; così etereo e trasognato da sembrare sempre vagante tra le nuvole.
A parte l'insegnamento, non si curava molto dei suoi allievi. Viveva interamente in un suo mondo particolare. »
Nel 1940, dopo i mutamenti politici avvenuti in Ungheria, Bartók si trasferì negli Stati Uniti.
Egli giunse in America malato, depresso e povero, ma tuttavia «... a questo suo ultimo periodo di attività si devono alcune delle sue più importanti composizioni, come una apoteosi della sua attività » (Marion Bauer).
Einstein ha detto: «Bela Bartók è forse l’unico uomo che sia stato capace di creare una sintesi dei linguaggi musicali primitivi e di quelli artistici. »
L'importanza di Bartók come compositore non sarà mai troppo altamente apprezzata.
La sua musica è una miniera di idee. Non imbarazzato dalla tradizione o dagli « ismi » del nostro tempo, egli è sempre aderente a sé stesso, ma nello stesso tempo un autentico compositore nazionale.

Ludwig van Beethoven
(Bonn 1770-Vienna 1827)

Il giorno e l'anno di nascita di Beethoven non sono stati stabiliti con certezza.
Sul retro del suo certificato di battesimo, datato 17 dicembre 1770, Beethoven stesso scrisse:« II certificato sembra non essere esatto, poiché vi fu un altro Ludwig prima di me » e vi aggiunse la data 1772.
Biografie più antiche portano questa data. La ragione di ciò è forse da ricercare nel fatto che il padre voleva far apparire più giovane il suo « bimbo prodigio ».
Ma dobbiamo credere quasi sicuramente che egli nacque il 16 dicembre 1770, poiché era costume in quel tempo battezzare i neo nati il giorno dopo la loro venuta al mondo.
La famiglia di Beethoven era di origine fiamminga. Il nonno, Ludwig anche lui, si era trasferito a Bonn da Anversa nel 1730, come cantante (basso) alla corte dell'Elettore, e in seguito direttore dell'orchestra di corte (Hofkapellmeister), molto stimato per la sua
abilità e dirittura.
Con i proventi della professione musicale aprì una bottega di vini, che fu la causa della rovina della famiglia.
Dapprima la moglie si diede al bere, e in seguito anche il figlio Johann, padre del giovane Ludwig.
Johann ci è descritto come un uomo gioviale e ricco di qualità, ma di carattere debole e abitudini disordinate. Egli non si preoccupava affatto della sua posizione di tenore presso il coro della chiesa.
La madre di Beethoven era la figlia del capocuoco alla corte dell'Elettore di Treviri. Donna gentile e affascinante, ma sofferente di tubercolosi, non poteva curare con profitto l'andamento della casa.
La malattia, le continue preoccupazioni di carattere economico e la condotta irresponsabile del capo famiglia rendevano difficile la vita familiare, specialmente ai tre figlioletti.
Sin da bambino Beethoven dimostrò un eccezionale talento musicale, che fece pensare al padre di farne un fanciullo prodigio, come Mozart. Così egli avrebbe potuto procurarsi quel denaro che tanto occorreva alla famiglia.
Ludwig aveva soltanto quattro anni quando il padre gli impartì le prime lezioni di violino e di pianoforte, ma l'insegnamento era inadeguato e difettoso.
Sembra che il piccolo Ludwig si recasse, nel 1781, accompagnato dalla madre, in Olanda, dove suonò in numerose case private, ma ciò non è confermato da alcuna fonte attendibile.
Senza dubbio la sua educazione generale
avrebbe molto sofferto, se non fosse stato per la famiglia von Breuning, che s'interessò perché frequentasse dei corsi regolari presso una scuola, dove gli vennero insegnati, fra l'altro, il francese, l'italiano e il latino.
Beethoven trovò presso i von Breuning un ambiente tranquillo e colto, calore e dolcezze che gli mancavano in famiglia.
L’amicizia con i von Breuning influì sul suo sviluppo. Il suo interesse per la letteratura, per quella inglese, ad esempio, si rivelò durante quegli anni, e Stephan, uno dei figli, divenne il suo amico fedele, di tutta la vita.
Quando Beethoven si sentiva infelice, e in tali occasioni si abbandonava ai più violenti scoppi di collera, sempre la signora von Breuning riusciva a calmarlo e confortarlo.
Quando ebbe appreso dal padre tutto ciò che questi potè insegnargli, la sua educazione fu curata da un collega e amico del genitore, Pfeiffer, ottimo musicista, ma anche lui dedito al vino, così che le sue lezioni furono altrettanto irregolari quanto quelle paterne.
Johann e Pfeiffer spesso venivano da lui ubriachi a notte alta, e ricordando che Ludwig quel giorno non aveva avuto la sua lezione, obbligavano il ragazzo a scendere dal letto ed a esercitarsi.
Beethoven dirà in seguito che le lezioni notturne dei due ubriaconi non scemarono affatto il suo interesse per la musica.
Più tardi ebbe come maestro un vecchio amico del nonno, van der Eeden, organista di corte.
Nel 1781, questi abbandonò il suo incarico, e l'istruzione di Beethoven continuò sotto la guida di Christian Neefe, che era successo a van der Eeden nel posto da questi occupato a corte. Neefe si rivelò non solo un capace insegnante, ma anche un paterno amico per il fanciullo, permettendogli in varie occasioni di sostituirlo, mostrandosi sempre convinto della sua capacità e abilità.
In una delle sue prime lettere da Vienna, Beethoven gli scrisse : « Se mai un giorno sarò " grande ", senza dubbio gran parte del merito sarà vostro. »
Beethoven scrisse la sua prima composizione sotto la guida di Neefe il quale, in una lettera al « Magazin der Musik » (30 marzo 1783), attirava l'attenzione del pubblico sul suo allievo così scrivendo : « Questo giovane genio merita di essere aiutato per permettergli di proseguire. Se continua come ha iniziato, diverrà certamente un secondo Mozart. »
Nello stesso anno veniva pubblicata la prima composizione del giovane Beethoven.
Sul frontispizio si leggevano le parole: « Tre sonate per piano; una eccellente composizione di un giovane di undici anni, dedicata all’Elettore di Colonia. Prezzo 1 Gulden e 30 centesimi. »
Nel 1784 Beethoven ottenne il suo primo incarico indipendente, quello di organista di corte e suonatore di viola; e due anni più tardi l'Elettore, a sue spese, lo mandò a studiare a Vienna.
In questa città si presentò a Beethoven l'occasione di improvvisare al piano alla presenza di Mozart. Questi da prima non si mostrò
particolarmente meravigliato, ritenendo che il giovane si fosse preparato in precedenza, ma quando Beethoven improvvisò un tema datogli al momento, terminando con una fuga perfetta, Mozart si entusiasmò:”Ricordatevi di lui-disse ai presenti-un giorno sarà celebre”.
Poco dopo il suo ritorno a Bonn gli morì la madre ed il padre era alcolizzato a tal punto che la retribuzione per il suo lavoro veniva affidata al figlio che a diciannove anni divenne di fatto il capofamiglia.
Nel 1792 con l'aiuto dell'Elettore, Beethoven tornò di nuovo a Vienna, e questa volta per rimanervi.
L'Elettore era fratello dell’ imperatore Giuseppe II, e ciò facilitò a Beethoven l’ accesso ai circoli più aristocratici della città imperiale. Beethoven studiò dapprima sotto Haydn, e in seguito con l'eminente contrappuntista Albrechtsberger; ma non si rivelò un buon allievo con nessuno dei due. I suoi lavori erano pieni di errori; il che non è da ritenersi strano, poiché il suo scopo nello studio non era quello di evitare gli sbagli.
« Voglio imparare le regole, così da trovare il modo migliore per infrangerle, » diceva.
Le sue relazioni con Haydn ci mostrano le differenze tra il vecchio mondo musicale e il nuovo che Beethoven stava per inaugurare. Mentre Haydn era scrupoloso, cortigiano e deferente verso i superiori, Beethoven era un ribelle, intollerante di freni e costantemente rude coi suoi benefattori.
Haydn una volta lo offese raccomandandogli di non pubblicare il suo terzo trio — che Beethoven considerava il migliore — e soprannominandolo « il Gran Mogol ». Di rimando Beethoven si rifiutò di chiamarsi « allievo di Haydn ».
Il suo debutto come pianista avvenne nel marzo del 1795. I critici non furono tutti concordi. Uno di essi scrisse : « Un'esecuzione certamente brillante, ma poco delicata e a volte cupa. Ha i suoi momenti migliori quando improvvisa liberamente. »
Cherubini definì la sua esecuzione « rude », mentre Cramer notò che poteva essere « ispirata un giorno, corrucciata e confusa il giorno seguente ». Clementi disse che era « spesso violenta e impetuosa come lo stesso Beethoven, ma sempre ispirata ». Czerny lo rimproverò di non essere « sempre un modello di purezza e chiarezza ». Venticinque anni più tardi Schenck, parlando dello stesso concerto, così scriveva:
« Ebbe la chiarezza del sole a mezzodì ! Figure casuali si svilupparono in motivi ricchi, pieni di verità e bellezza. Improvvisamente egli passò a una tonalità interamente differente, esprimendo la più violenta passione.
Modulazioni più gentili introdussero una melodia divina, poi i toni affascinanti del pianoforte divennero melanconici, giocosi, con un tocco di furbizia... la sua esecuzione è stata superba come la sua inventiva. »
Alcuni mesi dopo questo concerto, Beethoven pubblicò i tre trii per piano, violino e cello, dedicati al principe Lichnowsky, e contrassegnandoli come op. 1, ripudiò tutte le sue precedenti composizioni.
I trii ebbero un immediato e completo successo.
In una lettera del 1801, riguardo alle sue condizioni economiche, egli così si esprimeva:
« Posso dire che di tutti i miei amici, Lichnowsky si è dimostrato il più degno; sin dall'anno scorso egli ha messo a mia disposizione la somma di seicento Gulden.
Questa, e il ricavato della vendita delle mie composizioni, mi liberano da ogni preoccupazione circa il mio sostentamento. Ogni cosa che ora scrivo, posso immediatamente venderla cinque volte più facilmente e ottenerne un buon prezzo. »
Beethoven cercò di uniformarsi all'ambiente sociale in cui viveva; imparò a danzare, comperò un cavallo, ma non era molto socievole e il suo comportamento fu spesso sgraziato, sconsiderato e testardo. Ciononostante, la potente personalità gli assicurò il rispetto e l'indulgenza del prossimo.
Beethoven si alzava molto presto, e passava l'intera mattinata al pianoforte, a comporre, elaborando le idee annotate, come usava, in un libriccino, o affidate alla memoria. Era molto rumoroso mentre componeva, mugulava, gridava ed era intollerante di qualsiasi interruzione.
Chiunque avesse osato disturbarlo doveva attendersi un contegno violentemente scortese.
Dopo la colazione meridiana — che talvolta dimenticava — usciva per una passeggiata e, la sera, si recava a teatro o a casa di una delle sue aristocratiche conoscenze, portando sempre con sé quel libriccino di appunti.
A quell'epoca i concerti pubblici non erano così comuni come oggi, ma un abile musicista poteva trovare l'opportunità di farsi un nome alle serate e ai ricevimenti della nobiltà viennese, ti principe Lichnowsky, come molti altri nobili, manteneva alla sua corte una piccola ma eccellente orchestra, e sembra che invitasse regolarmente Beethoven a suonare ai suoi concerti da camera del venerdì.
Per un certo tempo, Beethoven ebbe un appartamento nel castello del principe.
Durante il primo anno di permanenza a Vienna, Beethoven si innamorava continuamente, ma queste passioni non duravano a lungo. Questo aspetto della sua vita è alquanto oscuro, sebbene egli non abbia tenuto segrete le sue vicende amorose. Le sue attenzioni generalmente erano rivolte alle dame della più scelta aristocrazia viennese— alla contessa Giulietta Guicciardi, per esempio, alla quale dedicò la cosiddetta Sonata al chiaro di luna.
Si disse che la relazione con la Guicciardi fosse troncata dalla famiglia di lei, tenacemente contraria al matrimonio della giovane donna con un uomo « senza rango, fortuna o professione ».
Presumibilmente le stesse ragioni impedirono il matrimonio di Beethoven con la quindicenne Teresa Malfatti.
Egli si innamorò follemente anche della bella Therese von Brunswick, cugina della contessa Guicciardi, e per un certo tempo amò Bottina Brentano, nota per le sue amicizie con molte personalità dell'epoca.
Poco dopo la morte di Beethoven, si scoprì nel suo scrittoio un cassetto segreto contenente tre lettere scritte a matita, indirizzate alla « immortale amata » (die unsterbliche Geliebte). Secondo alcuni, esse riguardavano Giulietta Guicciardi, secondo altri, Therese von Brunswick, con la quale sembra che egli sia stato segretamente fidanzato per due anni. Non se ne ha alcuna certezza, ne si sa quando le lettere furono scritte.
Schindler era dell'opinione che esse risalissero al 1801 e fossero indirizzate alla Guicciardi.
Thayer ritiene che furono scritte nel 1806-1807, e Romain Rolland nel 1812.
Sia Thayer che Romain Rolland concordano nel ritenere che fossero dirette a Therese von Brunswick. Altra possibile destinataria è Magdalena Willmann, una cantante alla quale sembra che Beethoven avesse proposto il matrimonio.
Alcuni estratti delle lettere possono dare un'idea dello stato d'animo di Beethoven quando le scrisse.
Le lettere d'amore. Alla immortale amata. Mattino del 6 luglio.
Mio angelo, mio tutto, mia vita ! Solo poche parole oggi, e scritte a matita (la tua). ...Perché questo profondo affanno, quando parla la necessità? Può il nostro amore sussistere solo a prezzo di sacrifici, con la rinuncia a tutto? Puoi tu non essere tutta mia, e io non interamente tuo? L'amore chiede tutto e con diritto ; così sento che è per me verso di te, per te verso me. Se noi fossimo completamente uniti, sentiresti poca pena di ciò, quanto a me... Anche oggi non ti posso comunicare le considerazioni che ho fatto sulla mia vita, in questi giorni. Se i nostri cuori fossero sempre uniti, io non avrei avuto occasione di fare tali osservazioni. Ho il cuore colmo di cose da dirti. Oh, vi sono dei momenti in cui comprendo l'inutilità delle parole. Abbi coraggio ! Sii sempre il mio fedele, unico tesoro, il mio tutto, come io sono per te ! Al resto penserà Iddio, qualunque sia il destino che ci è serbato, qualunque cosa possa avvenire.
Il tuo fedele Ludwig.
Lunedì sera, 6 luglio.
Tu soffri, tu, mia adorata creatura!... Tu soffri. Oh, dovunque io sia, tu sei con me, io parlo a tè e a me stesso.
Rendi possibile che io possa vivere con te! quale sarebbe la nostra vita ! ! ! così ! ! ! Senza di te, inseguito qua e là dalla gentilezza del prossimo, una gentilezza che desidero tanto poco quanto più ne merito. L'umiltà di uomini verso altri uomini mi urta. Ma quando mi contemplo in relazione all'universo, cosa sono io di fronte a Lui che si chiama l'Eterno ! Eppure è qui che la divinità degli uomini risiede.
Io piango se penso che probabilmente non avrai mie notizie prima di sabato. Per quanto tu mi ami, io ti amo di più. Ma non nascondermi mai i tuoi pensieri ! Buona notte ! Sono qui per i bagni, e debbo andare a letto presto. Oh, Dio, così vicino e così lontano ! Non è, in verità, un celeste edificio il nostro amore? Solido, come il firmamento celeste.
Buon giorno! 7 luglio.
Anche dal letto, i miei pensieri si affollano verso di te, mia immortale amata, ora gioiosi, poi di nuovo melanconici, aspettando di sapere se il destino ci voglia esaudire. O vivrò con te, interamente, o non vivrò del tutto. Sì, davvero, ho deciso di relegarmi in luoghi remoti fino al momento in cui potrò volare nelle tue braccia, dirmi vicino a te e l’anima mia salire al regno degli spiriti….Mai un’altra avrà il mio cuore, mai, mai ! O Dio perché ci si deve separare da colei che si ama tanto?….Sii calma! Amami! Oggi, ieri che straziante desiderio di essere con te, con te, con te!
Mia vita, mio tutto! Oh, non cessare mai di amarmi, non dubitare mai del fedelissimo cuore del tuo amato. Eternamente tuo, eternamente mia, eternamente uniti!
Solitario durante tutta la vita, Beethoven divenne sempre più riservato col passare degli anni.
Timore e incertezza gli preclusero talvolta ogni contatto con l'altro sesso. Nel 1809, egli scriveva al barone Gleichenstein queste frasi apparentemente scherzose: « Ora potete aiutarmi a cercare moglie.
Se potete trovarne una di bell'aspetto, laggiù a Friburgo, che possa all'occasione dedicare un sospiro alle mie armonie... allora preparate senz'altro l'incontro. Ma deve essere piacente: non posso amare nulla che non sia bello, o altrimenti amerei me stesso. »
Nel suo diario troviamo scritto : « Non devi essere umano per tè stesso, ma solo per gli altri: per te non ci può essere più felicità, eccetto che in te stesso, nella tua arte.
Oh, Dio, dammi la forza di conquistar me stesso! Perché niente deve legarmi a questa vita. »
Una volta gli fu chiesto perché non si fosse mai sposato, ed egli rispose: « Fra le donne l'anima non ha corpo, e il corpo non ha anima.
Ma l'ombra più oscura nella vita di Beethoven fu la sempre crescente sordità.
Già prima di compiere i trent'anni egli si accorse con orrore di cominciare a perdere l'udito, e fece di tutto per mantenere segreta questa sua infermità. Cercò di illudersi che fosse solo un malanno passeggero, ma in una lettera del 1801 all'amico Franz Wegeler per la prima volta parla della sua malattia: « Solo il demone geloso, la mia triste salute, mi ha messo un bastone fra le ruote: da tre anni il mio udito è andato sempre peggiorando... Posso dire che sto conducendo una vita miserevole; per due anni, almeno, ho evitato ogni contatto sociale, semplicemente perché mi sento incapace di dire alla gente : " Sono sordo ! "
Se la mia professione fosse stata diversa, il male non sarebbe così grave; ma per una attività come la mia, questa è una terribile afflizione. E poi, i miei nemici, che certamente non sono pochi, che cosa diranno di ciò?
... Ho già maledetto il Creatore e la mia esistenza. Plutarco mi ha insegnato la rassegnazione. Eppure, per quanto è possibile, ho deciso di resistere al destino, sebbene ci siano momenti in cui mi sento la più infelice creatura di Dio. Ti scongiuro di non dir nulla a nessuno, circa le mie condizioni... »
Nel 1802, Beethoven capì di dover abbandonare ogni speranza di miglioramento.
La sua disperazione è espressa in una lettera, datata 6 ottobre di quell'anno, che è stata chiamata il Testamento di Heiligenstadt, dal nome della città nella quale Beethoven a quel tempo viveva.
Il testamento di Heiligenstadt.
Ai miei fratelli Carl e Johann Beethoven:” O voi che pensate o dite ch'io sono acrimonioso, pazzo o misantropo, quale ingiustizia mi fate! Voi non conoscete la causa nascosta che mi fa apparire tale. Sin dall'infanzia il mio cuore e la mia mente erano inclini a sentimenti benevoli, tesi a propositi di grandi azioni da compiere. Ma pensate soltanto che da sei anni sono stato la vittima di una terribile sventura, aggravata da medici incompetenti; trastullato di anno in anno dalle speranze di una guarigione, ed infine messo faccia a faccia con la visione di una lenta malattia, la cui cura può protrarsi per anni, o addirittura essere impossibile. Nato con un temperamento ardente, vivace, amante dei piaceri della vita socievole, ben presto sono stato costretto a ritirarmi e a condurre una vita di isolamento dagli altri uomini.
A volte, quando mi sono sforzato di superare la difficoltà, oh, come crudelmente i miei tentativi sono stati frustrati dalla due volte dolorosa esperienza del mio malfermo udito! Eppure mi era impossibile dire alla gente: « Parlate più forte; gridate perché sono sordo ! » Ah, come mi sarebbe possibile rivelare la debolezza di un « senso », che dovrebbe essere più acuto in me che negli altri uomini? Un senso che un tempo possedevo a una perfezione tale che pochi altri, nella mia professione, raggiunsero o raggiungeranno mai.
Oh, no, questo non lo posso fare! Perdonatemi, quindi, se mi vedete vivere in disparte, quando con gioia mi unirei alla vostra compagnia. Doppiamente dolorosa è la mia disgrazia, giacché le devo anche di essere misconosciuto. Mi è interdetto di trovare una distensione nella società degli Uomini, nelle conversazioni elevate, nelle confidenze con i miei simili. Sono costretto a vivere solo, del tutto solo, come un proscritto. Quando avvicino qualcuno, sono sopraffatto dal terrore di tradire le mie condizioni.
Questa è stata la mia vita, durante questi sei mesi che ho trascorso in campagna. L'ingiunzione del mio intelligente medico, di risparmiare l'udito quanto più possibile, si è ben accordata con il mio attuale stato d'animo; sebbene il desiderio di vivere in socievolezza mi abbia spesso vinto. Ma quale umiliazione nell'accorgermi che qualcuno vicino a me aveva udito il lontano suono di un flauto, e io nulla; quando qualcuno aveva sentito un pastore cantare, e io di nuovo nulla ! Tali fatti mi condussero all'orlo della disperazione, e spesso sono stato vicino a porre termine alla mia esistenza. Soltanto l'arte me lo ha impedito ! Ah! Mi sembrava impossibile di abbandonare questo mondo prima di aver portato a termine tutto quanto sentivo di essere chiamato a compiere. E così continuo ad aggrapparmi a questa vita angosciosa, alla vita miserevole di un corpo così irritabile che ogni improvviso cambiamento mi fa passare dal più felice stato d'animo al peggiore. Pazienza ! si dice. E ne farò la mia guida. Questo ho fatto.
E spero di restare saldo nel mio proposito, finché piacerà all'inflessibile Parca di tagliare il filo della mia vita.
Forse migliorerò, forse no. Sono preparato. Diventare filosofo a ventotto anni ! Non è facile, e per un artista più duro che per qualsiasi altro. O Dio, tu vedi nel mio animo; tu sai, tu vedi che l'amore per i miei simili e tutti i sentimenti più generosi vi hanno dimora!
O voi che un giorno leggerete ciò, ricordate che mi avete fatto un'ingiustizia; e l'infelice si consoli trovando un infelice come lui che, nonostante tutti gli ostacoli della natura, ha fatto quanto era in suo potere per assicurarsi un posto fra gli artisti e gli uomini più degni. Miei fratelli, Carl e Johann, non appena sarò morto chiedete al dottor Schmidt, a nome mio, se egli sarà ancora in vita, di rendere nota la mia malattia, così che quanta più parte di mondo è possibile possa riconciliarsi con me, dopo la mia morte.
Con ciò, io vi dichiaro entrambi eredi della mia esigua fortuna (se può essere chiamata così). Dividetela equamente; sopportatevi e aiutatevi l'un l'altro. Le offese che mi avete recato, come sapete, già da lungo tempo le ho dimenticate. E te, fratello Carl, ringrazio particolarmente per l'attaccamento che mi hai dimostrato in questi ultimi giorni. Il mio augurio è che la tua vita possa essere più libera da preoccupazioni di quel che non sia stata la mia.
Raccomanda la virtù ai tuoi figli. Essa sola, non il denaro, può dare la felicità. Io parlo per esperienza. Fu essa soltanto che mi elevò, in tempi di affanni; debbo esserle grato, e insieme alla mia arte, per non aver cercato di por fine alla mia vita con il suicidio. Addio, amatevi l'un l'altro.
Ringrazio tutti gli amici, in special modo il principe Lichnowsky e il professor Schmidt. Gradirei che uno di voi due conservasse gli strumenti che ho avuti dal principe Lichnowsky; che non ci siano liti fra voi per questo. Ma se vi è necessario di cambiarli in cose più utili, vendeteli. Come sarei felice se, anche dalla tomba, potessi esservi di aiuto !
Se così fosse, con gioia mi affretterei a incontrare la morte. Se giungesse prima che avessi avuto la possibilità di sviluppare tutte le mie facoltà artistiche, sarebbe arrivata troppo presto, nonostante il mio cattivo destino, e mi augurerei di vederla giungere più tardi. Ma anche in quel caso sarei contento. Non mi avrebbe liberato da uno stato di miseria senza fine? Vieni quando vuoi! Ti verrò incontro con cuore coraggioso. Addio, e non dimenticatemi del tutto in morte! Me lo merito, giacché durante la vita ho pensato spesso a voi, cercando di farvi felici. Così sia.
Heiligenstadt, 6 ottobre 1802
Ludwig van Beethoven.

Heiligenstadt, 10 ottobre 1802.
E così prendo commiato da te con dolore. Anche la vagheggiata speranza, che ho nutrito in me, di essere curato se pur non guarito del tutto, mi ha ora abbandonato. E appassita come le foglie in autunno. Parto di qui nelle condizioni in cui arrivai.
E svanita anche l'altera speranza che mi sostenne durante i bei giorni d'estate. O Provvidenza! Accordami un giorno, un solo giorno di pura gioia. Per tanto tempo l'eco della vera felicità è stata assente dal mio cuore ! Quando, quando, mio Dio !, sarò di nuovo capace di sentirla nel tempio della natura e dell'uomo? Mai? No! Oh, ciò sarebbe troppo crudele !
Nel 1808 la sua sordità aveva fatto tali progressi che egli poteva sostenere una conversazione solo con grande difficoltà. Sei anni più tardi non sentiva neppure la musica che egli stesso eseguiva al pianoforte, ne ciò che le altre persone gli gridavano per farsi intendere.
Dovette quindi ricorrere ai cosiddetti «quaderni di conversazione», che ci danno una viva testimonianza della sua vita giornaliera, pregevole documento per la posterità. In questi quaderni, i suoi amici scrivevano le risposte a quanto egli chiedeva, e lo tenevano informato di quanto accadeva. Descrivendo un concerto al quale Beethoven aveva preso parte, Ludwig Spohr scrisse:
« E stata una poco piacevole esperienza. Tanto per cominciare, il piano era scordato, cosa di cui Beethoven non si preoccupava affatto, incapace di udire la sua stessa musica; in secondo luogo, quasi niente era rimasto di questo artista una volta così ammirato per la sua maestria, e ciò sempre a causa della sua sordità.
Nei passaggi " forte " il povero sordo pestava sulla tastiera con tale violenza da far strepitare le corde, mentre nei passaggi " piano " suonava così dolcemente che era impossibile udire intere battute. »
Nel 1815 gli fu accordata la franchigia nella città di Vienna, ma nonostante gli onori e l'ammirazione dei suoi contemporanei egli si ritirò dalla vita pubblica.
Poteva ancora percepire l'effetto di massa di un'intera orchestra, e per qualche tempo continuò a dirigere.
Seyfried ci descrive una di queste sue ultime esibizioni, con le seguenti parole: « L'orchestra doveva far molta attenzione di non essere disturbata dal suo direttore. Egli non si prendeva cura che delle sue composizioni ed era continuamente indaffarato a esprimere i suoi desideri con una infinita varietà di gesticolamenti... Per esprimere un " diminuendo " si raggomitolava su sé stesso, per dar risalto a un " pianissimo " quasi si nascondeva sotto il podio.
Nei crescendi, riappariva dal suo nascondiglio e pareva aumentare di statura, assumere quasi le proporzioni di un gigante. Quando l'orchestra raggiunse la piena sonorità, si alzò sulla punta dei piedi... insomma un vero moto perpetuo.»
Fu solo nell'autunno del 1822, quando diresse il Fidelio, che la terribile verità gli apparve, che egli si rese conto di non poter più dirigere un'orchestra.
Schindler ci narra come la sua bacchetta provocasse caos e disordine.
A lungo andare, Beethoven comprese che qualcosa non funzionava e ne chiese la ragione a Schindler; questi gli scarabocchiò su un foglietto di carta: «Ve ne scongiuro, non continuate ! Vi spiegherò quando saremo a casa. » Al che Beethoven gridò, in risposta : « Presto, andiamo via di qui ! » E scavalcata la balaustra che divideva l'orchestra dalla platea, corse senza mai fermarsi fino a casa. Fin da giovane egli aveva sempre diffidato dei suoi simili, e col passare degli anni il suo circolo di amicizie si era andato sempre più riducendo.
A volte sembrava quasi pazzo, e solo pochi tra i suoi amici potevano rima nere con lui. Il più fedele era Anton Schindler, che più di una volta badò a lui e ai suoi affari personali. In ciò Schindler fu abilmente assistito da Ferdinand Ries, allievo di Beethoven, che regolarmente accompagnava il maestro durante le passeggiate nei campi e nei boschi.
Ries era nativo di Bonn, e sia lui come Stephan von Breuning facevano rivivere in Beethoven il ricordo della sua città natale.
Fino all'ultima parte della sua vita, Beethoven fu in corrispondenza con un altro amico della giovinezza, il dottor Franz Wegeler.
(In seguito Ries e Wegeler pubblicarono la sua prima biografìa.) Altri amici devoti furono Ignaz Moscheles, uno dei suoi allievi, e Ignaz Schuppanzigh, direttore del quartetto d'archi che per primo eseguì tutti i quartetti beethoveniani; questi fu anche l'insegnante di violino di Beethoven, e in generale curò tutti i suoi interessi artistici con tatto e coscienza.
Anche l'arciduca Rodolfo, che studiò con Beethoven per sette anni,
seguì l'ascesa del suo insegnante con grande interesse.
Quando Beethoven si accorgeva di aver fatto un torto a un amico, faceva quanto era in suo potere per riparare all'offesa, come si può notare da questa lettera diretta a Franz Wegeler da Vienna, nel 1795:
“Carissimo e ottimo amico mio, in quale abominevole luce tu mi hai rivelato a me stesso ! Oh, lo ammetto, non merito la tua amicizia : tu sei così nobile, così indulgente, e ora, per la prima volta, io sono indegno di te. Sono caduto molto al disotto di te. Oh,
per otto settimane ho infastidito il mio migliore amico.
Tu crederai che le buone qualità del mio animo siano scomparse: no, grazie al Cielo! Non fu una cattiveria calcolata, intenzionale, che mi ha spinto ad agire così nei tuoi riguardi: fu la mia imperdonabile sconsideratezza che mi impedì di vedere la faccenda nella sua vera luce. Oh, mi vergogno, per te e per me. Non oso quasi chiedere di nuovo la tua amicizia.
Oh, Wegeler, l'unica mia consolazione è che tu mi conosci dall'infanzia, e di più — lasciamelo dire — conosci la bontà del mio cuore e la mia viva aspirazione a essere giusto e ragionevole; altrimenti come avresti potuto amarmi? È possibile che in così breve tempo io sia cambiato così spaventosamente, e in peggio? Mio Wegeler, caro, ottimo amico, oh, prova ancora una volta a gettarti a cuore aperto fra le braccia del tuo Beethoven! Confida nelle buone qualità che prima erano in lui. Io ti giuro che il nuovo tempio della sacra ami cizia che tu riedificherai, non sarà mai più distrutto : nessun avvenimento, nessuna tempesta scuoterà mai più le salde fondamenta della nostra amicizia! Perdono, oblio, rinascita
della nostra morente, affondante amicizia ! Oh, Wegeler, non respingere questa mano tesa alla riconciliazione! Prendila fra le tue. Oh, Dio ! Ma ora basta. Verrò io da tè e mi getterò nelle tue braccia, pregando che mi sia restituito l'amico perduto, e tu tornerai a me, dal tuo pentito, affezionato e sempre riconoscente:
Beethoven
Con l'aggravarsi della sordità, Beethoven divenne sempre meno equilibrato e più difficile da accontentare. Alla minima allusione
si arrabbiava terribilmente, e di questi scoppi d'ira i suoi amici più intimi facevano le spese.
Ma ben presto si abituarono e non presero troppo sul serio le sue violente reazioni.
Quando lo rivedevano, dopo una di esse, si comportavano come se nulla fosse accaduto, e Beethoven agiva nella stessa maniera.
Ad esempio, nel 1824, a proposito del fedele Schindler, egli scriveva al poeta Franz Grilparzer: « ... che appendice importuna, questo Schindler, da tempo lo considero odioso... »
Ma solo pochi giorni dopo, inviava all’« importuna appendice » questo biglietto : « Caro amico ! Ci troverai alla " Pera d'oro " e più tardi al caffè... »
A Hummel scrisse esasperato dall' ira : « Non voglio mai più vederti ! Sei un cane sleale ! » E poco dopo : « Caro Hummel ! Ti supplico : anche in questa occasione dirigi i tamburi e le cannonate con la tua insuperabile maestria di direttore, anzi no, di feldmaresciallo della bacchetta ! »
Un'idea delle impressionanti condizioni di vita domestica di Beethoven nei suoi ultimi anni ci è data da queste note tolte dal suo diario, nel periodo 1818-1819: 31 gennaio licenziata governante. 15 febbraio assunta nuova cuoca. 8 marzo dato otto giorni nuova cuoca. 22 marzo assunta nuova governante. 12 maggio arrivato a Mosling. Miser et pauper sum. 14 maggio assunta nuova cameriera, 6 Gulden al mese. 20 luglio licenziata governante. 28 luglio cuoca fuggita.
Beethoven viveva talmente immerso in un suo mondo particolare, da non interessarsi mai di quel che gli accadeva attorno. Era talmente trascurato nella sua persona, che una volta fu arrestato dalla polizia e trattenuto finché poté provare la sua identità.
Ma quando era sicuro che nessuno lo avrebbe disturbato nel suo lavoro o avrebbe tentato di imporglisi, allora gradiva la compagnia. Fra gli amici era amabile e socievole, e ogni traccia di diffidenza scompariva in lui. Si intratteneva con loro per ore, e le riunioni terminavano con sue improvvisazioni al pianoforte.
Rochlitz ce lo descrive come un uomo di media statura, poderoso e tozzo; il volto largo, fresco e rubicondo, e i capelli color rosso mattone; il naso corto e largo, la bocca ben delineata, nonostante il labbro inferiore accentuato e sporgente; la mascella eccezionalmente potente. Una profonda fenditura sulla guancia destra dava all'intero volto un aspetto stranamente asimmetrico. Rellstab, quando lo conobbe nel 1825, narra che dovette controllarsi con molto sforzo per non piangere, quando vide i suoi occhi, sorridenti e insieme pieni di un esacerbato tormento. Beethoven si interessò anche di altre cose, oltre alla musica, particolarmente degli avvenimenti politici del tempo.
Nonostante fosse a contatto con i circoli più aristocratici, fu un entusiasta degli ideali della Rivoluzione francese, e la sua mancanza di rispetto per l'etichetta è chiaramente dimostrata dal suo racconto dell'incontro con Goethe, avvenuto a Carlsbad nel 1812: « Re e principi possono creare professori e consiglieri segreti, conferire titoli e ordini, ma non possono creare i grandi uomini, e nemmeno degli intelletti che si elevino al di sopra della massa.
« Quando uomini tali, come me e Goethe, si incontrano, questi gentili personaggi farebbero bene a prender nota quali sono coloro che noi consideriamo grandi.
«Tornando a casa, ieri, ci imbattemmo nella famiglia imperiale al gran completo. Li avevamo visti da lontano. Goethe abbandonò il mio braccio per andarsi a collocare sul lato della strada. Cercai di convincerlo, ma fu impossibile fargli fare un passo di più, o allontanarlo di lì. Mi calai allora il cappello sugli occhi, abbottonai il pastrano e mi incamminai con le braccia incrociate, attraversando diritto il folto gruppo di gente. Principi e cortigiani fecero ala ai due lati. L'imperatrice fu la prima a salutarmi, poi il duca Rodolfo, che si tolse il cappello. L'intera brigata mi riconobbe. Fu davvero un piacere vedere quella processione di gente sfilare dinanzi a Goethe, che si inchinava con deferenza tenendosi sul margine della strada, col cappello in mano. Più tardi lo rimproverai severamente, lo misi di fronte a tutti i suoi peccati, senza pietà. »
Raramente Beethoven si allontanò da Vienna. Solo una volta, verso il 1800, fece un viaggio visitando, fra le altre città. Francoforte sul Meno, Berlino e Praga. Nel 1808 il re di Westfalia, Gerolamo (il più giovane fratello di Napoleone), gli offrì il posto di direttore della sua orchestra di corte, a condizioni vantaggiose.
Ma i viennesi ritennero che sarebbe stato un'onta cederlo al fratello
dell'odiato Corso, e così tre nobili garantirono a Beethoven una rendita annua di quattromila fiorini, a condizione che restasse a Vienna.
Sembra tuttavia che quegli stessi viennesi non si curassero più di Beethoven quando, dopo il 1815, liberatisi dal giogo napoleonico, furono presi da una febbre di spensieratezza e di divertimenti.
La musica di Beethoven mal si adattava alla gaia atmosfera del Congresso che intossicava Vienna a quell'epoca.
Rossini divenne il nuovo idolo, e Beethoven si sentì trascurato e dimenticato.
« Ora sono solo in questa brutta città, Vienna. Ogni cosa che accade qui è sporca e vile. Non potrebbe essere peggio. Sono tutti vigliacchi, dal più infimo al più onorato... »
La sua vita non conobbe avvenimenti memorabili. Passava invariabilmente l'inverno a Vienna e, in estate, andava in campagna, non molto distante dalla città. Amava moltissimo la natura, ed era sua passione fare lunghe passeggiate nei campi e nei boschi, annotando pensieri e impressioni in un libriccino che aveva sempre con sé.
Molti di questi libri di appunti ci sono pervenuti.
Spesso il suo lavoro si svolgeva lento e tormentato, e doveva scrivere e riscrivere le sue composizioni più volte. Molte delle sue più belle opere, che danno l'impressione di essere state concepite, modellate e gettate sulla carta in un momento di ispirazione, furono in realtà il prodotto di un minuzioso lavoro, di una scrupolosa elaborazione del particolare.
Ma una volta soddisfatto del suo lavoro, era riluttante a qualsiasi mutamento.
Quando la casa editrice Breitkopf & Härtel gli chiese una piccola variante a una composizione da lui inviata, Beethoven rispose: « Se vi fa piacere di avere una conclusione appiccicata qua e là agli intermezzi, posso anche accontentarvi, o meglio lasciare il compito ai correttori della " Rivista Musicale di Lipsia "; questo genere di lavoro calza loro come un guanto. »
Nel 1800 scriveva al poeta von Matthison: « Anche ora è con timidezza e apprensione che ti invio la mia " Adelaide ".
Dovresti sapere abbastanza bene quale grande cambiamento un lasso di tempo di pochi anni può operare in un artista che progredisce sempre.
Più grande è il suo progresso artistico, e sempre meno egli sarà soddisfatto delle sue vecchie composizioni. »
Shindler ci narra che spesso, quando componeva, Beethoven era assalito da eccitazione nervosa. Egli tuffava allora la testa in un catino d'acqua che aveva sempre a portata di mano nello studio.
Le sue passeggiate per i campi e i boschi ci sono state descritte dal pittore KIober: «Durante le mie passeggiate a Mödling, frequentemente incontravo Beethoven con in mano un foglio manoscritto e una matita.
Improvvisamente egli si fermava e ascoltava.
Si guardava attorno, poi scriveva... « Una volta lo vidi scalare faticosamente un monticello, proprio di fronte a me. Con il cappello dalle ampie tese sotto il braccio, e raggiunse la sommità, si gettò lungo e disteso sotto un pino, e stette a fissare intensamente il cielo. »
I sentimenti religiosi di Beethoven non erano legati ad alcun dogma. In una lettera accenna a « la mia sacra lotta per adempiere i doveri impostimi dall'umanità, da Dio e dalla natura».
Una cornicetta sul suo scrittoio racchiudeva le seguenti frasi, scritte di sua mano: “Io sono tutto ciò che è. Io sono tutto ciò che è, che è stato e sarà. Nessun mortale ha mai sollevato il mio velo. Egli solo è di Se stesso, e a Lui solo tutte le cose debbono la loro origine.
Gli attriti fra Beethoven e la sua famiglia furono frequenti. Finché i fratelli rimasero sotto la sua tutela, le loro relazioni si mantennero tollerabili, ma quando più tardi egli volle interferire nei loro affari privati, essi si ribellarono.
Durante gli ultimi anni, il nipote Carl fu continua causa di noie e preoccupazioni. Egli era il figlio di Carl Caspar, il fratello morto, e Beethoven lo aveva adottato ritenendo la madre incapace di dargli un'adeguata educazione :
« Voglio farne un cittadino rispettabile. L'ho allontanato da una madre non degna, e spero di mandarlo in un collegio della Sassonia. Lavorerò con tutte le mie forze e la mia capacità, e ogni Gulden che guadagnerò sarà speso per la sua educazione. Carl imparerà anche l'inglese e andrà a Londra, così che possa diventare qualcuno. »
Ma Carl era uno zoticone buono a nulla. Fu espulso da una scuola dopo l'altra, si indebitò, rubò e truffò. Beethoven fu sempre pronto a perdonargli, e credette ostinatamente nella sua innocenza.
Un giorno Carl scrisse nel libro di conversazione, che Beethoven usava non potendo udire le domande che gli veniva rivolte: « Ieri mi hai sgridato dall'alba al tramonto, un tale trattamento diffìcilmente mi renderà migliore. »
Infine, non volle più ascoltare i consigli dello zio, che chiamava « un vecchio idiota che posso legarmi al dito mignolo ». Ciononostante Beethoven fu sempre prodigo di tenerezze al nipote, com'è dimostrato dal seguente brano tolto dal suo diario: « Dio, oh Dio, mia saggezza, mia roccia, mio tutto ! Tu sei nel mio cuore e sai quanto mi dispiace causare dolori al prossimo, e unicamente per agire con giustizia verso il mio amato Carl. Ascoltami, Te ne supplico! Ascolta il Tuo infelice servitore, il più infelice di tutti i mortali. »
Poco tempo dopo Carl tentò di suicidarsi. Schindler narra che dopo questo fatto « tutto ciò che aveva ancora uno scopo nella vita di Beethoven scomparve del tutto.
Avevamo dinanzi un vecchio, debole e arrendevole ».
Nell'autunno del 1826, Beethoven si recò dal fratello Johann per chiedergli di ricordare il nipote nel suo testamento.
Trascorse varie settimane burrascose presso di lui, e tornò a casa senza essere riuscito nell'intento. Durante il disagiato viaggio di ritorno si buscò un forte raffreddore, che poi si sviluppò in polmonite. Giunto a Vienna, dovette mettersi subito a letto. Ben presto nella città si sparse la voce che egli era morente, e amici, conoscenti e anche estranei si recarono al suo capezzale.
Schubert fu il più assiduo di tutti. Beethoven aveva chiesto che gli fossero procurate tutte le composizioni di Haendel, ben quaranta volumi. Li teneva presso di sé, sparpagliati sul letto, e li studiava continuamente. Gli avevano inviato anche alcune melodie di Schubert, e per molti giorni non riuscì a staccarsene. Di tanto in tanto esclamava : « Questo Schubert ! Davvero vi è in lui una scintilla divina ! »
Verso la fine del gennaio 1827, le sue condizioni migliorarono talmente da permettergli di dedicarsi nuovamente al lavoro. Aveva in mente varie composizioni nuove, alcune delle quali già iniziate: una sinfonia (la decima), una sonata per due pianoforti, l'oratorio Saul e Davide e altre.
Ma il miglioramento non durò a lungo. La mattina del 24 marzo ricevette i sacramenti, alla presenza dei suoi più intimi amici.
Terminata la cerimonia, alzò debolmente una mano e disse : « Plaudite, amici, comoedia finita est. » Verso l'una, un messo gli recapitò una cassetta di vini e altre bevande, inviata da von Breuning. Beethoven dette uno sguardo al pacco ed esclamò: « Troppo tardi, temo, ohimè! ohimè!» Furono le sue ultime parole coscienti.
Venne sepolto il 29 marzo, nel sagrato della chiesa di Währinger.
Tutte le scuole di Vienna restarono chiuse, quel giorno, e circa ventimila persone parteciparono alle onoranze funebri.
Tutti i manoscritti, i libri e i mobili della casa di Beethoven furono venduti all'asta, con un ricavo di 1575 Gulden.
Il catalogo, che includeva duecentocinquantadue manoscritti e pezzi di musica, fu venduto per 982 Gulden e 37 centesimi; i libri delle conversazioni e i diari per 1 Gulden e 20 centesimi.

Vincenzo Bellini
(Catania 1801 - Parigi 1835)

Bellini è uno dei principali esponenti dell'opera romantica italiana del XIX secolo.
I suoi spartiti, dalle melodie immortali, sono fra le gemme più preziose del repertorio operistico.
Ricco di tutti gli incanti del genio, Bellini morì prematuramente lasciando un profondo rimpianto : « vivo e chiaro ruscello fluente dalle ignee lave dell'Etna, sceso a fondersi in Galatea, la calda onda canora del sonante mare siciliano ».
Figlio di un organista, il padre lo avviò assai presto alla musica; in seguito, un generoso e nobile siciliano, colpito dal talento del giovinetto, si offrì di sostenere le spese di un'educazione musicale più solida al collegio S. Sebastiano di Napoli diretto dallo Zingarelli.
Per esso Bellini scrisse la sua prima opera, Adelson e Salvini (1825), che vi fu rappresentata e replicata molte volte con buon successo.
Fu a quell'epoca che Bellini s'innamorò di Maddalena Fumaroli, figlia di un magistrato, ma la sua richiesta di matrimonio fu sdegnosamente respinta.
Barbaja, il celebre impresario del teatro San Carlo, lo notò subito e gli chiese un'opera per quel teatro.
Bellini compose Bianca e Fernando, su libretto dal dramma di Domenico Gilardoni, rappresentata il 30 maggio 1826.
Ottenne un successo tale da spingerlo a richiedere di nuovo la mano di Maddalena, avendone un secondo rifiuto.
Su proposta del Barbaja partì allora per Milano (5 aprile 1827), e vi scrisse, per il famoso Rubini, l'opera Il pirata, su libretto di Felice Romani.
La prima rappresentazione ebbe luogo alla Scala il 27 ottobre 1827 con grande successo; e immediatamente passò ad altre città.
Stima e fama lo circondarono a Milano, dov'era accolto nei circoli più aristocratici della città.
Recatesi a Genova per una rappresentazione di Bianca e Fernando, vi conobbe Giuditta Cantù, moglie del commerciante Turina, se ne innamorò e fu corrisposto.
Scrisse in quell'epoca all'amico Florimo : « Siamo in una perfetta armonia, e io sono un amante felice. »
Ritornato a Milano vi compose La straniera, sempre in collaborazione col librettista Romani, rappresentata con minor successo (1829).
Seguirono Zaira, andata in scena a Parma (16 maggio 1829) con insuccesso, e I Capuleti e i Montecchi, rappresentata al teatro La Fenice di Venezia nel marzo 1830, accolta con entusiasmo dal pubblico veneziano.
Nello stesso anno, durante un soggiorno a Moltrasio sul lago di Como, presso la famiglia Cantù, iniziò a scrivere la musica di Hernani, sul libretto che Felice Romani aveva tratto dall'omonimo dramma di Victor Hugo.
Ma la censura non permise la realizzazione del progetto.
Romani gli apprestò allora il libretto de La sonnambula, che nonostante la puerilità del soggetto, permise a Bellini di ottenere un nuovo successo alla Scala (6 marzo 1831).
I principali interpreti furono la celeberrima soprano Giuditta Pasta e il tenore Rubini.
Alcuni mesi dopo Bellini faceva rappresentare una nuova opera, Norma, su dramma tragico del Romani (26 dicembre 1831), interpreti Giuditta Pasta e la mezzosoprano Giuditta Grisi.
Accolta freddamente dal pubblico la prima sera, riscosse un entusiastico successo la sera seguente.
Nel gennaio 1832, Bellini partì per la Sicilia, accompagnato da Giuditta Cantù e dall'intimo amico Florimo.
Ebbe un'accoglienza trionfale in tutte le città dell'isola.
Fatto ritorno a Milano nel giugno seguente, dopo un breve soggiorno a Napoli, diresse poco dopo una rappresentazione della Norma a Bergamo, e si recò a Venezia, ove si era impegnato a presentare Beatrice di Tenda, su un nuovo dramma di Romani. L'opera, di cui fu protagonista Giuditta Pasta, fu male accolta a La Fenice il 16 marzo 1833, e la critica attribuì l'insuccesso alla presenza di tre Giuditte intorno al compositore — la Grisi, la Pasta e la Cantù, l'amante che lo aveva raggiunto a Venezia.
Ne risultò uno scandalo; il marito della Cantù, Ferdinando Turina, si separò dalla moglie, e Bellini dal suo librettista Romani. Richiesto da Londra per dirigervi Norma e La sonnambula, e da Parigi per comporre una nuova opera, Bellini partì immediatamente.
La Cantù si consolò con altri della sua partenza, e Bellini si staccò completamente da lei.
Lasciata Londra, si stabilì a Parigi e nella tranquillità della sua abitazione di Puteaux iniziò a scrivere la nuova opera I Puritani, su libretto di Carlo Pepoli.
A Parigi Bellini cominciò a soffrire seriamente di una gastrite acuta, e quando, la sera del 25 gennaio 1835, il pubblico acclamava la « prima » de I Puritani, Bellini era seriamente malato.
Morì il 23 settembre di quello stesso anno.
Rossini, che viveva a Parigi, organizzò in onore dell'amico una grande messa funebre al Duomo degli Invalidi, il 2 ottobre, e scrisse:« Tutta Parigi lo piange. »
La salma fu imbalsamata, ma non poté essere trasportata a Catania che nel 1876.
La sua casa natale è monumento nazionale dal 1924.
Della musica di Bellini, Wagner disse: « Si afferma che io abbia in odio l’intera scuola italiana di musica, e in modo speciale il Bellini. No, no, mille volte no! Bellini è uno dei compositori che io apprezzo di più, perché la sua musica è profondamente sentita e strettamente legata al testo. »
E della Norma: « Fra tutte le opere di Bellini, la Norma è quella che alla abbondantissima vena melodica congiunge la più profonda realtà di interiore passione.
Tutti gli avversari della musica italiana devono rendere giustizia a questo grande spartito, affermando che in esso parla il cuore, che è l’ opera di un genio! »
E Schopenhauer, parlando della sua intensità drammatica: « Raramente l’ effetto veramente tragico della catastrofe, ossia la rassegnazione da essa prodotta e l'elevazione dello spirito dell’eroe, si presenta così puramente motivato e chiaramente espresso come nell'opera Norma, quale esso appare nel duetto “Qual cor tradisti, qual cor perdesti” , nel quale il rivolgimento della volontà è chiaramente indicato dall’ improvvisa calma della musica... è una tragedia perfettissima, un vero modello di tragica disposizione dei motivi, di tragico procedere delibazione e di tragica soluzione, che finisce con l’elevare oltre il mondo l’animo dei protagonisti e con esso quello degli spettatori... »


Hector Berlioz
(Côte Saint-André 1803 - Parigi 1869)

Il padre di Berlioz, medico condotto campagnolo, che lavorava sodo, non vedeva di buon occhio gli artisti e in special modo i musicisti.
Anche il figlio, quindi, avrebbe fatto il medico, e non gli furono impartite da piccino che poche lezioni di musica, tanto da permettergli di suonare un poco per conto suo.
La madre, profondamente religiosa, iscrisse il giovane Hector al Seminario locale, ma quando un decreto di Napoleone ordinò la chiusura di questi istituti, il padre si prese cura dell'educazione del ragazzo, leggendogli di sera gli autori classici.
Berlioz ci narra i suoi primi tentativi per suonare il flauto: « Non mi ci volle molto per venirne a capo, perché dopo pochi giorni ero capace d'intrattenere tutta la mia famiglia suonando Malbrouck s'en va-t-en guerre. »
Ma la sua ulteriore educazione musicale dovette compierla di nascosto. Di tanto in tanto il direttore d'orchestra della cittadina gli impartiva lezioni di piano e chitarra, e di notte — mentre era a letto — Berlioz leggeva qualsiasi libro di letteratura musicale gli capitasse per le mani.
Egli era di natura molto impressionabile e, fin da ragazzo, completamente schiavo dellasua sensibilità. A dodici anni si innamorò di una ragazza che aveva sei anni più di lui: « Non desideravo più nulla, ne vedevo altro... non sentivo altro che quell'angoscia in cuore. Passavo le notti nella disperazione e di giorno mi nascondevo, come un animale ferito, in un campo di granturco o nell'angolo più remoto del frutteto di mio padre.
La gelosia— pallida compagna di un amore innocente — mi torturava, ogni volta che vedevo qualcuno avvicinarsi a lei.
Ancor oggi, il ricordo del tintinnare degli speroni di mio zio, quando ballava con lei, mi fa sussultare. »
Fu in questo stato d'animo ch'egli compose una romanza per questa Estelle, melodia di cui più tardi fece uso nella Sinfonia fantastica.
A diciannove anni fu inviato a Parigi a studiare medicina; ma alla prima lezione di anatomia fu preso da tanto orrore che fuggì da una finestra, fermamente deciso a non diventare mai medico.
Ma non mancava una sera all'Opera. L’Ifigenia in Tauride di Gluck, soprattutto, gli fece una forte impressione: « Trovai la partitura in una libreria, la lessi e rilessi, la ricopiai interamente e la
imparai a memoria. La notte non dormivo più e dimenticavo persino di mangiare. Ne rimasi assolutamente stregato. »
Si iscrisse al Conservatorio, come allievo di Lesueur. Nel 1825 ebbe la fortuna di far eseguire nella chiesa di La Roche una sua Messa che ebbe un vivo successo ; e Lesueur gli disse profeticamente : « Non sarai mai né medico né farmacista, ma un grande compositore, perché veramente c'è del genio in te. »
Non essendo riuscito ad aggiudicarsi il Prix de Rome, il padre lo richiamò immediatamente a casa; ma visto il dolore del figlio, gli consentì di recarsi di nuovo a Parigi per seguire i corsi del Conservatorio, ove Hector entrò per la seconda volta (1826), mentre sua madre rimase inflessibile.
Qui Berlioz, per aver contratto un debito in relazione all'esecuzione della Messa, ebbe tagliati i viveri. Al provvedimento, Berlioz replicò che sarebbe morto di fame piuttosto che abbandonare lo studio della musica, e si impiegò come corista in un teatro di varietà di terz'ordine per cinquanta franchi al mese; e diede lezioni di flauto e di chitarra.
Fu in questo tempo che Berlioz s'innamorò follemente dell'attrice irlandese Harriet Smithson, che apparteneva a una compagnia inglese di rappresentazioni shakespeariane, interpretando Ofelia, Giulietta, ecc. Per attirarne l'attenzione, egli scrisse una Ouverture
per Romeo e Giulietta, che la Smithson non degnò di attenzione. Berlioz allora organizzò un concerto di sue composizioni, al quale la bella irlandese non si recò.
Di questo concerto la stampa disse: « Mai prima d'ora avevamo ascoltato alcunché di più singolare, bizzarro, stravagante. Ogni regola è stata sovvertita e tutto è dominato dall'immaginazione scomposta del compositore. Non gli si può negare un certo talento naturale: peccato che non abbia le cognizioni necessario per farne uso! Se soltanto le possedesse, sarebbe un secondo Beethoven. » Ancora Berlioz non si rassegnò, e ai ripetuti rifiuti oppostigli dalla Smithson, concepì l'idea di comporre un'opera che descrivesse la sua vita varia e movimentata. Nacque così la famosa Sinfonia fantastica, la quale ebbe come sottotitolo « Episodio dalla vita di un artista ».
Eseguita nel 1830, la sinfonia fu oggetto di accese discussioni.
Liszt ne rimase profondamente impressionato, e da allora divenne il più ardente ammiratore e sostenitore di Berlioz.
Nello stesso anno (1830) Berlioz vinse il Prix de Rome, con la cantata La dernière nuit de Sardanapale.
I tre anni di soggiorno a Roma, a villa Medici — l'Accademia di Francia — non furono fruttuosi dal punto di vista artistico.
Ritornato a Parigi, vi ritrovò Harriet Smithson, in cattive acque. La compagnia della quale faceva parte si era sciolta, e l'attrice, che si era fratturata una caviglia, si trovava in condizioni di apprezzare meglio l'amore di Berlioz.
Si sposarono il 30 ottobre 1833 (Liszt fece da testimonio), ma il matrimonio non fu felice, e dopo sette anni si separarono.
Berlioz divenne ben presto notissimo come compositore, ma pochi a Parigi lo comprendevano e molti gli erano contrari; fra questi Rossini e Cherubini.
Il suo desiderio più grande era quello di poter vivere unicamente del suo lavoro di compositore; ma non gli bastava, e dovette aggiungervi la critica musicale e il giornalismo, un genere di lavoro
che egli odiava, pur possedendo uno stile letterario di alta qualità. Diceva: « Sono sempre stato pigro per quel che riguarda lo scrivere. Comporre è per me una funzione naturale e una gioia ; scrivere è un lavoro. »
Contemporaneamente alla sua attività di critico, e più tardi a quella di bibliotecario, Berlioz continuava a comporre.
Nel 1834 ultimò la sua sinfonia per viola e orchestra Aroldo in Italia (da Byron), la cui prima esecuzione ebbe luogo nello stesso anno con vivo successo. Fu allora che dal governo francese gli venne chiesto un Requiem, e Berlioz iniziò a comporlo mentre ancora stava lavorando alla sua prima opera: Benvenuto Cellini. L'imponente Requiem (Grand Messe des morts) venne eseguito nel 1837. Fu scritto in un tempo così breve e con tanta foga, che Berlioz dovette crearsi un sistema personalissimo di stenografia musicale per poter fissare immediatamente le idee che fluivano incessanti dal suo cervello.
La sua vita fu sempre stentata, e ben raramente egli incontrò dei riconoscimenti; fu nominato bibliotecario del Conservatorio e insignito della Legion d'Onore, ma non poté mai imporsi al pubblico francese, ciò che più gli stava a cuore.
Le sue composizioni mietevano successi in Inghilterra, Germania,
Russia, ma Parigi gli fu sempre ostile.
L'opera seguente, La dannazione di Faust, andata in scena nel 1846, non ebbe un grande successo, nonostante la magnifica versione della Marcia di Rdkóczy, per giustificare la quale Faust era stato mandato in Ungheria.
L'anno seguente (1847), Berlioz firmò un contratto di sei anni come direttore d'orchestra di una compagnia operistica a Londra; ma dopo solo un anno la compagnia fallì.
A poco a poco il suo spirito combattivo e la sua energia declinarono.
Nel 1850 pubblicò un breve oratorio, L’enfance du Christ, presentandolo come opera di un anonimo compositore vissuto nel sec. XVII. L'ingenuo trucco gli riuscì; nessun critico riconobbe la mano del radicale Berlioz in una musica così delicata, semplice e serena. È certo che non l'avrebbe scritta in gioventù.
Dopo la morte della sua prima moglie (1854), si unì in matrimonio con la cantante Marie Recio, che era stata la causa della sua separazione, dodici anni prima.
La morte di Marie (1862), quella del figlio Louis e di cari amici gettarono la solitudine nella sua vecchiaia.
Fu allora, nel 1864, che Berlioz ebbe l'idea romantica di recarsi nel Delfinato per incontrare Estelle, il suo primo grande amore dell'adolescenza. L'incontro ebbe luogo, e lo lasciò profondamente commosso.
Rivide varie volte la buona Estelle, ciò che fu di grande conforto ai suoi ultimi anni.
Prima della morte si recò in Russia, dove ebbe clamorose accoglienze.
Di ritorno in Francia, la sua salute, già malferma, subì un collasso che ne segnò la fine.
Sua ultima consolazione fu la notizia che la sua opera, I troiani a Cartagine, stava riportando a Mosca un grandissimo successo.
Oltre alle composizioni musicali, Berlioz scrisse memorie assai caratteristiche in uno stile scintillante, e il famoso Grand traité d'instrumentation et orchestration modernes, che fa ancora testo in argomento.


Georges Bizet
(Parigi 1838 - Bougival 1873)

Georges Bizet, il cui vero nome era Alexandre Cesar Léopold, dimostrò il suo talento musicale dalla più tenera infanzia, e ricevette le prime lezioni dal padre — maestro di canto — quando aveva appena quattro anni. Fece tali rapidi progressi, che entrò al Conservatorio di Parigi in esenzione al regolamento dei limiti d'età.
A diciannove anni vinse il Prix de Rome e due anni dopo scriveva una sinfonia, « iniziata il 29 ottobre 1855 e terminata nel novembre dello stesso anno », come egli scrisse sul manoscritto.
È una bella e fresca piccola composizione, ma non molto originale; tuttavia il fatto che in essa fossero contenuti motivi affini alla musica de L’Arlésienne e della Carmen, dimostra che Bizet andava già maturando il proprio stile.
Rimase ineseguita fino al 1935, ottant'anni.
Il suo primo lavoro per il teatro, l'operetta in un atto Il dottar miracolo, che seguì, fu composto a diciannove anni, e gli fece vincere un premio, offerto da Offenbach. Durante un soggiorno a Roma non cessò di interessarsi al teatro, e vi scrisse Don Procopio, una breve opera comica festosa e melodica.
La prima grande opera scritta da Bizet fu I pescatori di perle, in tre atti, rappresentata senza particolare successo nel 1863 che e segnala, per la prima volta, la sua predilezione per i colori meridionali; fu criticata come troppo influenzata da Gounod, David e Verdi; il libretto non permetteva un vero studio di caratteri, e la sua ispirazione ne risentì.
Seguì l’opera La bella fanciulla di Perth, da un racconto di Walter Scott, non seguito fedelmente.
Bizet ne scrisse la musica in sei mesi; essa rivela la sua abilità nel creare musicalmente i caratteri e nell'uso del materiale tematico a tenere unita la trama.
Quando Guiraud rielaborò la seconda suite de L'Arlésienne, dopo la morte di Bizet, inserì in questa composizione il minuetto tratto da La bella fanciulla di Perth.
Altra importante composizione che segue è l'operetta in un atto Djamileh, su una poema di Alfred de Musset; considerata una delle migliori opere giovanili di Bizet, non ebbe il successo che meritava.
L'influenza di Gounod è ancora sensibile in Djamileh, ma nelle opere successive Bizet è già indipendente.
La musica de L’Arlésienne (1872) è l'opera di un maestro, come pure la suite per pianoforte Jeux d’enfants (1871), di cui cinque pezzi Bizet elaborò poi per orchestra (1872).
Nessun altro compositore francese del tempo poteva esprimersi con tale semplicità e raffinatezza.
Nella sua ultima opera, Carmen, Bizet riversò tutta la sua esperienza e conoscenza.
Ma il pubblico francese non era ancora maturo per accettare una musica così potente e il carattere realistico dei personaggi, visti da un punto di vista non sentimentale.
Dalla gioventù, Bizet aveva sofferto di cuore, e l'unica cura da lui seguita era quella di rimanere a letto per alcuni giorni: nessuno se ne preoccupava.
Cadde ammalato tre settimane dopo la prima rappresentazione di Carmen (3 marzo 1875), e sembrò che fosse uno dei soliti attacchi, sebbene più grave; non si rimise completamente, ciononostante s'impegnò per un nuovo lavoro musicale da terminare per l'autunno di quell'anno.
Ma soffriva, non era più lui, e quando si trattò, nell'estate, di rimandare la partenza per la campagna, Bizet esclamò : « No, no, partiamo. L'aria di Parigi mi avvelena ! »
Il 31 maggio si trasferì a Bougival con la famiglia.
Il giorno dopo peggiorò, ma il medico disse che non c'era da allarmarsi, che le sue visite erano superflue: aveva solo bisogno di riposo e di quiete.
Il giorno seguente Bizet ebbe un nuovo collasso cardiaco e i familiari non chiamarono il medico se non quando egli poteva appena respirare.
Quello tardò, e al suo arrivo, alla prima ora del 3 giugno, Bizet era morto.
Un'ora prima il sipario era calato sulla terza rappresentazione di Carmen.
Bizet era di indole schietta e semplice, allegra, socievole e modesta, ma mancava di fiducia in sé stesso, e desiderava il successo sentendo che la popolarità gli avrebbe data quella fiducia in sé di cui mancava.
E se talvolta ciò lo fece apparire un cacciatore di fama, opere come L’Arlésienne e la Carmen dimostrarono l'infondatezza del giudizio.
Con l'intento di compiacere il pubblico, non si scrivono opere di questa qualità.
L'incapacità di fronteggiare la cattiva sorte gli procurò momenti amari.
Egli scrisse un giorno: « Per avere successo oggigiorno, bisogna essere morti, o tedeschi, » e ancora : « Per fare il compositore oggi, bisogna possedere l'indipendenza economica o una grande diplomazia. »
Bizet pose termine alla vecchia opera comique sentimentale, e infuse nuova vita al teatro lirico, facendo dei suoi personaggi esseri umani vivi e appassionati. Sebbene non abbia portato mutamenti formalmente apparenti, creò un tipo di dramma musicale interamente nuovo, realistico, ed essenzialmente francese a un tempo.
Le sue caratteristiche di chiarezza e di ordine, il suo modo diretto di esprimersi, sono tipicamente francesi e lo avvicinano a Ravel.
Romain Rolland definisce le opere di Bizet « la più grande realizzazione di una peculiarità dello spirito musicale francese ».


Johannes Brahms
(Amburgo 1833 - Vienna 1897)

Figlio di un suonatore di contrabbasso, appartenne a una famiglia di povera condizione; sebbene i genitori cercassero di non far pesare sui figli le loro preoccupazioni, esse lasciarono traccia nel piccolo Johannes.
Fanciullo tranquillo e riservato, egli viveva in un suo mondo fantastico.
Gli fu insegnato a suonare il violino, il violoncello, il corno e, quando ebbe sette anni, il piano.
Johannes progredì rapidamente, e ben presto poté accompagnare il padre quando suonava nelle feste da ballo e nelle osterie, per « due talleri e cognac a volontà » — come si usava dire allora.
A tredici anni e per alcuni anni, suonò il piano in una taverna nei pressi dei docks di Amburgo.
In seguito, ricordando quel periodo della sua vita, disse: « Già a quell'età componevo di nascosto, alzandomi prestissimo il mattino. Durante il giorno trascrivevo marce per bande di ottoni e, a sera, suonavo nella taverna. »
Ma solo trent'anni più tardi rivelò le spiacevoli impressioni che la vita della taverna gli aveva procurato.
Il vecchio Brahms aveva fede nel suo Johannes, e l'insegnante di pianoforte del ragazzo era convinto che sarebbe divenuto un eccellente pianista, « se soltanto avesse smesso di comporre ».
A dieci anni, Brahms si era esibito in concerto, ottenendo un tale successo che l'impresario cercò di convincere il padre a lasciar compiere un giro di concerti al fanciullo.
La possibilità di guadagnare del denaro allettava il genitore, ma il maestro di Johannes lo persuase ad abbandonare l'idea e a lasciare che il ragazzo continuasse in pace gli studi.
Il suo maestro per il piano e la composizione era Eduard Marxsen, che seppe sviluppare il talento particolare del giovane.
Brahms frequentava le lezioni alquanto irregolarmente, ma, per una enorme sete di sapere, sopperì all'insegnamento saltuario leggendo quanti buoni libri poteva procurarsi.
Egli doveva sempre guadagnarsi da vivere, suonando nei caffè, dando lezioni, lavorando come accompagnatore; si esibiva inoltre come solista.
Così, nel 1850, accompagnò al pianoforte un violinista profugo ungherese, Edoardo Remenyi, che si era rifugiato ad Amburgo; alcuni anni più tardi, i due giovani musicisti partirono insieme per un giro di concerti.
Di questo periodo, Marxsen scrisse: « La memoria di Brahms era così forte, che non gli occorreva portar seco le parti per pianoforte. Egli sapeva a memoria tutto il repertorio di Remenyi, che comprendeva composizioni di Beethoven e di Bach e numerosi pezzi di Thalberg, Liszt e Mendelssohn. »
In un concerto tenuto a Celle, Brahms ebbe occasione di dimostrare la sua formidabile memoria e prontezza di mente.
Il pianoforte era accordato un mezzo tono sotto l'accordatura normale, e Brahms eseguì la Sonata in do minore di Beethoven, trasportandola, senza esitare, in do diesis minore.
Remenyi, un mezzo zingaro, era specializzato nella libera, semi improvvisata musica violinistica « ungherese ».
Ciò pose Brahms a contatto con le musiche zingaresche ungheresi, fattore importante delle sue future composizioni.
Ancora più importante per lui fu la conoscenza, durante quel giro di concerti, del violinista Joseph Joachim.
Joachim dimostrò subito un fraterno interesse per il giovane compositore e lo presentò a Franz Liszt, il più famoso pianista del tempo.
Liszt si entusiasmò per le composizioni di Brahms, sentimento che non risultò reciproco.
Brahms trascorse con Joachim, a Gottinga, un paio di mesi di spensierata vita studentesca, studiando intensamente filosofia e mu
sica da camera.
Fu durante questi giorni felici fra gli studenti che egli annotò alcuni versi di una poesia goliardica, usati più tardi nella Ouverture accademica.
Nel 1853 si recò a Düsseldorf con una lettera di presentazione per Robert Schumann il quale lo accolse caldamente e fu subito conquistato dalla novità della musica di Brahms.
Schumann lo chiamò «l'uomo nuovo » e « la giovane aquila », e scrisse su di lui un lungo articolo nella « Neue Zeitschrift für Musik », dal titolo Neue Bahnen ( Nuove vie) ; in esso diceva fra l'altro: « Salutiamo l’ arrivo di un giovane alla cui culla furono presenti le Grazie e gli Eroi. Il suo nome è Johannes Brahms. »
L'articolo rese immediatamente popolare il nome di Brahms in tutta la Germania, ma si rivelò anche un'arma a doppio taglio, perché creò due partiti: i fautori e gli avversari di Brahms.
Il giovane compositore considerò l'articolo come un impegno gravoso, perché faceva sorgere delle aspettative che temeva di non poter appagare. Esso era anche inesatto, in quanto presentava Brahms come un pioniere e un rivoluzionario, mentre non era che un « evoluzionista ».
Ma Schumann stesso lo aiutò in modo pratico; ottenne che i suoi editori, Breitkopf & Hartel, si interessassero alle composizioni di Brahms.
Guardando una copia stampata di una delle sue composizioni, Brahms ebbe a dire: «Quanto mi appare ordinata, timida e quasi prosaica, in questa veste ! Trovo difficile abituarmi a vedere questi innocenti figli della natura vestiti in abiti così decenti. »
Brahms suonò a Lipsia per la prima volta nel 1853.
Nonostante l'articolo di Schumann, i critici furono molto cauti, e non avvertirono il carattere individualissimo della sua arte.
In breve tempo, egli divenne molto intimo di casa Schumann; vi trascorreva lunghi periodi ed era trattato come un figlio.
Quando, nel 1854, Schumann tentò di suicidarsi, egli si recò immediatamente a Düsseldorf, per confortare la moglie del compositore, Clara.
Si stabilì nella città e fece tutto il possibile per aiutare la famiglia. Schumann fu ricoverato in manicomio, e per provvedere al sostentamento dei suoi, Clara Schumann (eccellente pianista), Joachim e Brahms partirono per un giro di concerti.
Durante la tournée, Brahms conobbe Anton Rubinstein, il quale scrisse a Liszt: « Riguardo a Brahms, non so come dirti l'impressione che mi ha fatto. Non è abbastanza malleabile per i salotti, non ha un temperamento da sala da concerto, e non è abbastanza " dirozzato " per la città. Non ho fiducia in temperamenti simili. »
Nel 1857, Brahms divenne insegnante privato in casa del principe Lippe-Detmold, ciò che gli permise di dedicarsi senza interruzione alla composizione.
Terminò nel 1859 una delle sue composizioni più belle, il Concerto in re minore per piano e orchestra, che però, eseguito a Lipsia, fu duramente stroncato dalla critica.
Ad Amburgo, sua città natale, ebbe migliore accoglienza; ma nonostante la crescente reputazione come compositore, non gli fu assegnata la direzione dell'orchestra della città, con suo grande disappunto.
Ne fu così amareggiato da decidersi a lasciare l'amata Amburgo per Vienna, ove, dal 1863, risiedette stabilmente.
Ben presto imparò ad amare la gaia vita della capitale austriaca, e questo suo entusiasmo trovò espressione più tardi nei valzer e nelle danze ungheresi che compose in onore della nuova patria.
Qui il primo successo decisivo fu il Requiem tedesco (Ein deutsches Requiem) (1868), su versetti della Bibbia liberamente scelti.
A Vienna, Brahms trovò uno fra i suoi più e accesi sostenitori nell'eminente critico Hanslick, e con il suo appoggio ben presto raggiunse una posizione eminente nei circoli musicali della città. Fu nominato direttore della Singakademie (Accademia di canto), posto che lasciò dopo breve tempo per insofferenza a ogni sorta di legame.
La sua smania di viaggiare gli faceva rifiutare qualsiasi incarico stabile. Fu, è vero, presidente della Gesellschaft der Musikfreunde di Vienna dal 1872 al 1875, ma questo fu l'ultimo incarico stabile che tenne.
Quando gli offrirono la direzione dell'orchestra di Düsseldorf, rifiutò con queste parole: « La ragione principale del mio rifiuto è di natura infantile e deve essere tenuta segreta (forse è da ricercare nelle linde, amabili taverne di Vienna e nell'indole rozza e superficiale dei paesi lungo il Reno, e specialmente di Düsseldorf).
A Vienna non ha importanza che io sia scapolo, mentre in una piccola città uno scapolo è un ridicolo minchione. Sposarmi non voglio, ho le mie ragioni per sfuggire il sesso debole. »
Brahms ebbe degli interpreti eccezionali che con zelo ardente si prodigarono a rendere popolari le sue composizioni: Clara Schumann era l'interprete dei pezzi per pianoforte.
Dopo la morte di Schumann, ella si era prefissa come una missione di far apprezzare le composizioni del marito, e a esse unì quelle di Brahms.
Joachim si fece interprete, mirabile, delle composizioni per violino di Brahms, e l'eminente cantante Stockhausen di una produzione di liriche da camera in costanteaumento. Infine, Brahms stesso richiamava l'interesse sulle sue composizioni eseguendole, da direttore e da pianista, in tutti i paesi di lingua tedesca e anche altrove.
Della vita viennese di Brahms, uno dei suoi contemporanei scrisse che spesso si poteva incontrare il maestro a passeggio per le vie, lento e tranquillo, con i folti capelli grigi, la lunga barba, il viso rubicondo, la pancia prominente, scarpe e vestito sempre di misura abbondante.
«Quando parlava, dava l'impressione di essere un commerciante di Amburgo. Alle tre del pomeriggio lo si trovava immancabilmente al caffè Heinrichshof, di fronte all'Opera. Seduto presso l'invetriata, beveva il caffè, talvolta addormentandosi con il capo contro il vetro.»
Henry Hadow riferisce, nel suo libro Music, un aneddoto tipico.
A una festa per il compleanno di un tale, l'oste recò una bottiglia
di vino coperta di ragnatele, dicendo che esso superava tutti gli altri vini «come la musica di Brahms supera quella di tutti gli altri compositori ». « Portatela via, portatela via, » disse Brahms, « e dateci una bottiglia di Bach.»
Durante gli anni di Vienna, Brahms fu ammirato e stimato sempre più. La sua cerchia di amici amava in lui l'uomo e la sua arte, e un pubblico assai esteso seguiva con interesse il suo crescente affermarsi.
E con esso giunsero riconoscimenti e onori; Cambridge gli offrì una laurea ad honorem e, nel 1879, Breslavia fece altrettanto.
Dieci anni dopo fu fatto cittadino onorario di Amburgo, ciò che fu da lui considerata una sorta di ammenda al rifiuto del 1862.
Nel 1896 fu insignito dell'Ordine di Leopoldo, ed eletto membro onorario dell'Accademia di Belle Arti di Parigi.
Brahms non dava molta importanza a tutto ciò e nell'intera sua vita non fece mai uso di alcuno dei titoli conferitigli.
Diceva: « Mi dà più piacere una bella melodia che l’Ordine di Leopoldo. Se una delle mie sinfonie ha successo, ciò è più importante per me di qualsiasi onoranza civica. »
Era anche molto modesto nell'apprezzamento della propria attività di compositore, e una volta disse: « Ci è concesso di vivere e di crescere in fama per il fatto che la gente, in generale, non apprezza il meglio — concerti di Mozart, per esempio. Se soltanto si accorgesse che riceve a gocce da noi, mentre potrebbe dissetarsi abbondantemente da altri ! »
Brahms non si sposò mai. Due volte s'innamorò, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi.
La sua amicizia platonica con Clara Schumann (che aveva quattordici anni più di lui) durò fino alla morte di lei, avvenuta nel 1896.
Poco dopo, Brahms ebbe un collasso. Si recò a Bad Ischl per recuperare la salute e le forze, ma i dottori diagnosticarono una grave malattia del fegato, che si sviluppò in cancro.
All'oscuro di questa diagnosi, con indomabile volontà e ottimismo,
Brahms sperò sempre in un miglioramento.
Continuava le sue passeggiate, si recava ai concerti, ma quando — il 13 marzo 1897 —volle recarsi ad ascoltare l'operetta dell'amico Johann Strauss, Die Göttin der Wernuft, non ebbe la forza di raggiungere a piedi il teatro.
Quindici giorni prima della morte, si trascinò alla casa di un amico, dove si dovevano eseguire due quintetti, uno suo e uno di Weber. Era troppo debole per ascoltarne più di uno, e gli fu chiesto quale volesse ascoltare; scelse quello di Weber.
Il 26 marzo scrisse alla sua matrigna cercando di confortarla, dicendole che tutto sarebbe di nuovo tornato come prima, gli occorreva solo avere un po' di pazienza.
Morì il 3 di aprile.
Nei suoi ultimi anni di vita, Brahms fu poco socievole, intrattabile. Aveva sì una vasta cerchia di buone amicizie, e con l'andar del tempo ne fece delle altre; ma spesso il suo contegno era irragionevole e incontrollato con gli amici più intimi, con gli estranei scortese, arrogante, ironico e sarcastico.
Eppure in gioventù era stato espansivo, entusiasta, affabile, di animo candido.
Durante tutta la vita simpatizzò, amò, fu gentile coi bambini, ed essi lo ricambiarono.
Aveva sempre le tasche piene di dolciumi da distribuire ai bimbi che incontrava.
Fu anche affezionato alla sua famiglia, premuroso per essa e per quanti sapeva in difficoltà.
La spiegazione di questo mutamento sta probabilmente nelle delusioni vissute in gioventù; aveva avuto un'infanzia difficile.
Quando all'età di ventuno anni avvicinò Schumann, provò qualcosa di cui fino allora aveva ignorato l'esistenza, e subito divenne aperto, entusiasta, pieno di fiducia nella vita e di coraggio, perché per la prima volta aveva incontrato la cordialità, la fiducia, l'amicizia.
Quegli anni appaganti trascorsi in casa Schumann passarono come un sogno.
Egli conobbe il primo grande dolore quando Schumann divenne pazzo e morì, e la prima grande delusione quando si innamorò di Clara Schumann.
Non giunse ad alcuna conclusione: la meravigliosa avventura andò in pezzi.
Un paio d'anni più tardi era di nuovo innamorato, anzi fidanzato, ma quando si trattò di concludere il matrimonio, recalcitrò, non potè legarsi.
Aveva perduto la fiducia in sé stesso.
Alcuni anni dopo, ebbe l'infelice ispirazione di apporre la firma a un manifesto contro una « nuova tendenza tedesca » in musica, avendo più innanzi ragione per rimpiangerlo con amarezza.
Le delusioni si susseguivano; ogni volta che cedeva ai suoi impulsi sinceri e naturali, doveva pentirsene poi.
Così l'unica soluzione era quella di rinchiudersi in sé stesso, trincerarsi dietro mordaci risposte, scherzi beffardi e sarcasmo. Fece il proposito di avventurarsi solo quando avrebbe potuto sostenere a fondo le sue idee.
Brahms non guarì mai del suo amore per Clara Schumann. Vent'anni dopo il loro primo incontro, scriveva : « Vi amo più di me stesso, più di ogni altra persona e ogni altra cosa sulla terra. » Ciò, tuttavia, non gli impedì, d'innamorarsi abbastanza frequentemente di altre donne.
Ma in genere egli disprezzava il sesso debole, e i suoi scatti d'ira verso di esso erano frequenti.
Un giorno, nei suoi ultimi anni, si comportò scandalosamente a un ricevimento: senza alcuna ragione incominciò a inveire contro le donne, eccitandosi sempre più e peggiorando le sue espressioni fino a pronunciare parole volgari. Il ricevimento fu interrotto. Brahms tentò più tardi di spiegare il contegno a un amico; gli narrò la sua infanzia disgraziata e gli orrori delle taverne del porto nelle quali aveva suonato, esclamando appassionatamente : « Quella fu la mia prima impressione dell'amore femminile! Non potete attendervi che abbia per le donne la reverenza che avete voi! »
Di fatto, egli era solo e privo di appoggio, in lotta con le impressioni della sua fanciullezza, col mondo e con se stesso.
In un gruppo di amici, urtava sempre qualcuno con espressioni sgarbate. Poi, sul punto di andarsene, si fermava presso la porta e diceva: «Se c'è qui qualcuno ch'io non abbia offeso, gli chiedo di perdonarmi. » Non sembra di udire un fanciullo che con la disperazione nel cuore cerca di coprire la sua ritirata con un'ultima
smargiassata?
Non ci sorprende il fatto che Brahms perdesse gli amici e si facesse una reputazione di persona spiacevole e maleducata.


Anton Bruckner
(Ansfelden 1824 - Vienna 1896)

Intorno al nome di Anton Bruckner si è svolta una delle dispute più acerbe di tutta la storia della musica.
Egli non vi prese parte diretta, ma la sua persona fu in prima linea nella battaglia musicale degli ultimi trent'anni del XIX secolo.
Bruckner fu il primogenito di una famiglia di antico ceppo contadino che viveva in una piccola città dell'Austria, dove il padre, un uomo mite e religioso, era maestro di scuola.
Anton ebbe da lui le prime nozioni di musica; ma rimase orfano a dodici anni. La madre lo fece entrare come corista nel coro del monastero di S. Florian, dove imparò il pianoforte e il basso numerato.
A diciassette anni si guadagnava da vivere come maestro supplente; ma la sua passione era la musica, a cui dedicava tutto il tempo libero, tra l'altro ricopiando per intero la bachiana Arte della
fuga, perché gli divenisse familiare.
Ai proventi dell'insegnamento scolastico, aggiungeva quelli di suonatore nei balli delle feste di nozze, e di organista nelle feste religiose.
Più tardi la sua posizione scolastica migliorò, e poté dedicarsi più liberamente ai primi tentativi di composizione.
Un'eminente abilità di organista, l'estesa conoscenza musicale e un raro dono d'improvvisazione gli fecero ottenere il posto di primo organista a Linz (1856).
Da Linz si recò sovente a Vienna per studiare il contrappunto con il maestro Sechter, divenendo un abile contrappuntista.
Nel 1867, raccomandato da Herbeck, ottenne la cattedra d'organo e contrappunto al Conservatorio di Vienna, e il posto di organista di corte.
Nel 1875 aggiungerà a questi incarichi quello di lettore di musica all'Università di Vienna, di cui nel 1891 fu nominato dottore. Profondamente religioso e di indole e abitudini semplici, egli non si trovò mai a suo agio nella grande città imperiale allegra
e rumorosa.
Racconta un suo contemporaneo : « Chi avesse camminato per le vie di Vienna intorno al 1880, avrebbe incontrato tre artisti ben significativi: Wolf, Brahms e Bruckner. Quest'ultimo portava sempre una giacca nera di lana ruvida : aveva la testa rasata, il naso aquilino, che gli dava un'aria quasi baldanzosa, il collo d'avvoltoio sporgente da un ampio colletto bianco rivoltato. Teneva il largo cappello di feltro in una mano, nell'altra un fazzoletto azzurro, per asciugarsi il sudore che gli scendeva sulla fronte o ripulirsi dal tabacco da naso i corti baffi grigi. È da meravigliarsi che frotte di monelli gli dessero la baia? »
Bruckner non era uomo da adontarsene.
L'infelicità sopraggiunse con la sua fama di compositore; iniziò con la sua dedizione a Wagner — dopo l'audizione di Tannhäuser — e al wagnerismo.
Bruckner si fece arditamente campione della musica wagneriana, facendo eseguire I maestri cantori a Linz prima della rappresentazione a Monaco; intrattenne corrispondenza con Wagner che gli inviava le sue partiture, fra cui quella di Tristano e Isotta.
Così fu coinvolto nelle dispute appassionate che si svolsero pro e contro la musica di Wagner, e i nemici di quello si schierarono contro di lui.
Ma ancora non era conosciuto che come esecutore e brillante improvvisatore.
Come tale diede concerti a Parigi (1868) e a Londra (1871). L'esecuzione di alcune sue sinfonie scatenò la bufera.
L'autorevole critico Eduard Hanslick, ostile a Wagner, le demolì con tale energia, che per diversi anni a Vienna tutte le esecuzioni delle opere di Bruckner fecero fiasco.
Wagner peggiorò le cose qualificandolo l'unico vero compositore di sinfonie dopo Beethoven, e Bruckner intitolò la sua Terza Sinfonia « Sinfonia wagneriana».
Da uomo molto modesto, Bruckner dubitò tuttavia per molti anni del proprio talento, pur dimostrando spirito e coraggio indomabili in quegli anni difficili.
Lavoratore infaticabile, aveva già composto la Quinta e la Sesta Sinfonia, prima che la Quarta fosse eseguita.
D'aggiunta, i wagneriani, a sua insaputa, lo proclamarono rivale di Brahms, ciò che gli attirò anche l'acerba reazione di questi: « Quanto a Bruckner, si tratta di un bluff che sarà dimenticato entro un paio d'anni. Egli dovrebbe ringraziarmi per essere diventato celebre.
Nietzsche sostenne un giorno che io lo sono divenuto per caso, perché gli antiwagneriani avevano bisogno di un'insegna. E una autentica scempiaggine. Ma l'affermazione è applicabile a Bruckner. Ora che Wagner è morto, i suoi seguaci hanno bisogno di un capo e per il momento non possono trovare niente di meglio di Bruckner. »
La presenza a Vienna di due personalità come Brahms e Bruckner doveva suscitarvi, in quel mondo artistico, violenti contrasti e accese opposizioni.
Rappresentano due tendenze ugualmente caratteristiche e opposte della sinfonia moderna: il primo, sulle orme dei compositori del passato, era incline a comporre nelle forme della musica classica, l'altro seguiva gli atteggiamenti della cosiddetta arte moderna, la via indicata da Wagner; e ciò può spiegare, da un lato, il carattere sobrio delle composizioni di Brahms e la loro perfetta unità e pienezza, e dall'altro, l'enormità e la mancanza di omogeneità di quelle di Bruckner, avvertibile nonostante l'apparenza massiccia e unitaria.
Col tempo l'opinione del pubblico nei riguardi di Bruckner mutò. Nel 1881, Hans Richter gli eseguì la Quarta Sinfonia; quattro anni dopo, la Settima sì affermò con successo; venne il riconoscimento imperiale — una rendita annuale, una decorazione, la residenza al castello di Belvedere per il resto della sua vita — ma Bruckner conservò la sua toccante semplicità fino alla fine.
I giovani studenti di musica Io adoravano ed egli li chiamava i suoi « gaudeamus».
Un aneddoto tipico racconta che quando l'imperatore Francesco Giuseppe gli chiese se poteva fare qualcosa per lui, egli rispose : « Veda un po' Vostra Maestà se questo Hanslick non possa scrivere meno scortesemente sul mio conto. »
Era così semplice che, dopo l'esecuzione della sua Quarta Sinfonia, dette a Richter un tallero perché andasse a bere un bicchiere di birra.
Trascorse gli ultimi anni appartato nella pace del Belvedere, immerso in meditazioni musicali e religiose.
Era sempre stato profondamente religioso, e si dice che, da organista, baciasse umilmente l’organo dopo il servizio divino.
Al Conservatorio, quando suonava la campana dell'Angelus, si inginocchiava in preghiera.
Dedicò la sua Nona Sinfonia « al caro Signore che è in cielo ».
La morte lo sorprese chino al lavoro, a settantadue anni.

Fyderyk Chopin
(Varsavia 1810 - Parigi 1849)


I biografi di Chopin non si sono mai trovati d'accordo sulla sua data di nascita, e anche dopo che fu rintracciato il suo certificato di battesimo, si è discusso se il padre di Fryderyk abbia denunciato l'esatta data di nascita del figlio.
Nicolas Chopin, il padre del compositore, apparteneva a una famiglia lorenese di fabbricanti di carrozze; emigrò in Polonia nel 1787, cercando in vari modi di guadagnarsi da vivere.
Fece il contabile, partecipò ai moti insurrezionali polacchi, guadagnandosi i galloni di capitano, e infine si impiegò come precettore presso una nobile famiglia residente a Zelazowa-Wola. Nel 1806, sposò Bustine Krzyzanowska, che viveva nella casa come
governante e che si ritiene fosse una lontana parente dei proprietari.
Essi ebbero quattro figli, dei quali Fryderyk era il secondo.
Nel 1812 Nicolas Chopin fu nominato insegnante di francese all'Accademia militare di Varsavia e, nell'anno seguente, insegnò letteratura al liceo.
La famiglia quindi si trasferì a Varsavia.
Il piccolo Fryderyk ebbe un'infanzia felice e una buona educazione.
Eccelleva nella musica, ma non solo in quella; nel 1824, infatti, insieme alla sorella Emilia, scrisse una commedia, che fu rappresentata dai quattro figli nel genetliaco paterno, e vi dimostrò una autentica abilità di attore.
Ma la sua più grande passione fu sempre la musica.
A quattro anni ebbe dalla sorella le prime lezioni di piano, e due anni più tardi cominciò a studiare regolarmente col musicista boemo Adalbert Zywny.
Sotto la sua guida fece rapidi progressi, così che a soli otto anni poté esordire come pianista, eseguendo musica di Gyrowetz, in un concerto di beneficenza a Varsavia.
Per l'occasione indossò dei pantaloni corti e una giacca di velluto dall'ampio collo, del quale andò molto fiero.
Ottenne un enorme successo, ma quando, terminata l'esecuzione, la madre gli chiese che cosa il pubblico avesse ammirato di più, il fanciullo rispose : « Il colletto, mamma. »
A quei tempi il pubblico di Varsavia era appassionato e competente di musica, e accolse il fanciullo prodigio a braccia aperte, vedendo in lui un nuovo Mozart.
I circoli aristocratici della città aprirono i battenti al giovane Chopin, che cominciò ad attirare su di sé quell'attenzione — delle donne, in special modo — che non doveva abbandonarlo per tutta la vita.
Cominciò quasi subito a comporre, e la sua prima composizione fu
una marcia dedicata al granduca russo Costantino, il quale la fece eseguire da una banda militare.
Iniziò a dodici anni lo studio dell'armonia e del contrappunto con Joseph Eisner, direttore del Conservatorio di Varsavia e noto compositore del tempo.
« Imparò da lui, » disse Liszt, « le cose più difficili da apprendere: a chiedere molto a sé stesso e ad apprezzare il valore di ciò che si può ottenere solamente con la pazienza e col lavoro. »
Fece la seconda apparizione in pubblico all'età di quindici anni, eseguendo un concerto per piano e improvvisando su un nuovo strumento, l’aeolopantalon, qualcosa di intermedio fra l'armonium e il pianoforte, inventato da un carpentiere di Varsavia.
Lo zar Alessandro espresse il desiderio di ascoltare questo nuovo strumento, e Chopin dovette suonare per lui, avendone in dono un anello di diamanti.
In quello stesso anno fu pubblicata la sua prima composizione, il Rondò per piano (op. 1), e da allora la musica fu la sua unica occupazione.
Si iscrisse al Conservatorio di Varsavia, abbandonando a sedici anni il liceo e gli studi scolastici perché la sua salute delicata non avrebbe resistito alla duplice occupazione; per altro aveva probabilmente già attinto alla scuola tutto quanto essa gli poteva dare.
Diverse fra le più famose composizioni di Chopin furono scritte durante questi anni giovanili, prima che egli partisse per Parigi all'età di ventun anni.
Appartengono a questo periodo i Concerti per piano, le Variazioni per piano e orchestra sul duetto La ci darem la mano dal Don Giovanni di Mozart, il Trio in sol minore, e gran parte dei brani minori pubblicati dopo la sua morte come op. 68-71.
Il suo nome cominciava a essere noto oltre i confini della Polonia. Nel 1829, egli si recò a Vienna per un concerto. Ebbe un tal successo che dovette farne subito un secondo.
Un editore austriaco si assicurò la pubblicazione delle Variazioni sul duetto mozartiano.
Un così grande talento non poteva rimanere nascosto a Varsavia. Chopin doveva recarsi all'estero e, a questo scopo, il padre indirizzò una petizione al ministro dell'Educazione, in data 13 aprile 1829:«Ho un figlio, le cui innate doti musicali richiedono un'accurata educazione artistica. Sua Maestà Imperiale lo zar Alessandro, di benedetta memoria, si degnò donargli un prezioso anello come segno della sua soddisfazione, quando mio figlio ebbe l'onore di essere ascoltato da sua Maestà Imperiale. Egli ha testé compiuto gli studi preliminari; ciò che ora gli occorre è di recarsi all'estero, specialmente in Germania, Italia e Francia, in modo da poter apprendere dagli esempi migliori. Le mie modeste risorse, rappresentate dal solo stipendio di insegnante, non possono provvedere i mezzi necessari per un tale viaggio, che dovrebbe durare circa tre anni. »
La petizione fu respinta, nonostante fosse raccomandata dal ministro dell'Educazione a quello delle Finanze.
Le autorità obiettarono che i « fondi pubblici » non potevano essere usati per aiutare « tale genere di artisti ».
Così la famiglia dovette sopportare le spese del viaggio di Fryderyk, del 1829, a Vienna, e dei successivi viaggi a Praga, a Dresda, e poi in Francia.
La prima passione amorosa di Chopin ebbe per oggetto la ventenne Costanza Gladkowska, studentessa di canto al Conservatorio.
Egli scrisse a un amico:« Ho trovato il mio ideale, e forse per mia sfortuna. L'ho servita fedelmente e silenziosamente per sei mesi.
Sogno di lei, e l’Adagio del mio concerto [in fa minore, op. 21] è intriso di questi sogni. Stamane essi mi hanno ispirato un piccolo valzer che ti invio [op. 70, n. 3]. »
Ma il giovane compositore doveva andarsene per il mondo.
Prima che egli partisse per Vienna, Costanza scrisse nel diario di lui: « Non dimenticare mai che in Polonia ti amiamo. In altre nazioni potranno apprezzarti e pagarti meglio, ma mai amarti di più. »
Chopin non doveva più rivedere Costanza né la Polonia.
In quello stesso anno i polacchi fecero un disperato tentativo di rivolta contro la Russia. Il risultato fu una sconfitta decisiva e il peggioramento delle loro condizioni.
Emigrati polacchi invasero l'Europa e specialmente la Francia, dove, dopo la rivoluzione di luglio, furono accolti con grande simpatia.
Chopin apprese la caduta di Varsavia a Stoccarda, dove si trovava in quel momento. Per giorni fu prostrato dal dolore, e il drammatico Studio detto « della rivoluzione » o « della caduta di Varsavia» pare appunto essere stato ispirato da questo avvenimento.
Triste e malfermo in salute, egli partì per la Francia e vi fu calorosamente accolto.
La qualità di esule polacco e il suo aspetto erano ben fatti per attrarre l'attenzione in quei giorni di esaltazione romantica.
Uno dei suoi amici lo descrive così: « Aveva la fronte alta e nobile, gli occhi espressivi e dolci — i cosiddetti occhi del daino — capelli lucidi e folti, le mani piccole e delicate. »
Fu idolatrato, si trovò presto a suo agio nei saloni della più alta società parigina, e poté contare amicizie fra i musicisti e artisti più eminenti dell'epoca: Bellini, Berlioz, Meyerbeer, Liszt, Balzac, Delacroix, Heine.
All'inizio del 1833 scriveva in una lettera: « Sono stato ammesso nei circoli più esclusivi della città. Occupo già un posto alla pari con ambasciatori, principi, ministri, ma, in verità, non so quale miracolo abbia prodotto tutto ciò, perché mai io mi sono fatto avanti... A Parigi ho fatto amicizia con tutti i musicisti della città, sebbene mi trovi qui soltanto da un anno.
Anche i più famosi fra loro mi dedicano delle composizioni prima ancora ch'io abbia potuto dedicare a loro le mie. »
All'inizio del soggiorno parigino, Chopin dette numerosi concerti, ma dopo l'inverno 1834-35 cessò quasi del tutto di apparire in pubblico.
Si era accorto che il suo stile di esecuzione non era adatto alle grandi sale da concerto, ma richiedeva sale piccole e intime.
Si concentrò allora soprattutto nella composizione; i pochi concerti in cui si presentò ebbero carattere del tutto privato, e principalmente lo scopo di far conoscere le sue nuove composizioni.
Ma la vita a Parigi era dispendiosa, e Chopin fu costretto a dar lezioni di piano.
La maggioranza dei suoi allievi apparteneva a famiglie facoltose, che lo compensavano in misura rilevante, ma in genere studiavano per puro passatempo, e in seguito si parlò ben poco di loro.
Nell'autunno 1836, Chopin si legò di profondo affetto alla divorziata e ricca contessa polacca Delfina Potocka, sua allieva. Egli negò sempre che questa fosse una relazione amorosa, ma dalla sua corrispondenza, ritrovata in seguito, si deve pensare il contrario.
Kazimierz Wierzynski, nella biografia di Chopin pubblicata nel 1949, scrive che « oggi non possiamo più dubitarne, confermandolo le loro lettere venute in luce dopo più di cent'anni e visibili al Museo nazionale di Varsavia ».
Bernard Scharlitt, editore delle lettere di Chopin, afferma che la contessa Potocka fu l'amante di Chopin, ma che egli fu attratto a lei, più che dalla singolare bellezza, dalla sua voce meravigliosa.
La loro relazione non durò molto, ma pare aver lasciato una traccia profonda in entrambi.
Dal letto di morte Chopin la mandò a chiamare, e la contessa cantò per lui allietando i suoi ultimi istanti. Fu l'unica donna, così si disse, che abbia sinceramente ricambiato il suo amore.
Chopin le dedicò il Concerto in fa minore (op. 21), che gli era stato ispirato da Costanza Gladkowska, e il Valzer in re bemolle maggiore (op. 64, n. 1.).
Chopin raggiunse il più alto momento del suo genio creativo all'inizio del 1830.
Le composizioni fluivano senza sosta. In Germania, Schumann aveva scritto un entusiastico articolo sulle Variazioni «Là ci darem la mano», che concludeva con le parole : « Giù il cappello, signori, siamo di fronte a un genio! »
Durante il suo viaggio a Dresda, nel 1835, Chopin conobbe Maria Wodzinska, figlia di un conte polacco.
Si innamorarono follemente l'uno dell'altra e si fidanzarono.
Risultato di questa vicenda fu il Valzer in la bemolle maggiore (op. 69, n. 1), che egli compose per lei.
A causa dell'opposizione del padre di Maria, le nozze non ebbero luogo, e il ricordo della giovane donna doveva ben presto essere sopraffatto da un'altra esperienza, la più importante nella vita di Chopin.
Nel 1837, egli conobbe la scrittrice Gorge Sand (Aurore Dupin, baronessa Dudevant), di quasi sei anni più anziana di lui, che era stata per breve tempo l'amante del poetaAlfred de Musset.
La loro amicizia si tramutò in un amore che doveva durare dieci anni.
Il Compositore cadde ammalato nell'inverno 1835-36. I medici fecero una diagnosi di influenza, ma la malattia degenerò in seguito in tubercolosi.
Chopin era così malato da non avere neppure la forza di scrivere ai genitori, e un giornale di Varsavia pubblicò persino la notizia della sua morte.
Le sue cattive condizioni di salute e i reumatismi di cui soffriva un bimbo della Sand li decisero, nell'autunno del 1838, a recarsi a Majorca, come a un opportuno soggiorno climatico.
Ma a Majorca, le condizioni di Chopin peggiorarono, e fu richiesto l'intervento di un medico.
Saputa la vera natura della malattia, i coabitanti si allarmarono, e il proprietario dell'albergo che li ospitava insistette perché si trasferissero altrove, dopo aver fatto bruciare e disinfettare i letti a loro spese.
Chopin e George Sand fissarono la loro residenza nel vecchio monastero di Valdemosa, ambiente disagiato per un malato nelle sue condizioni.
Malgrado queste traversie, il periodo trascorso a Majorca fu uno dei più produttivi del compositore.
Chopin e la Sand trascorsero gli anni successivi a Parigi e a Nohant, dove la scrittrice aveva una proprietà.
La relazione fra i due è stata variamente giudicata. Alcuni hanno considerato Gorge Sand come il cattivo spirito di Chopin, ma non si può non considerare che, nonostante la mancanza di armonia nelle loro relazioni, è indubbio che le cure di George Sand hanno contribuito a prolungargli la vita; ch'ella gli offrì il modo di continuare la sua opera creatrice, liberandolo dalle preoccupazioni economiche.
Quando la separazione apparve inevitabile, Chopin era un uomo fisicamente finito.
I differenti giudizi che sono stati dati sui protagonisti di questa storia d'amore, possono essere riassunti dalle opinioni di due loro contemporanei. Il poeta polacco Mickiewicz scrisse:« Chopin è per lei il suo spirito maligno, il suo vampiro, la sua croce. Egli tormenta George Sand e ne causerà la morte. »
Un altro contemporaneo invece scriveva:«Lei (George Sand) rinchiude la sua farfalla in una gabbia e la domina nutrendola di fiori e di nettare. È il periodo dell'amore. Quando l'insetto comincia a lottare per la sua libertà, lo trafigge con uno spillo.
E’ l'abbandono. Ma è sempre lei che decide il momento.
Dopo averlo vivisezionato, lo imbalsama e lo aggiunge alla sua collezione di eroi da romanzo. Così ha fatto di Chopin nel suo libro Lucrezia Floriani. »
La rottura fra i due fu dovuta soprattutto a inframmettenze dei figli di George Sand; Maurice Sand odiava Chopin e fece quanto era in suo potere per distruggere la loro relazione.
E quando Chopin prese le parti di Solange, la figlia, contro sua madre, la situazione divenne insostenibile.
Ma sino all'ultimo giorno della sua vita, il compositore conservò tra i fogli del suo diario una ciocca dei capelli di George Sand, chiusa in una busta su cui aveva tracciato le iniziali dei loro nomi: G.-F.
Durante gli ultimi due anni di vita, Chopin non fu più in grado di comporre.
Quando scoppiò la rivoluzione del 1848, come molti altri artisti si rifugiò in Inghilterra e nonostante le precarie condizioni di salute si dedicò a una lunga serie di concerti.
Ma era così debole e malato che le esecuzioni ne risentirono, e le accoglienze del pubblico inglese furono fredde.
A Edimburgo ebbe un collasso.
Nonostante le attenzioni e le cure prodigategli da alcuni buoni amici, non ci fu più nulla da fare.
Riuscì a tornare a Parigi, nel novembre 1848, e ivi morì il 17 ottobre dell'anno seguente.
Dopo la sua morte fu rinvenuto un pacco di lettere, legato con un nastro di seta, sul quale aveva scritto di sua mano : « Moja bieda» (Il mio dolore). Erano lettere di Maria Wodzinska e di sua madre.
Fu sepolto nel cimitero Pére Lachaise di Parigi accanto al suo amico Vincenzo Bellini.

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