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Piotr Iljic Ciaikovski
(Viatka 1840 - San Pietroburgo 1893)
Figlio di un ispettore di miniere russo e di madre francese, di vent'anni più giovane del marito, dimostrò da bambino una natura piena di impulsi, sognante e sensibile, assai comunicativa delle sue impressioni, sentimenti e inclinazioni.
Cominciò lo studio del pianoforte assai presto, e la musica prese tale ascendente su di lui che talvolta si svegliava a mezzo della notte, esclamando:«Senti la musica?»
Quando il padre non gli permetteva di suonare, tamburellava con le
dita sul tavolo, su uno schienale, su uno stipite di porta.
Aveva dieci anni quando la famiglia si trasferì a San Pietroburgo e venne mandato a scuola.
Il suo maestro lo descriveva come un fanciullo sensibile e simpatico, che non mostrava abilità speciale in nessuna materia. Quando da scolaretto udì per la prima volta un'orchestra sinfonica, ne ebbe una tale impressione che vaneggiò tutta la notte nel suo letto.
Il padre aveva deciso che studiasse legge, permettendogli contemporaneamente di prendere lezioni di musica.
Non vi mostrò alcun particolare talento, e quando il padre chiese al maestro di pianoforte se il ragazzo avesse potuto dedicarsi alla musica, la risposta fu un deciso « no ! »
A diciannove anni assunse un impiego al Ministero della Giustizia, ma mostrò assai scarso interesse per questo lavoro.
D'altra parte la musica lo attirava sempre più ed egli divenne frequentatore assiduo di concerti e dell'opera.
Quattro anni dopo lasciava il posto per entrare al Conservatorio di Pietroburgo, dove mostrò uno zelo e un'applicazione tali da impressionare i suoi maestri. Si dice che abbia scritto duecento variazioni, su un tema datogli, in una notte.
In una lettera alla sorella, nel 1861, scriveva: « Chissà, forse fra tre anni tu ascolterai la mia opera e canterai le mie arie!... Dovrai convenire che col mio talento piuttosto eccezionale (spero che tu non interpreti queste mie parole come una spacconata) sarebbe follia non fare un tentativo in questa direzione.
Temo solo il mio carattere molle, che la mia indolenza prenda il sopravvento. Ma se riuscissi a vincermi, ti assicuro che arriverei a qualcosa. Fortunatamente non è ancora troppo tardi. »
La sua prima composizione stampata fu uno Scherzo e improvviso per pianoforte (1867), e la prima composizione orchestrale eseguita,
un valzer, Danza del falciatore, diretto da Johann Strauss al teatro Pavlovska nel 1865.
Ciaikovski conservò sempre una predilezione per il valzer e ne fece sovente uso. Per l'esame finale al Conservatorio, nel 1865, preparò una cantata per soli, coro e orchestra sull'ode di Schiller, Alla gioia (la stessa musicata da Beethoven nella Nona Sinfonia).
Le opinioni su questa cantata furono discordi. Cesar Cui affermava che era « estremamente debole» e che le qualità di Ciaikovski « non avevano oltrepassato la misura di una composizione da conservatorio ».
Laroche invece ne fu entusiasta : « In voi io vedo la più grande — o piuttosto la sola — speranza della nostra musica futura.
Ci vorranno probabilmente altri cinque anni prima che possiamo salutare delle vostre composizioni propriamente originali; ma le vostre composizioni affermate e mature supereranno tutto quello che abbiamo ascoltato dopo Glinka. »
Nel 1866, Ciaikovski assunse il posto di insegnante di teoria al Conservatorio di Mosca, dove era direttore Nicolai Rubinstein, e iniziò a comporre la sua prima sinfonia.
Vi si dedicò con tanta concentrazione da risentirne in salute.
Il medico constatò che era sull'orlo di un collasso nervoso e gli ordinò riposo immediato.
Nella famiglia esisteva una pericolosa predisposizione alla nevrastenia e all'epilessia, e il compositore se ne preoccupò; in una lettera al fratello Modesto scrisse che « la sentiva come una spada di Damocle sul suo capo ».
Ciaikovski non ebbe fortuna con questa prima composizione.
Solo due tempi della sua prima sinfonia, Sogni d’ inverno, vennero
eseguiti, ed egli non perdonò mai ad Anton Rubinstein, a sua volta direttore del Conservatorio di San Pietroburgo, di aver mutilato la composizione, e la sua amarezza prese forma di un'avversione per la Città, le sue autorità musicali, la stampa, il pubblico.
Ma anche a Mosca non ebbe fortuna. La sua prima opera Il voivoda (1868), venne ritirata dopo la quinta recita, e il poema sinfonico Fatum (1868) fu descritto da Balakirev come « un abominevole frastuono ».
Anche la fantasia-ouverture Romeo e Giulietta (1870), più innanzi divenuta tanto popolare, fu un insuccesso.
Un primo concerto di sue composizioni, nella primavera del 1871, incontrò poco favore.
La sua situazione finanziaria divenne precaria, e per guadagnare un po' di denaro in soprappiù, accettò molto malvolentieri un posto di critico musicale.
Borodin ci ha descritto il disordine della casa di Ciaikovski. Sul tavolo erano sempre avanzi di cibo, e spesso il compositore desinava a mezzanotte. Ovunque erano seminati fogli manoscritti a matita, cosparsi di bianco d'uovo, perché le annotazioni non si cancellassero.
Ciaikovski non mostrava alcun interesse per le donne.
È ben vero che egli attribuiva un grande valore alla gioventù e alla bellezza, ma nessuna donna in particolare lo attrasse.
La cantante francese Desirée Artot fu la prima alla quale dedicò qualche attenzione.
Si fidanzarono, ma immediatamente dopo il fidanzamento ella partì per un giro di concerti e, quattro settimane dopo, sposò un baritono spagnolo.
Ciaikovski non dette segno di essere scosso dall'avvenimento. Dalle sue lettere del tempo appare però che desiderava una normale vita di famiglia.
Nel gennaio 1875 scriveva:« Mi sento così solo. Se non avessi il lavoro, sarei sopraffatto dalla melanconia. Immagina, penso di finire la mia vita in un monastero... »
Nell'agosto 1876 scriveva a Modesto:« Ho deciso seriamente di prendere moglie. Mi rendo conto che vivere solo è l'ostacolo più grosso e insormontabile alla mia felicità; e quindi mi sforzerò di lottare con tutte le forze contro la mia indole solitaria. Farò di tutto per potermi sposare entro l'anno, e se non avrò il coraggio di portare a effetto questa determinazione, rinnegherò in ogni caso per sempre le mie infelici tendenze. »
All'inizio del 1877, scrisse: «Quest'anno cambierà completamente la mia vita. »
Era tormentato da ansietà nervosa. Il lavoro al Conservatorio gli pesava e la paga era inadeguata.
Egli dimostrava dieci anni di più della sua età; i capelli erano divenuti grigi e la sua espressione era abitualmente grave e triste. Confessava all'amico Kaskin: «Quello di cui ho bisogno è una matura zitella o una vedova... senza alcuna pretesa di passione ardente. »
Un giorno ricevette una prima lettera da una giovane allieva, Antonia Milyukova, che gli dichiarava il suo amore.
Egli tentò ripetutamente di spiegarle che non l'amava e che non avrebbe mai potuto renderla felice; ma quando ella minacciò di uccidersi, Ciaikovski consentì a sposarla, ben avvertendola del suo « particolare carattere ».
Il matrimonio fu una tragedia sotto ogni aspetto. Dopo qualche settimana egli non poté sopportare nemmeno la vista di sua moglie e, disperato, tentò di suicidarsi immergendosi sino al collo nell'acqua gelida della Neva.
Dopo nove settimane lasciò la moglie, partendo per un viaggio in Italia e Svizzera, per ricuperare le forze.
La sua vita era giunta a una svolta. Una ricca signora appassionata di musica, madame Nadejda von Meck, vedova di un magnate delle ferrovie, aveva preso grande interesse alla produzione di Ciaikovski e, apprese le difficoltà nelle quali si trovava, decise di aiutarlo.
Cominciò con l'ordinargli delle composizioni, pagandole principescamente.
Una corrispondenza si stabilì fra loro, e ben presto madame von Meck saldò tutti i debiti del compositore e gli offerse uno stipendio annuale di seimila rubli.
Ella pose una sola condizione: che non avrebbero mai cercato di incontrarsi.
L'ammirazione di madame von Meck per la musica di Ciaikovski fu genuina e sincera e il suo aiuto di grandissima importanza per lui.
L'intensa, febbrile produzione musicale di Ciaikovski, che seguì, può meglio far valutare il contributo di lei a questo nuovo slancio creativo del compositore.
La loro corrispondenza durò tredici anni, fino al 1890.
In seguito, quando ella gli scrisse che non avrebbe più potuto sostenere quei pagamenti, Ciaikovski rispose esprimendo la speranza che la loro corrispondenza potesse continuare come prima, ma ella non si fece più viva.
Ciaikovski non potè mai vincere il suo stato nervoso e gli accessi di depressione.
Anche durante i periodi più produttivi, parlava di sé come di un uomo « finito », costretto ad abbandonare la composizione.
Temeva continuamente di essere prossimo a morire, e questi tristi pensieri lo accompagnarono regolarmente mentre scriveva la sua ultima grande opera, la Sinfonia patetica.
Cinque giorni dopo la prima esecuzione di essa, si ammalò. Aveva dormito male e non scese come d'abitudine per la colazione.
Alle undici uscì per una visita, ma rientrò mezz'ora dopo. Sedette a tavola col fratello e col nipote, ma non mangiò; parlando, prese un bicchiere d'acqua non bollita e ne bevve una lunga sorsata.
Poiché in città vi era una epidemia di colera, i presenti furono impressionati da questa imprudenza, ma egli cercò di calmarli dicendo che aveva meno paura del colera che di qualunque altra malattia.
Le sue condizioni peggiorarono rapidamente e,alla sera, la malattia fu riconosciuta come colera.
Morì una settimana dopo.
Claude Debussy
(Saint German en Laye 1862 - Parigi 1918)
Primogenito di cinque fratelli, nacque da genitori molto poveri. Il vecchio «vagabondo », così Debussy chiamava a torto il padre, faceva di tutto per tirare avanti la famiglia, ma pare, tuttavia, che mancassero i mezzi per mandare Claude a scuola.
La madre gli insegnò a leggere e scrivere, ma egli non imparò mai bene l'ortografia, tanto che a trent'anni commetteva ancora grossi errori.
Benché circondato dalla povertà, Debussy dimostrò sempre una spiccata raffinatezza di gusti: sin da ragazzo le sue preferenze istintivamente andavano alle cose di eccezione piuttosto che alle comuni; egli selezionava e non si adattava all'ordinario, dimostrandosi un epicureo sin dalla giovane età.
A sette anni fu portato a Cannes, dove per la prima volta prese contatto con la natura e il mare, e indubbiamente ciò rappresentò la prima esperienza importante della sua vita.
Quasi quarant'anni dopo, ricordava tre cose di questo soggiorno: le rose, il mare e « il carpentiere di una nave norvegese che cantava senza posa da mattina a sera».
Debussy mostrò molto precocemente un interesse particolare per la musica, e subito dopo il soggiorno a Cannes i genitori gli fecero prendere lezioni di pianoforte.
Entrò al Conservatorio di Parigi nel 1873, e durante gli undici anni di studio ivi trascorsi, dimostrò poco entusiasmo per il metodo d'insegnamento teorico e tradizionale; il suo naturale entusiasmo per l'originalità e l'eccezione lo mise ben presto in dissidio con gli insegnanti.
Il suo professore di armonia, in particolare, era disperato per le sue improvvisazioni, caratterizzate da intollerabili dissonanze, intervalli e modulazioni interdette.
Comunque fece grandi progressi, raggiungendo sempre le votazioni necessarie per essere promosso da una classe all'altra.
Mentre frequentava la classe di armonia di Durand, scrisse le prime composizioni che ci sono state conservate.
Nel 1880 entrò nella classe di composizione di Ernest Guiraud, l'amico di Bizet, che ne apprezzò il valore, ma che, esaminate alcune sue composizioni, disse: «Sono molto interessanti. Ma sarebbe bene che tu aspettassi un po' con queste cose, se non vuoi perdere la possibilità di vincere il Prix de Rome. »
Debussy seguì il consiglio, ma non rinunciò del tutto alle sue ispirazioni, coltivandole per proprio conto negli intervalli fra le lezioni.
Un giorno, mentre improvvisava al piano per alcuni studenti di un corso inferiore, si volse a loro e disse: «Siete davvero così sorpresi? Non potete stare ad ascoltare degli accordi se non ne conoscete il nome? Ebbene, ascoltate ancora! E se non potete sopportarli, andate dunque dal direttore e ditegli che vi sto rovinando gli orecchi! »
Nel 1880 ottenne, tramite il Conservatorio, un'occupazione come pianista, per il periodo estivo, in casa di una nota mecenate russa, madame Nadejda von Meck, che per molti anni aveva sovvenuto Ciaikovski; e l'accompagnò con la famiglia nei suoi viaggi in Svizzera e in Italia.
Madame von Meck inviò a Ciaikovski una delle prime composizioni di Debussy, una Danse bohémienne, e questi rispose che era «una piccola composizione molto graziosa, ma troppo breve; non un'idea è pienamente sviluppata, la forma è appena abbozzata e non vi è unità ».
Giudizio poco incoraggiante, ma indubbiamente esatto secondo le norme tradizionali del tempo.
Debussy fu impegnato presso madame von Meck durante tre estati successive, e viaggiò con lei attraverso l'Europa occidentale e la Russia, col risultato di innamorarsi follemente della figlia sedicenne di madame von Meck, Sonia, di cui chiese la mano.
Ma egli era appena ventenne e povero ed ella un'ereditiera appartenente a una fra le più distinte famiglie della Russia.
Madre e figlia rifiutarono.
Durante l'inverno frequentava il Conservatorio di Parigi, e qui si legò di stretta amicizia con madame Vasnier, una cantante che amava la letteratura, la quale iniziò Debussy allo studio della poesia francese moderna.
Le sue prime liriche su poesie di Verlaine risalgono a questo periodo.
Nel 1884 vinse il Prix de Rome con la cantata L’enfant prodigue (Il fìgliol prodigo) e per tre anni visse presso l'istituto francese di Villa Medici, in Roma.
Ma sentiva la nostalgia di Parigi e di madame Vasnier: dopo aver iniziato e interrotto parecchie composizioni, volò in Francia.
I suoi amici lo persuasero a far ritorno a Roma; ma dal soggiorno romano non trasse alcun beneficio, e portò a termine con molta pena le composizioni che era tenuto a scrivere come vincitore di quella borsa di studio.
Non poteva accettare di essere confinato nei modelli classici, e ancora non era riuscito a crearsi uno stile proprio.
Le composizioni obbligate lo tormentavano sempre più.
Insistette per far ritorno a Parigi, « desideroso di vedere qualcosa di Manet e di udire qualcosa di Offenbach », sebbene in seguito si scusasse, dicendo che l'aria di Roma « mette in testa le idee più stravaganti ».
Infine, dopo due anni tornò definitivamente a casa, presentando la suite sinfonica Le printemps per coro e orchestra come « messaggio » romano.
Il suo ultimo « messaggio » scolastico, La demoiselle élue, cantata per soli, coro e orchestra, dal poema The blessed damozel di Dante Gabriele Rossetti, fu terminato a Parigi nel 1888.
Esso rimane la più popolare fra le sue prime composizioni ; ma egli non ha ancora trovato uno stile personale.
Qua e là rivela l'influenza di Massenet, sebbene a quel tempo il periodo massenetiano nello sviluppo del suo stile sia già finito.
I cinque anni seguenti furono difficili. Debussy guadagnava pochissimo ed esitava ancora sulla via da scegliere.
I suoi amici più intimi erano pittori impressionisti e poeti simbolisti, e le sue vedute artistiche erano molto influenzate dalle loro.
Nel mondo artistico di Parigi l'entusiasmo per Wagner aveva raggiunto il culmine; poeti e pittori ne erano affascinati, non meno dei musicisti, e Debussy seguì la corrente, visitando Bayreuth due volte, nel 1888 e nel 1889.
Nel 1887 si era recato a visitare Brahms a Vienna.
Il primo approccio non fu cordiale, ma l'atmosfera subito migliorò, e Brahms gli confidò fra l'altro la sua sconfinata ammirazione per la Carmen di Bizet, che aveva ascoltato ben venti volte.
L'indomani andarono insieme a visitare le tombe di Beethoven e di Schubert; e quando Debussy si recò a salutarlo prima di partire, Brahms lo abbracciò paternamente e gli fece i suoi migliori auguri per l'avvenire.
In quegli anni le sue composizioni non avevano successo, e per vivere fu costretto a dare lezioni di piano ed arrangiare musiche popolari.
Le composizioni di questo periodo di transizione — quali le due Arabesques per pianoforte, la Petite suite per piano a quattro mani, e la Fantaisie per piano e orchestra — ci rivelano un Debussy non ancora maturo, ma il loro fascino, la dolcezza, giovinezza ed eleganza sono irresistibili.
Alle orecchie dei contemporanei tali composizioni risuonarono così nuove da essere incomprensibili.
Alcuni compositori del tempo, tuttavia, compresero ciò che egli aveva in serbo, e qualche anno dopo Paul Dukas scrisse che Debussy « era, fra i giovani compositori di Francia, uno dei più originali e riccamente dotati ».
Ottenne il primo grande successo con la composizione orchestrale Prelude a l'après-midi d’un faune (1893), ispirata al poema di Stéphan Mallarmé.
A quell'epoca egli aveva già pubblicato un numero considerevole delle sue liriche più popolari e più caratteristiche.
Esse venivano spesso eseguite, ma la sua musica era intelligibile solo a una piccolissima parte del pubblico.
Il mutamento in suo favore avvenne nel 1900 con l'esecuzione dei tré Nocturnes per orchestra, e fu confermato, nel 1902, dalla prima rappresentazione dell'opera Pelléas et Mélisande, che fece sensazione, portandolo d'un balzo nel numero dei più grandi compositori francesi.
Romain Rolland scrisse che quest'opera era « una fra le tre o quattro affermazioni sovrane nella storia della musica francese ». Il riconoscimento ufficiale tuttavia esitò, ma infine egli fu insignito della Legion d'Onore.
Malgrado ciò, Debussy non era considerato un compositore popolare, e le opinioni sulle sue composizioni rimasero discordi. Con l'andar del tempo il numero dei suoi ammiratori via via crebbe, e diventò di moda fra i musicisti di chiamarsi
« debussisti ».
Ma Debussy non si curava delle loro adulazioni e quando, molti anni più tardi, uno dei suoi amici più intimi gli disse di esserne tediato, il compositore rispose: «Mi annoiano a morte. »
Le controversie sulla sua musica si estesero, sfortunatamente, alla sua vita privata.
Nel 1899 aveva sposato la sua amica Rosalie (Lili) Texier, una sarta. Le sue condizioni finanziarie erano così disastrose che, la mattina del matrimonio, dovette dare una lezione di pianoforte per sopperire alle spese del rinfresco.
Debussy era profondamente innamorato, e scriveva della moglie: « È incredibilmente cara e bella, come un personaggio di un'antica leggenda. »
Ma ella gli era molto inferiore come gusti e cultura, e dopo il matrimonio il compositore scriveva: « Non apprezza la musica che piace a Willy [un critico musicale], ma ha un suo gusto particolare.
La sua aria favorita è una melodia che parla di un granatiere dalla faccia rossa, col cappello sulle ventitré come un contadino, non molto estetico, per la verità. »
Per un certo tempo il matrimonio fu felice, ma poco dopo Debussy fece la conoscenza di una facoltosa e colta cantante, madame Emma Bardac, e ne rimase profondamente colpito.
Nel 1904 madame Bardac abbandonò il marito per Debussy.
Lili Debussy tentò di suicidarsi, e fu ricoverata all'ospedale in condizioni gravi.
Lo scandalo ebbe grande risonanza. Da tutti Debussy venne accusato di essersi venduto a una donna ricca e un gran numero di amici lo rinnegò.
La commedia di Henri Bataille, La femme nue (La donna nuda), scritta quattro anni più tardi, descriveva l'accaduto e i tre personaggi principali in modo assai palese.
Le opinioni sul comportamento di Debussy in questa occasione furono discordi; comunque è certo che, sposando Emma Bardac, per la prima volta in vita sua egli assicurò un fondamento sociale ed economico privo di preoccupazioni alla sua arte.
Finalmente poté dedicarsi esclusivamente alla musica, circondato da cose agiate e confortevoli.
Di più ebbe una figlia - Claude Emma – che amò sopra ogni cosa.
Mentre il matrimonio lo aveva trasportato in vita del tutto nuova, la fama cresente gli procurò nuovi doveri ed esigenze e ben presto si formò altre amicizie e attività sociali; ma allo stesso tempo fu più solitario, si immerse in un lavoro intenso come non mai, componendo alcune tra le sue opere di maggior rilievo.
Negli anni precedenti la prima guerra mondiale, Debussy compì molti giri di concerti, riportando grandi successi, sia come pianista che come direttore d'orchestra.
Ma si ammalò di cancro, e la sua capacità di lavoro fu fortemente ridotta.
La guerra lo rattristò fortemente. Nel 1915 fu sottoposto a un grave
intervento chirurgico, e negli anni successivi diventò sempre più debole. Il 23 marzo 1918, quando i tedeschi iniziarono il bombardamento di Parigi con la « grande Bertha », Debussy, che udiva le esplosioni dalla sua camera, era troppo debole per essere trasportato al sicuro in cantina. Morì due giorni dopo alle dieci di sera.
Gaetano Donizetti
(Bergamo 1797 - Bergamo 1848)
Figlio di povera gente, fu attratto in gioventù dalle scienze e dalla musica.
Ben presto questa prese il sopravvento, e per essa egli rinunciò a ogni altro proposito, dedicandosi appassionatamente, in Bergamo,
allo studio dell’ armonia e del contrappunto (era entrato a nove anni alla « Scuola caritatevole di musica » diretta da Simone Mayr, maestro di cappella in S. Maria Maggiore), più innanzi della composizione al Liceo musicale di Bologna, col Mattei.
Il buon successo della sua prima opera, Enrico di Borgogna, rappresentata a Venezia nel 1818 — che però fu eclissata da L'italiana in Algeri di Rossini, rappresentata la sera seguente — confermò la sua chiamata elettiva.
Seguirono Le nozze in villa, opera buffa, Pietro, il grande zar delle Russie, Zoraide di Granata, che iniziò i suoi successi, La zingara, La lettera anonima. Il pirata, che fu un insuccesso. L'aio nell’imbarazzo, Elvida, queste due ultime rappresentate a Napoli.
Ma i grandi successi iniziarono a Milano, nel 1831, con Anna Bolena, rappresentata nei teatri di tutta Europa, e con la deliziosa opera comica L'elisir d'amore (da Il filtro di Scribe).
Seguirono Parisina, Tasso, Lucrezia Bargia, Rosmunda, Maria Stuarda.
Nella stagione 1834-35 giunge a Parigi con Marin Faliero; ma anche qui il trionfo de I Puritani di Bellini oscurò notevolmente la sua affermazione.
Ritornato a Napoli, dove nel 1834 era stato nominato professore di
quel Conservatorio, vi compose Lucia di Lammermoor (1835) e un gruppo di altre opere.
Furono anni di angoscia per la scomparsa dei familiari, fra cui una bambina, e per la grave malattia e la morte della moglie.
Sperò di succedere allo Zingarelli come direttore del Conservatorio, ma gli fu preferito il Mercadante, come nativo di Napoli. Accedendo a un invito giuntogli — dovuto a Rossini — partì per Parigi, con l'intenzione di rappresentarvi Poliuto — nella nuova versione, Les martyrs — che la censura borbonica aveva vietato a Napoli; e là, in pochi giorni, scrisse La fille du régiment, per l'Opera-Comique.
Ritornò in Italia, nella sua città, accolto trionfalmente; ripartì per Parigi e qui, rimaneggiando una vecchia opera, portò a compimento La favorita (1840) che vi ebbe un grande successo. Compose poi, per l’Italia, Adelia e Maria Padilla, per Vienna, dove si recò ed ebbe l'incarico di « maestro direttore dei concerti privati », Linda di Chamounix (1842); poi, di nuovo a Parigi, scrisse Don Pasquale (1843), Maria di Rohan, Don Sebastiano.
In Vienna, dove la carica affidatagli lo riportò, cominciarono i primi sintomi della grave malattia, contratta nell'autunno 1843, che lo condusse alla paralisi e all'insania mentale.
Dopo un breve ricovero nel manicomio di Ivry, presso Parigi, fu riportato a Bergamo, sperando che l'ambiente gli giovasse; ma morì poco dopo il suo ritorno alla città nativa (8 aprile 1848).
Il successo delle opere di Donizetti (circa sessanta) è dovuto al suo squisito dono emotivo, alla loro ricchezza melodica.
Egli sembra capace di creare ogni genere di melodia senza sforzo alcuno: melodie dalla forma perfetta, affettuose, dolci, tenere, gaie e drammatiche, e sempre a un tempo efficaci e attraenti.
Non sono delicate come quelle di Bellini, né fortemente caratterizzate come le migliori di Rossini, ma giungono fin nel fondo del cuore per la loro semplicità, lo splendore e la perfetta costruzione.
Le opere di Donizetti sono alquanto disuguali per l'incessante ritmo di produzione da lui stesso impostosi, che andò talvolta a detrimento del livello artistico.
Nelle sue opere serie vi sono talvolta atteggiamenti superficiali e convenzionali; nelle opere comiche è un senso squisito di umorismo patetico che le pone fra le gemme del repertorio operistico.
Antonin Dvoràk
(Nelahozeves 1841 - Praga 1904)
Nacque in un villaggio sulle rive della Moldava, dove suo padre aveva un'osteria con macelleria.
La famiglia era numerosa e i mezzi limitati, ma il padre, che era amatore di musica, riconobbe subito le attitudini del figlio.
Questi ricevette lezioni di musica da un maestro di scuola che si dice fosse in grado di suonare qualsiasi strumento, e ad otto anni prese posto vicino al padre nell'orchestra del villaggio.
A dodici anni Antonin fu mandato da uno zio a Zlonice, per imparare il tedesco.
Qui vi erano molte più possibilità che nel suo paesello, in campo musicale; trovò un eccellente insegnante in Antonin Liehmann, maestro di scuola e organista, che gli insegnò la viola, il pianoforte e l'organo e — accortosi delle eccezionali qualità del ragazzo — i primi elementi di armonia.
La famiglia fu in un primo tempo contraria, ma poi acconsentì che Antonin andasse a studiare musica a Praga; e nel 1851 egli fu iscritto alla scuola d'organo di quella città.
L'aiuto finanziario che riceveva da casa era insufficiente e, per cavarsela, il ragazzo fu costretto a dare lezioni di musica, ad accettare ogni sorta di lavoro che avesse la fortuna di trovare. Diede l'esame di diploma nel 1859, con un risultato non brillantissimo (riuscì secondo, su dodici candidati), e il diploma attestava che era abile esecutore, ma debole nelle materie teoriche. Dvoràk non diventò mai un grande teorico né un vero maestro di contrappunto.
Egli soleva dire che imparava dagli uccelli, dai fiori, dagli alberi, da Dio e da sé stesso.
Diplomatosi, trovò un posto come violinista nella nuova Orchestra Nazionale Ceca diretta da Smetana.
Aveva già composto molto, ma come continuò a fare per molti anni, bruciava tutti i manoscritti.
Suonando in orchestra, si sviluppò in lui un interesse per il melodramma, e nel 1871 scrisse l'opera comica Il re e il carbonaro, che fu provata per quattro settimane al Teatro Nazionale, ma che egli ritirò dopo che Smetana gli disse: « E un lavoro serio, pieno di idee geniali, ma non credo che sarà rappresentato. »
Il primo vero successo venne l'anno seguente, quando il suo grande Inno patriottico, per coro e orchestra, un semplice omaggio all'indomabile popolo ceco, fece profonda impressione.
Nel medesimo anno sposò la cantante Anna Cermakovà.
Lasciò l'orchestra e assunse l'incarico meglio retribuito di organista nella chiesa di Sant'Adalberto.
In quel tempo fece una richiesta di sovvenzione al governo austriaco e la composizione da lui inviata alla commissione giudicatrice (Hanslick, Herbeck, direttore dell'Operaimperiale, e Brahms) fece una tale impressione che gli venne assegnato uno stipendio per diversi anni.
Fu in questa occasione che conobbe Brahms, di otto anni più anziano di lui, di cui divenne buon amico.
Brahms era un grande ammiratore dell'opera di Dvoràk, e lo appoggiò con entusiasmo.
Verso la metà del 1870, Dvoràk aveva già pubblicato un numero considerevole di composizioni: cinque o sei quartetti, tre quintetti, cinque sinfonie, tre o quattro opere e molte altre composizioni minori.
Non aveva ancora trovato una sicura espressione personale e il suo stile era ancora sotto l'influenza di Schubert, Beethoven e, fino a un certo punto, di Wagner.
Ma la sua musica aveva sempre un chiaro e forte carattere nazionale ceco.
E’ vero che egli non si servì quasi mai di melodie popolari, ma tutto il suo sentimento musicale era saturo di caratteristiche nazionali, e tutto quanto egli scrisse ne fu improntato.
In composizioni come i Duetti moravi (che Brahms raccomandò all'editore Simrock), le tre Rapsodie slave per orchestra, la prima raccolta di Danze slave sviluppò un linguaggio musicale suo proprio.
Da allora il suo pubblico si fa più vasto; riceve numerose commissioni per nuove composizioni, e le case editrici più note fanno a gara per avere ogni suo lavoro appena terminato.
In una lettera di quel tempo scriveva: « Ho letto in un giornale che il quartetto Hellmesberger eseguirà un quartetto che non ho ancora scritto. Sembra che non mi resti altro da fare che scriverlo. »
Un'altra frase della stessa lettera caratterizza il Dvoràk di quegli anni: « Ho una grande quantità di musica, ma non ho titoli: Schumann li ha esauriti tutti!,»
Un'opera importante di questo periodo è lo Stabat Mater, che Dvoràk scrisse nel 1876 dopo la morte della sua bambina.
Eseguito nel 1880 a Praga, fece grande impressione.
Qualche anno dopo fu eseguito cori grande successo a Londra e dette a Dvoràk l'occasione di conoscere l'Inghilterra.
Scrisse durante questo viaggio, nel 1884:« Devo dirti delle proporzioni del coro di qui — e non spaventarti! — ottocento cantori con ventiquattro primi violini in orchestra! L'effetto è impressionante. Salito sul podio, fui applaudito da un pubblico di dodicimila persone, con un'ovazione crescente, e dovetti ringraziare più e più volte... Ciò è pieno di buoni auspici per me e per l'arte ceca. »
La sua popolarità in Inghilterra andò aumentando e, nel 1891, ricevette la laurea ad honorem dall'Università di Cambridge, e continuamente inviti a dirigere nuovi concerti (fece nove giri di concerti in Inghilterra), ciò che gli permise di aumentare i compensi delle sue composizioni.
Di contro ai graditi trecento marchi avuti per le Danze slave — con le quali Simrock si fece un patrimonio — non si trovò contento dei tremila che lo stesso editore gli offrì qualche anno dopo per la Sinfonia in re minore. Ne chiese il doppio e lo ebbe, ciò che gli permise di appagare uno dei suoi sogni: comprare una terra in Boemia, dove trascorse sei mesi l'anno.
Nel 1891 andò a New York come insegnante al Conservatorio Nazionale, e, dal settembre 1892 al maggio 1894, fu a capo di questo istituto.
Il soggiorno in America ebbe una grande influenza sulla musica di Dvoràk, sia perché egli venne a contatto con altri mezzi di espressione musicale e in parte perché la lontananza dalla patria lo rese più consapevole della sua nazionalità.
Le composizioni del periodo americano rivelano nuovi temi americani e un accresciuto sentimento per il suo paese.
La più nota fra esse è la sinfonia n. 5, Dal Nuovo Mondo, eseguita la prima volta alla Carnegie Hall a New York, il 15 dicembre 1893. Ritornò in patria nel 1895, accettò il posto di direttore del Conservatorio di Praga e, sebbene sollecitato, in America non tornò più.
Nei suoi ultimi anni fu onorato come uno dei più grandi figli della sua patria; ricevette una laurea dall'Università di Praga e fu il primo musicista a essere eletto membro della Camera Alta austriaca.
La sua vita familiare fu veramente felice.
Godette sempre un'ottima salute e componeva con assiduità; si occupava dei suoi piccioni e del suo giardino ed ogni sera andava all'osteria a fare la fumatina che in casa gli era proibita.
Morì improvvisamente il 1° maggio 1904, all'età di sessantatre anni.
César Franck
(Liegi 1822 - Parigi 1890)
La scelta della carriera musicale fu imposta a Franck dal padre, che desiderava vivamente di fare dei suoi due figli dei fanciulli prodigio.
Furono avviati, dalla prima infanzia, l'uno, César, allo studio del pianoforte, l'altro, Joseph, al violino.
Quando César ebbe undici anni, il padre lo giudicò abbastanza maturo per un giro di concerti nel Belgio, ma poiché non ebbero successo, decise di fargli continuare gli studi con miglior insegnamento, al Conservatorio di Parigi, dove il ragazzo entrò nel 1837.
L'anno seguente egli si affermava suonando a prima vista.
In un concorso pianistico, poiché la musica imposta gli sembrò troppo facile, l'eseguì con bravura trasportandola una terza sotto.
Il risultato non fu quello che egli si aspettava: il vecchio direttore. Cherubini, si indignò della libertà che l'allievo si era presa, gli negò il primo premio e solo considerando che l'esecuzione era stata eccellente gli assegnò un grand prix d'honneur.
Proprio quando stava per essergli assegnato il Prix de Rome, il padre tolse il figlio dal Conservatorio con l'intenzione di fargli iniziare la carriera del giovane virtuoso.
Ma ancora, una tournée nel Belgio non ebbe il successo aspettato.
Quattro anni più tardi, Franck portò a termine un oratorio biblico, Ruth; non ebbe fortuna con esso, fu persino accusato di plagio, e passarono vent'anni prima che fosse eseguito la seconda volta.
Nel febbraio 1848, Franck si sposò, nella chiesa di Notre-Dame-de-Lorette, dove era organista.
La cerimonia ebbe luogo durante la rivoluzione del 1848, e il corteo nuziale dovette arrampicarsi sulle barricate per giungere alla chiesa.
Lo sposo dette alcune lezioni nel pomeriggio stesso della cerimonia per pagare la colazione nuziale.
La coppia era povera, ma felice, César particolarmente, per essersi sottratto all'autorità del padre.
Egli non desiderava la ricchezza — la sua vita era la musica — e cominciò a lavorare sistematicamente.
Si era tracciato un orario di lavoro e la maggior parte della sua giornata era occupata dalle lezioni che gli davano da vivere, ma gli rimanevano due ore libere per pensare, leggere buoni libri e studiare a fondo le opere dei grandi maestri.
Nel 1851 cominciò a comporre un'opera, Le valet de ferme, e lo sforzo fu tale che si ammalò e per un certo tempo dovette abbandonare la composizione.
Nel 1858 divenne organista della nuova chiesa di Sainte-Clotilde, che aveva uno dei migliori organi di Parigi.
Qui ebbe la possibilità di esplicare il suo talento e di sviluppare un'eccezionale tecnica contrappuntistica, preparandosi alle grandi composizioni future.
Come organista Franck era famoso per le ardite e immaginose improvvisazioni. Liszt, che lo udì improvvisare, uscì di chiesa profondamente commosso dicendo: « Così Johann Sebastian Bach ha improvvisato sull'organo. »
Nel 1872 Franck fu nominato professore d'organo al Conservatorio di Parigi e la sua natura amabile, la modestia e la candida fiducia lo fecero l'idolo degli allievi che lo chiamavano « le pére Franck ».
Alla sua opera magna, Les béatitudes, dal Sermone della montagna, lavorò dieci anni.
Terminatala, decise di farla eseguire per un pubblico scelto di musicisti, autorità musicali e critici. Sfortunatamente, il giorno prima dell'esecuzione (1887), egli si ferì a una mano, e dovette farsi sostituire al pianoforte dall'allievo V. D'Indy.
Il ministro dell'istruzione e i due direttori del Conservatorio declinarono l'invito, i critici si allontanarono dalla sala assai prima della fine.
L'esecuzione fu un fiasco. Franck ne fu deluso, ma non amareggiato.
Non fu che quattordici anni più tardi, quando la composizione venne eseguita per la seconda volta, che pubblico e critica le decretarono un successo che pose Franck nel rango dei grandi compositori.
Ma egli era morto da tre anni.
Otto anni dopo i suoi amici organizzarono, con una sottoscrizione, un concerto di sue opere — il programma includeva le Variations symphoniques — e anche stavolta il successo mancò.
Dinanzi all'amarezza dei sostenitori, il compositore soltanto conservò la sua serenità.
Disse sorridendo: «No, no, amici miei, pretendete troppo. Per parte mia sono più che contento. »
A Parigi, a quel tempo, non contava che l'opera, e i suoi cinque poemi sinfonici, il serafico oratorio Les béatitudes, la sua mistica personalità non facevano presa.
Franck raggiunse forse la più grande ricchezza di espressione nella Sinfonia in re minore (1886-1888), nel Quartetto per archi e nella Sonata per piano e violino. Quest'ultima divenne uno dei pezzi favoriti di Ysaye, che la portò in tutta Europa.
Il Quartetto per archi, eseguito a Parigi nel 1890, ebbe un successo immediato.
Vincent D'Indy scrive dell'avvenimento:« Nella sala vi fu uno scroscio di applausi quale si ode raramente.
Il pubblico in piedi chiamava l’autore, applaudiva, gridava. Franck non voleva credere che gli applausi fossero diretti alla musica, li pensava rivolti agli esecutori. Non ci credette finché non riuscirono a convincerlo a salire sul podio, dove stette sorridente, confuso e impacciato.
Il giorno dopo questo primo successo [aveva sessantotto anni), egli ci disse con infantile fierezza: " Vedete, il pubblico incomincia a capirmi. "
Un mese dopo fu investito da un omnibus. Le ferite riportate gli cagionarono un attacco di pleurite; alcuni mesi più tardi morì.
Il periodo più produttivo della creazione di Franck iniziò dopo i suoi cinquant'anni ed egli scrisse le sue opere più grandi negli ultimi anni di vita.
Da discepolo di Beethoven, quale fu in gioventù, sviluppò con lento procedere il suo stile personale.
Come Wagner, elaborò uno stile così fortemente cromatico, che l'uditore del tempo poteva rimanere incerto sulla tonalità.
Pure, la sua soave melodiosità dava alle sue composizioni una grazia peculiare e quasi ingenua.
Fu difficile al mistico Franck dare espressione al male, e per tale ragione, alcune parti de Les béatitudes sono notevolmente deboli, e l'intera composizione alquanto manchevole di prospettiva.
La maggior parte delle opere tardive pone in evidenza la sua fecondità inventiva nel trattamento interessante dei motivi, nell'abilità contrappuntistica e nella combinazione dei temi.
Egli fece uso di tutti gli accorgimenti della tecnica musicale con naturalezza e senza mai limitare le sua musicale libertà di movimento.
Le sue composizioni sono i migliori esempi dello stile di « contrappunto cantante ».
Franck fu a contatto con l'organo per tutta la vita e in una serie quasi ininterrotta di composizioni per organo dette prova di intima conoscenza dello strumento, di profondo amore per esso.
Le sue composizioni per piano furono invece scritte in due periodi diversi, a distanza di quasi quarant'anni.
Fra quelle del primo periodo sono pezzi virtuosi da lungo tempo dimenticati; nel secondo egli creò due fra le più belle opere pianistiche di tutta la letteratura francese.
Le scrisse a sessantadue anni, con l'intenzione di rinnovare il repertorio dei pianisti francesi.
Esse sono: il Preludio, corale e fuga e il Preludio, aria e finale.
Christoph Gluck
(Erasbach 1714 - Vienna 1787)
Nacque in un distretto di frontiera la cui popolazione era parte tedesca e parte boema.
Era ancora bambino quando la sua famiglia si trasferì in Boemia, dove il padre fu assunto come guardia forestale dal principe Lobkowitz.
All'età di diciotto anni si recò a Praga a studiare a quell'università e, nel tempo libero, prese lezioni di canto e di violoncello.
Dal 1734, a Vienna, divenne aiuto nella cappella del principe Lobkowitz, passando poi al servizio del principe Melzi, che accompagnò a Milano, e qui per quattro anni fu allievo di Sammartini.
Scrisse la prima opera, Artaserse, nel 1741, all'età di ventisette anni. A questa ne seguirono altre sette, che testimoniano la sua maestria nello stile italiano, al quale doveva sentirsi, per molto tempo, legato.
In occasione di un suo viaggio a Londra, col principe Lobkowitz, fu invitato a mettere in scena, al teatro Haymarket, due opere, La caduta dei giganti e Artamene, alle quali furono tributate entusiastiche accoglienze.
A Londra ebbe l'occasione di conoscere Haendel e la sua musica, che ebbe grande influenza sull'evoluzione del suo stile.
Il giudizio di Haendel su Gluck fu aspro : « Conosce il contrappunto, » disse, « non più del mio cuoco. »
A Londra Gluck diede due concerti facendo conoscere uno strumento di bicchieri musicali di sua invenzione, da lui chiamato « verillon ».
Per un paio d'anni si unì alla compagnia operistica viaggiante Mingotti, con la quale fu a Copenaghen e a Cristiania (l'attuale Oslo), e infine, nel 1750, all'età di trentacinque anni, si stabilì a Vienna.
La sua reputazione era buona, se non brillante, e l'imperatrice Maria Teresa, entusiasta della musica della sua opera, Le cinesi, lo nominò direttore dell'orchestra di corte.
Gluck si trovò di colpo al vertice della carriera; nel 1756 fu nominato cavaliere pontificio e membro della nobiltà.
Come direttore dell'orchestra di corte dovette dedicarsi anche allo studio dell'opera comique francese, che gli svelò più vasti orizzonti musicali e una più facile tecnica espressiva; e prese contatto con eminenti musicisti che influenzarono notevolmente le sue vedute estetiche.
Si rese conto che lo stile operistico italiano, nel quale aveva composto per venti anni, era artisticamente inadeguato all'opera seria, e, con altri artisti, si prefisse di ritornare alla naturale semplicità dell'arte greca.
Desiderò abbandonare gli elementi convenzionali e artificiosi dell'opera italiana (specificamente la polifonia e il virtuosismo vocale) e « riportare la musica alla sua funzione al servizio della poesia ».
Diede espressione alle sue nuove teorie col balletto Don Giovanni (1761) e l'opera Orfeo ed Euridice (1762).
Nessuna delle due composizioni ebbe successo, ma egli non si arrese e, nella prefazione alla sua nuova opera Alceste (1767), spiegò gli scopi della riforma dello stile operistico.
Non essendo state apprezzate, a Vienna, né Alceste né Paride ed Elena (1770), Gluck decise di realizzare un vecchio progetto: quello
di andare a Parigi, ove, da uomo esperto del mondo qual era, sapeva di poter contare sulla protezione della consorte del Delfino, la principessa Maria Antonietta, che era stata sua allieva.
I frequentatori dell'Opera a Parigi erano già preparati ad alcunché di simile alle sue idee dalle opere di Lulli e di Rameau.
I fatti confermarono il suo intuito. A Parigi, la sua nuova opera, Ifigenia in Aulide (1774), suscitò un enorme interesse, anche se non raccolse consensi unanimi.
Pochi giorni dopo la prima rappresentazione, Maria Antonietta scrisse a Vienna a una sorella:« Non sappiamo parlare d'altro. Non puoi immaginare che eccitazione ha suscitato questo avvenimento... Ognuno ha preso posizione e si attaccano l’un l'altro come se si trattasse di una questione religiosa. »
Guerra aperta era scoppiata fra i musicisti sostenitori e oppositori di Gluck.
Questi, i campioni dell'opera napoletana, fecero venire a Parigi Piccinni e lo incaricarono di scrivere la musica per il libretto Rolando che Gluck aveva in animo di musicare.
Piccinni era un valente musicista, ma il suo Rolando non ebbe successo, mentre Gluck ottenne una vittoria decisiva per il suo nuovo stile con due opere composte durante il soggiorno viennese, e con le nuove opere Ifigenia in Tauride e Eco e Narciso (entrambe del 1779).
Il barone von Grimm, che era stato un caldo ammiratore della musica tradizionale italiana, scrisse : « Non so se sia melodia, ma forse è qualcosa di meglio. Quando ascolto " Ifigenia " mi pare di ascoltare una tragedia greca. »
A. W. Lock ha così descritto i due stili rivali :« ... l'uno si sforza puramente di appagare l'orecchio con una sensuosa melodia e di evitare ogni complessità con l'uso di un semplice sfondo armonico; l'altro accentua l'espressione drammatica e lo sviluppo dell'accompagnamento strumentale. »
Gluck non fu mosso da passione riformatrice, ma soltanto da considerazioni estetiche.
Era uomo sicuro di sé, chiaroveggente, saggio e colto, ma si occupava di quei problemi con alquanto distacco, ciò che è dimostrato dall'indifferenza con cui continuò a comporre opere nell'autentico stile italiano in mezzo a quelle del nuovo stile.
Aveva una certa inclinazione per l'eccentricità.
Una volta mentre dirigeva, si lasciò cadere sulle ginocchia e sulle mani e arrivò, passando carponi fra le gambe dei musicisti, a pizzicare il polpaccio a un contrabbassista che aveva sbagliato.
Si faceva portare il pianoforte in mezzo a un prato, per comporre a contatto della natura.
Dopo Eco e Narciso, non compose più, si ritirò a Vienna, dove morì di un colpo apoplettico.
Martin Cooper scrive:« Alla sua morte, Gluck godeva di fama internazionale. I principi estetici per i quali si era battuto negli ultimi venticinque anni di vita, erano accettati — tutti o in parte — dalla nuova generazione di compositori: Mozart, Salieri, Cherubini e, più tardi, Spontini e Beethoven. Il sigillo della sua musica è una nobiltà semplice, una naturale grandezza, più efficace di ogni verbale propaganda nel dimostrare l'aridità e l'artificiosità della precedente opera seria. »
Albert Einstein sottolinea l'abilità con cui Gluck realizzò i personaggi delle sue opere:« Gluck penetrò la loro natura, e la delineò con ritmi elementari, virile austerità e un minimo di musica esclusivamente musicale, impegnando le sue energie al raggiungimento di una raffinata interpretazione drammatica.
Con tenacia perseguì il suo ideale, tanto a Vienna che a Parigi.
Di quanto le sue concezioni e visioni di questi classici personaggi si innalzano sopra le antichità di gesso del suo tempo.
Quali grandi scene egli riuscì per la prima volta a creare, saldando insieme soli, danza e coro. Quale arte nella fusione, nei contrasti, nella perorazione. Ebbe il potere di creare un'intima unità che sostituì l'unità della forma convenzionale. »
Sebbene Gluck abbia scritto nove sinfonie, musica da camera, sette opéras comiques francesi, alcuni balletti e più di trenta opere italiane, sono le sette opere della « riforma » che gli hanno dato un posto fra i più grandi compositori della musica operistica. Duecento anni dopo la prima rappresentazione, Orfeo
Orfeo rimane ancor oggi una gemma del repertorio dei grandi teatri, ad un posto d’onore che non divide con alcun'altra opera del tempo.
Edvard Grieg
(Bergen 1843 - Bergen 1907)
Uno dei suoi avi paterni, Alexander Greig, giunse in Svezia dalla Scozia. Sua madre, appartenente a ottima famiglia di funzionari statali, era un'eccellente pianista e dall'infanzia la musica di Mozart e di Chopin fu familiare a Edvard.
Ereditò dalla madre una predilezione per Mozart.
Sulla scelta della carriera musicale del quindicenne figliuolo, appassionato di musica, i genitori si consigliarono con Ole Bull, il famoso violinista norvegese; con l'approvazione di questi fu mandato al Conservatorio di Lipsia, dove rimase quattro anni.
Si recò in seguito in Danimarca, in Germania e in Italia.
In Norvegia subì l'influenza del nazionalismo di Ole Bull, e durante la sua permanenza in Danimarca entrò in contatto con Gade e altre personalità della musica scandinava.
Ma ben più significativa per lui fu l'amicizia col compositore compatriota Rikard Nordraak,
che sognava una nuova musica norvegese basata su melodie popolari.
L’intrepido spirito e la sicurezza in sé stesso, che Nordraak possedeva, erano in contrasto con la timidezza di Grieg, ma poco alla volta l’amico lo rese cosciente delle proprie doti di creatore. Nel 1867 sposò una cugina danese, Nina Hagerup, cantante « dalla voce bellissima, e mirabile esecutrice. Per me è stata — posso ben dirlo — l’unica vera interprete delle mie melodie ».
Una lettera di Liszt, che lodava con calore la sua musica, portò Grieg in Italia, ( dove, a Roma, conobbe il grande maestro ).
Di ritorno in Norvegia, passò qualche tempo a Cristiania (Oslo), poi si stabilì a Bergen, e qui iniziò a scrivere la sua più vasta composizione: la musica per il Peer Gynt , dietro richiesta di Ibsen. Essa prese tutti i suoi pensieri e il suo tempo per quasi due anni, e la partitura non fu terminata che nell'autunno del 1875.
Fu nel 1879, quando egli eseguì il suo Concerto per piano e orchestra alla Gewandhaus di Lipsia, che Grieg divenne noto in tutto il mondo.
Presentandosi come direttore, pianista e accompagnatore di sua moglie, raccolse ovunque grandi successi.
Le sue opere vennero in gran parte gradualmente pubblicate dall’editore Peters di Lipsia e gli diedero fama in tutto il mondo. Fu a Londra per concerti, nel 1888, con la moglie, vi tornò nel 1889 e nel 1896 con notevole successo; fu a Parigi, a Berlino nel 1889, dove l’« apostolo del nazionalismo musicale norvegese » ebbe grandi accoglienze.
Ma le esibizioni concertistiche lo stancavano e gli pesavano.
Questi giri di concerti che fecero di Grieg un musicista internazionale esercitarono grande influenza sulla sua attività di compositore.
Nel 1877, nelle lettere private, vi sono indicazioni che il suo atteggiamento non sarebbe più stato così unilaterale:« Non più ricerca di nazionalismo, io cercherò di abbandonare questa strada per comporre come mi detta l'intimo del mio essere, ne risulti musica norvegese o cinese. »
Dodici anni più tardi, dichiarava: «Nelle mie recenti composizioni mi sono sforzato di andare verso una visione più larga, più universale della mia individualità, una visione che è stata influenzata dalle grandi correnti del nostro tempo, cioè dalle tendenze cosmopolite. »
Gli ultimi sette anni della sua vita furono resi penosi da una salute che andava sempre peggiorando.
Tuttavia egli riuscì a comporre un piccolo album di pezzi per pianoforte, Moods, op. 73, datato 1905, e numerose altre composizioni liriche per pianoforte.
Nell'estate del 1907, la sua salute peggiorò e lo costrinse ad entrare in un ospedale di Bergen.
Vi morì nel settembre di quell'anno e le sue ceneri furono poste in una piccola grotta scavata nella roccia della montagna, nella sua residenza di campagna, detta « Troldhaugen », vicino a Bergen.
Grieg è stato essenzialmente un lirico, un poeta della musica.
Egli diceva: «Dipingendo musicalmente paesaggi norvegesi, la vita del popolo norvegese, storia e poemi norvegesi, io credo di poter veramente realizzare qualcosa. »
E altrove: «Grandi musicisti, come Bach e Beethoven, hanno edificato cattedrali nelle più alte sfere. Io desiderai — come Ibsen dice nei suoi ultimi drammi — costruire dimore, ove la gente possa sentirsi riconfortata e felice. »
Come Chopin e Schumann, trovò la sua forma di espressione naturale non in opere di grande costruzione, ma in quelle di più modeste proporzioni che colmò di un'atmosfera di intimo sentimento.
Grieg ci ha lasciato ben centocinquanta opere, e in tutta la sua musica egli è un cantore di melodie deliziose che, pur modellate su canti e danze della sua patria, recano sempre un'impronta sua propria.
In un'analisi della musica di Grieg, il critico musicale americano Lawrence Gilman ha scritto :«Grieg ha personalità — personalità che afferra, è indiscutibile; che è, si sente, sua distintiva peculiarità. Il suo accento è inconfondibile; il suo linguaggio può prendervi o no, ma è sempre la sua voce, la voce di Grieg... È preclaro e ammirevole in questo: non riveste l'abito, non prende a prestito la parola di alcuno. »
Georg Friedrich Haendel
(Halle 1685 - Londra 1759)
Gli antenati di Haendel, originari della Slesia, facevano per tradizione i ramieri.
Suo padre infranse questa tradizione, studiò medicina e divenne medico alla corte di Sassonia.
All'età di sessant'anni sposò Dorothea Taust, figlia di un pastore, ed ebbe un figlio, Georg Friedrich, il cui talento per la musica si manifestò sin da bambino.
Il padre non intendeva dargli una completa educazione musicale, ma il duca di Sassonia-Weissenfeis, avendo sentito il ragazzo suonare l'organo, manifestò il desiderio che studiasse seriamente la musica.
Il primo maestro di Haendel fu l'organista della chiesa di Santa Maria in Halle, Friedrich Wilhelm Zachow (1663-1721), eccellente musicista della scuola tedesca del Nord.
Non passò molto tempo che il giovanotto si fece una notorietà sia come organista che come compositore.
A Berlino, dove era stato mandato nel 1696 per continuare gli studi, l'Elettore Friedrich, dopo aver sentito suonare il ragazzo tredicenne, offrì di pagargli successivi studi in Italia.
Ma il padre vi si oppose, probabilmente perché non desiderava che il figlio fosse obbligato alla schiavitù della vita di corte.
Alla morte del padre, nel 1697, il giovinetto fece ritorno a Halle e, in omaggio ai desideri paterni, cominciò gli studi di legge all'università; ma il suo interesse per la musica non si era spento: nel 1702 ottenne il posto di organista nella chiesa riformata di Halle e l'anno seguente abbandonò per sempre gli studi giuridici.
Allo scopo di perfezionare la sua educazione musicale, nel 1703 lasciò l'incarico e si recò ad Amburgo, allora uno dei più importanti centri musicali della Germania.
Il teatro dell'Opera di Amburgo era frequentatissimo — cosa unica a quel tempo — e aveva per impresario il noto compositore e direttore d'orchestra Reinhard Keiser (1673-1739) che ne aveva fatto, nei quarant'anni del suo incarico, uno dei primi teatri di Germania.
Haendel divenne membro dell'orchestra dell'Opera e allievo del Keiser.
Nei quattro anni trascorsi ad Amburgo, acquistò grande esperienza tecnica e molta pratica in tutto ciò che concerneva l'opera (la sua prima composizione operistica venne rappresentata in codesto teatro), e trasse grande profitto dall'amicizia di eminenti musicisti come Mattheson e Telemann.
Nel 1707 partì per l'Italia, soggiornando a Firenze, Roma, Venezia e Napoli; vi scrisse diverse opere in stile italiano, oratori e cantate, e venne in contatto con alcuni dei più grandi musicisti italiani, come Alessandro e Domenico Scarlatti, Lotti e Agostino Steffani.
Dopo tre anni di permanenza in Italia ritornò in Germania prendendo la direzione dell'orchestra dell'Elettore di Hannover. Sei mesi dopo ebbe licenza di assentarsi per un anno per recarsi a Londra e farvi eseguire l’opera Rinaldo (1711).
Nel 1712 chiese e ottenne un secondo permesso per ritornarvi: e questa volta si trovò così bene che, senza autorizzazione, si trattenne più a lungo di quanto gli fosse concesso, perdendo il posto ad Hannover, e col posto anche il favore dell'Elettore.
In compenso si era acquistata la protezione della regina Anna, durata fino al 1714, anno in cui ella morì.
Quando l'Elettore di Hannover le succedette sul trono d'Inghilterra, come Giorgio I, la posizione di Haendel a Londra divenne precaria, ma i molti protettori che egli aveva fra i Pari riuscirono a riconciliarlo con il nuovo re, che però non gli diede a corte la stessa posizione che aveva avuto ad Hannover.
Per altro, egli era organista e direttore d'orchestra nella casa del ricchissimo duca di Chandos, nel cui palazzo di Canons visse per tre anni.
Questi impegni gli lasciavano molto tempo libero da dedicare alla composizione ed erano a sua disposizione un'orchestra e un coro eccellenti.
Nel 1719 fu fondata a Londra una cosiddetta « Accademia Reale di Musica » con lo scopo di eseguire opere italiane: a Haendel venne affidata una posizione direttiva nell'iniziativa.
Era suo compito non solo di allestire e dirigere le opere e recarsi sul continente a scritturare i cantanti, ma anche di scrivere le opere stesse; proprio il lavoro adatto a un uomo attivo, energico e pieno d'iniziative come lui, ma al tempo stesso affaticante, sfibrante, spesso ingrato.
I cantanti italiani erano intrattabili, esigenti e vani, e ogni sorta d'intrighi, scene, scandali furono all'ordine del giorno.
Se contribuivano ad attirare il pubblico, non andavano meno a detrimento della serietà dell'organizzazione.
Haendel mise all'opera tutte le sue energie ottenendo eccellenti risultati artistici da quel difficile materiale; ma egli pure doveva fare
i conti col suo proprio temperamento non meno focoso e impulsivo; un giorno, ad esempio, si arrabbiò a tal punto con una irragionevole prima donna, da prenderla per un braccio e portarla sul davanzale della finestra, minacciando di gettarla nella strada.
Le opere che Haendel scrisse per l'« Accademia » ebbero molto successo e gli diedero grande popolarità.
Ma con l'andar del tempo il pubblico si stancò del teatro italiano, dei suoi intrighi e scandali; Haendel si trovò ad avere molti potenti oppositori e la corte fu presto divisa in due partiti, l'uno a favore e l'altro contro di lui.
Per colmo di sfortuna, nel 1728 cominciarono le rappresentazioni di
The Beggar’s Opera, di Gay e Pepusch.
Con le sue canzoni popolari, la caricatura dell'opera italiana, la satira della vita sociale di quel tempo, era proprio quello che la gente desiderava. Ebbe un successo enorme, e per vari anni tenne il pubblico lontano da ogni altra manifestazione musicale.
Durante il primo anno di vita di The Beggar’s Opera, l'appoggio del pubblico venne meno all'« Accademia » che dovette sospendere gli spettacoli.
Haendel non volle riconoscersi battuto, venne in Italia a cercare i nuovi lavori dei compositori italiani, formò una nuova compagnia di cantanti italiani e riorganizzò l'« Accademia ».
Per un certo tempo il pubblico lo seguì, ma la sua vittoria durò poco.
Alla rivalità di The Beggar’s Opera si era aggiunta quella di una nuova compagnia italiana sovvenzionata dal Principe di Galles e così, nel 1733, dovette chiudere il teatro per la seconda volta.
L’anno seguente tentò ancora di dare a Londra, questa volta al Covent Garden, di recente costruito, e dapprima con successo.
Ma nel 1737 la battaglia finì con la sconfitta delle due compagnie rivali che fecero fallimento.
Haendel si trovò finanziariamente rovinato. Il colpo era forte e dovette lasciare Londra per non perder la salute.
Un soggiorno a Aix-les-Bains gli restituì completamente le forze e ben presto riprese intensamente a comporre opere per una compagnia italiana.
Ma non si occupò mai più di imprese teatrali.
I bei giorni dell'opera italiana erano tramontati ed egli dovette prendere altre vie.
La sua grande inclinazione all'oratorio gli venne in aiuto.
Durante il primo soggiorno in Italia aveva scritto due oratori fortunati e più tardi composto il grande oratorio Esther.
Era naturale che si volgesse a questa forma musicale. Certamente la decisione non fu senza amarezza, perché egli amava l'opera italiana; ma, facendo appello a tutta la sua forza di volontà, si riconsacrò a questa forma ponendosi alacremente al lavoro. L'oratorio risultò essere il suo mezzo più genuino e più alto di espressione che ci ha dato, nelle sue nuove composizioni, i suoi capolavori.
Il Messia fu scritto in un periodo di disperazione. Finanziariamente rovinato, Haendel aveva deciso di ritirarsi da ogni attività pubblica e nel 1741, aveva persino dato un concerto d'addio.
La sua quarantaseiesima e ultima opera, Deidamia, era stata rappresentata solo tre volte ed egli era ben consapevole che questo capitolo della sua vita era chiuso per sempre.
Durante diversi anni i creditori avrebbero potuto farlo incarcerare per debiti.
Dovette la loro clemenza alla reputazione di onorabilità e onestà che godeva. Essi non dubitarono che avrebbe fatto tutto il possibile per pagarli e saggiamente lo lasciarono lavorare in pace.
Per sottrarre gli spettatori al suo teatro, i suoi concorrenti rappresentavano le sue stesse opere e giunsero a organizzare ricevimenti e spettacoli nei giorni in cui si eseguivano le sue composizioni.
Malgrado ciò, in quel tempo egli scrisse il suo capolavoro. Il Messia confermò la sua grandezza per sempre e conquistò anche i suoi oppositori.
Esso rappresenta la svolta felice della sua vita, anche se egli dovette lottare ancora per anni prima di rimettere in sesto le sue finanze.
Noleggiò teatri per l'esecuzione dei suoi oratori, diede concerti d'organo, diresse orchestre, pur continuando come prima a dare il suo concorso a concerti di beneficenza.
La strada fu lunga, ma cominciò a pagare i suoi debiti. Doveva scrivere altri dieci oratori, fra i quali Sansone e Giuda Maccabeo prima di risanare completamente la sua situazione finanziaria (1750).
Jephtha (1751) fu l'ultimo dei suoi oratori. Mentre lo scriveva cominciò a perdere la vista e, dopo tre penose operazioni, divenne completamente cieco.
Si rassegnò pazientemente alla fine della sua vita di compositore, ma rimase attivo in altri campi fino alla fine, suonando a memoria le sue composizioni sull'organo e più innanzi dirigendo dall'organo i suoi oratori.
Ogni ostilità era ora completamente scomparsa. I suoi concerti erano sempre affollati e, poiché viveva una vita semplice, poté mettere da parte considerevoli risparmi.
Quando morì lasciò ventimila sterline.
Alla sua morte, Haendel era riconosciuto come il più grande compositore inglese (aveva preso la cittadinanza inglese nel 1726), amato, onorato, rispettato da tutti.
Fu sepolto fra i grandi nell'Abbazia di Westminster.
Haendel aveva un'indole forte e coraggiosa che non conobbe mai ripiegamenti, non cercava la lotta ma non indietreggiò mai dinanzi agli avversari, anzi, l'ostilità lo stimolava a maggiori sforzi.
Come artista, quanto come uomo, egli fu straordinariamente indipendente.
« Non bisogna dimenticare che Haendel non poté scrivere, come fece Bach, esattamente quello che il suo genio gli dettava, senza preoccuparsi affatto se la sua musica piacesse o meno ai suoi ascoltatori, fino a raggiungere il suo ideale supremo. Anche Haendel aveva altissimi ideali, ma dovette conquistare il suo pubblico dandogli la musica migliore che questi fosse in grado di apprezzare » (Abdy Williams).
Un giorno che lo si felicitava della «eletta direzione» che aveva dato al pubblico, rispose: « Sarei desolato se avessi avuto solo il proposito di divertirli: il mio scopo è di farli migliori. »
La sua vita è caratterizzata da una profonda aspirazione verso una completa libertà e indipendenza.
La maggior parte dei musicisti del suo tempo si accontentava di un
buon impiego presso qualche nobile o presso un re.
Suo padre aveva voluto sottrarlo alla vita di corte ed egli stesso fu sempre contrario a una simile schiavitù. In lui l'orgoglio dell'artista non fu piccolo; recava in sé qualcosa della beethoveniana coscienza del proprio valore e del beethoveniano disprezzo per titoli e ranghi, a lato di un profondo senso del dovere. Ed esigeva fortemente da sé stesso.
Fu uomo molto amabile e di gran cuore, con una profonda simpatia per i miseri e i malati che aiutò sempre come meglio poté. La religione fu per lui una vivente realtà e l'arbitra di tutta la sua condotta.
Di Haendel, Romain Rolland scrisse: « Il suo genio si adatta alle mille immagini degli avvenimenti fugaci, alla nazione, ai tempi in cui visse, persino alle mode del suo tempo... Si adatta alle varie influenze, ignorando ogni ostacolo. E’ gravato da stili altrui e da intendimenti altrui, ma è tale il suo potere di assimilazione e tanto prevalente l'equilibrio della sua natura che non viene mai sommerso o schiacciato dalla massa di questi elementi estranei. Ogni cosa è perfettamente assorbita, controllata e classificata. Questa immensa anima è come il mare nel quale tutti i fiumi del mondo si riversano senza turbarne la serenità. »
Franz Joseph Haydn
(Rohrau 1732 - Vienna 1809)
Joseph Haydn era figlio di un barocciaio che viveva in una cittadina di campagna a quaranta miglia da Vienna.
Da molte generazioni la famiglia vi risiedeva, ma pare che fosse in origine venuta dalla Croazia.
Secondo di dodici figli, Joseph crebbe in condizioni poverissime. La più grande gioia dei bambini era il canto, e a sera, radunati con
i genitori nella stanza più grande della casetta, cantavano, accompagnati dal padre all’arpa.
Haydn disse della sua fanciullezza:« Dio onnipotente, che io ringrazio per tutti i suoi innumerevoli doni, mi aveva dato una tale attitudine per la musica che, a sei anni, potevo prender parte al coro della chiesa come un adulto, cantavo le messe e già suonavo un poco il cembalo e il violino. »
Aveva otto anni quando Georg Reutter, direttore del coro della cattedrale di Santo Stefano in Vienna, ebbe occasione di notare la sua bella voce e l'assunse nel coro.
Gli anni trascorsi a Vienna furono duri. Nella scuola del coro i ragazzi ricevevano così poco cibo che Haydn parlava dei giorni ivi trascorsi come di « un periodo di ininterrotto digiuno ». Né vi ricevette molta istruzione musicale; studiò la teoria e s iimpratichì del cembalo senza alcuna guida.
Quando, alcuni anni dopo, la sua voce mutò, fu dimesso dalla scuola e si guadagnò da vivere insegnando musica e partecipando a piccoli complessi orchestrali per serenate.
Non molto tempo dopo ebbe la fortuna di conoscere Nicola Porpora, il compositore e insegnante di canto italiano, che lo prese con sé come cameriere e accompagnatore nelle lezioni che impartiva. Porpora correggeva i suoi saggi di composizione, gli educò la voce, gl'insegne l'italiano e perciò Haydn sopportò l'asprezza del suo carattere.
Ottenne infine il primo impiego indipendente nel 1755 entrando a far parte dell'orchestra da camera del principe Fürnberg e quattro anni dopo passando alle dipendenze del conte Morzin, come Kapellmeister.
Pochi anni prima si era innamorato di una ragazza che si fece suora. Egli rimase tuttavia buon amico della famiglia di lei e finì, nel 1769, con lo sposarne la sorella, Maria Anna Keller, di due anni maggiore di lui.
Fu un'unione infelice — Haydn diceva che « per lei era perfettamente la stessa cosa che suo marito fosse un calzolaio o un artista » — che divenne ancora più amara per lui quando il suo primo amore, Therese Keller, rinunciò agli ordini religiosi.
Il 1760 segna una svolta decisiva nella sua vita, perché in quell'anno fu nominato sostituto Kapellmeister presso la famiglia del principe Paul Anton Esterhazy, uno dei più ricchi e potenti nobili ungheresi. Il principe era un appassionato amatore di musica, e nel suo palazzo di Eisenstadt, presso Vienna, si svolgeva un'intensa vita musicale.
Poiché Werner, il Kapellmeister, era vecchio e malato, gran parte del lavoro veniva sbrigato da Haydn.
Ogni settimana egli doveva dirigere due opere, due grandi concerti e tutte le ripetizioni dell'orchestra, composta di dodici elementi (in seguito aumentati di molto) e di sei cantanti; aveva inoltre le mansioni di amministratore e sovrintendente degli orchestrali, dei copisti, degli strumenti, della biblioteca musicale, ecc.
Succedette a Werner nel 1766, raggiungendo finalmente libertà artistica, avendo a disposizione tempo per comporre ed eccezionali opportunità di mettere in atto nuove idee con l'orchestra e col coro. Poté, come lui stesso disse, « sperimentare, scoprire ciò che rafforza o indebolisce un risultato... ampliare, abbreviare, tentare qualsiasi cosa ». Poiché era sua mansione occuparsi della musica da camera quanto di quella di chiesa, questo posto gli fornì esperienze pratiche quasi in ogni sfera musicale.
Non è da meravigliarsi quindi che egli abbia vissuto felicemente presso il principe Esterhazy per ventotto anni.
La medaglia aveva indubbiamente il suo rovescio. Egli godeva, sì, piena libertà artistica, ma la sua posizione sociale era assai modesta. Fu sempre un servitore del principe, un servitore molto rispettato col passar del tempo, ma sempre tale, vincolato e dipendente.
Haendel, quarant'anni innanzi, aveva ritenuto impossibile rinunciare alla sua libertà, sia pure per breve tempo. Ma Haydn ebbe un padrone che gli rese relativamente facile sopportare la sua condizione e in ogni caso egli non era un ribelle.
Dall'infanzia era stato abituato alla deferenza verso gli altri e in apparenza non avvertì umiliazione nella sua posizione.
Lo tenne legato ad essa anche il fatto di essere tagliato fuori — nella piccola città di Eisenstadt, residenza del principe Esterhazy — dalla corrente della vita artistica e musicale.
Quando il principe Nicolaus, succeduto a Paul Anton, si costruì un nuovo castello nelle desolate paludi presso il lago Neusiedler, Haydn fu ancora più lontano dagli sviluppi musicali del tempo.
Ma ciò non fu privo di vantaggi, perché, come lui stesso diceva, « non ci fu nessuno vicino a me che mi sviasse o tormentasse, così che fui costretto a essere originale ».
I risultati del tempo trascorso presso gli Esterhazy furono cinque messe, undici opere, circa sessanta sinfonie, quaranta quartetti per archi, centoventicinque trii per viola di bordone (strumento favorito
dal principe Nicolaus), circa trenta sonate per cembalo e molte altre composizioni.
Il principe Nicolaus morì nel 1790 e il suo successore sciolse l'orchestra, ma Haydn mantenne il suo stipendio e il titolo di direttore dei musici del principe, senza averne le mansioni.
Subito si trasferì a Vienna dove finalmente poté conoscere ammiratori e colleghi, primo fra tutti Mozart, al quale fu legato da stretta amicizia per alcuni anni.
Finalmente libero, fece proposito di non più assumere incarichi del genere, rifiutando un'offerta della corte di Napoli.
Era stato un servitore per tutta la vita, ora voleva godersi la libertà e vedere il mondo.
Durante la sua permanenza presso gli Esterhazy, la sua fama aveva dilagato per tutta Europa; membri della sua orchestra avevano fatto
conoscere ovunque le sue composizioni ed editori stranieri ne avevano stampate molte senza autorizzazione.
Il suo nome era stimato in tutto il mondo musicale e presto egli ricevette, dal violinista e impresario Salomon, l'offerta per una lunga serie di concerti a Londra.
Haydn accettò con gioia. Avrebbe dovuto lavorare molto (si era impegnato a comporre sei sinfonie e a dirigere venti concerti), ma ciò non lo spaventava e il compenso propostogli era generoso.
Egli non parlava una parola di inglese e sotto ogni aspetto l'impresa si presentava come un salto nel buio, ma furono appunto queste stimolanti circostanze ad attrarlo ed a fargli accettare l'offerta nonostante i consigli contrari degli amici.
Due mesi dopo la morte del principe Esterhazy e meno di quindici giorni dalla proposta di Salomon, Haydn era in viaggio per Londra.
La sua permanenza in Inghilterra fu un ininterrotto trionfo. Venne accolto con entusiasmo, la sua musica destò profonda impressione, ovunque fece amicizie, fu ricevuto a corte e suonò frequentemente per il principe di Galles; venne nominato dottore in musica, ad honorem, dell'Università di Oxford e i risultati finanziari superarono le sue aspettative.
Nel pieno di un'esigente e intensa vita sociale, con frequenti apparizioni in pubblici concerti, Haydn trovò il tempo di comporre.
Le dodici Sinfonie londinesi attestano il suo felice stato d'animo e d'ispirazione, costituendo indubbiamente i suoi capolavori.
A Londra presenziò a uno dei più grandi festival di Haendel, al quale presero parte oltre mille fra strumentisti e cantanti.
Gli oratori di Haendel gli fecero una grande impressione (si dice che ascoltando il coro dell’Alleluja, abbia esclamato: « È il maestro
di tutti noi ») e questo incontro con la musica di Haendel fu di grande importanza per la sua produzione ulteriore.
Dopo una permanenza di diciotto mesi (gennaio 1791-giugno 1792) in Inghilterra, Haydn tornò a Vienna, ma alcuni avvenimenti contribuirono a rendergli poco felice il ritorno in patria.
Mozart era morto e una delle sue amiche più care, Marianne von
Genziger, morì poco dopo. Accettò quindi un nuovo invito a recarsi a Londra, dove giunse nel febbraio 1794 per un soggiorno di altri diciotto mesi. Gli suggerirono di stabilirsi a Londra e persino la famiglia reale gli offrì alloggio al palazzo. La tentazione era forte: Haydn aveva molti buoni amici a Londra come a Vienna e in Inghilterra egli era assai più di una celebrità. Ma non accettò; la vita della capitale inglese era troppo intensa per lui; cominciava a sentirsi vecchio, ad accorgersi di dover controllare le sue energie. In Inghilterra non avrebbe potuto raggiungere una posizione più elevata, ma, rimanendovi, avrebbe dovuto lottare molto per mantenere quella che aveva raggiunto.
Preferì tornare alla tranquilla vita di Vienna dove si faceva meno attenzione a lui e gli si chiedevano meno sacrifìci.
Inoltre gli Esterhazy avevano chiesto al Maestro di tornare a dirigere la loro orchestra. Haydn accettò.
Trascorreva l'inverno a Vienna e solo i mesi estivi ad Eisenstadt e le sue prestazioni per gli Esterhazy si limitavano alla composizione di musica liturgica.
In tal modo aveva tempo per altre cose e poco dopo il suo ritorno iniziò la grande composizione che la musica di Haen del gli aveva ispirato: l'oratorio La Creazione, su testo adattato, di Milton, in una traduzione del barone van Swieten.
Gli anni 1796-1798, mentre scriveva La Creazione, furono forse i più felici della sua vita.
Egli era molto religioso e la coscienza della grandezza del compito gli dette un senso di gioia infinita.
« Non fui mai così pio come quando scrissi "LaCreazione ", » disse in seguito. « Ogni mattina mi inginocchiavo e pregavo Dio di darmi forza per il mio lavoro. »
Questa fu anche la prima composizione che Haydn scrisse per la posterità, com'egli stesso disse, «perché il mio nome potesse vivere in futuro ».
Tutte le altre sue composizioni erano state scritte per uso immediato e per un pubblico noto.
Ne La Creazione egli esprime il suo ringraziamento a Dio per avergli dato la vita; e quando essa raccolse un successo trionfale — fu ripetuta diverse volte subito dopo la prima esecuzione, ed ebbe numerose repliche in tutti i paesi — egli ne fu straordinariamente felice.
Il successo gli diede lo slancio e l'ispirazione per comporre un altro oratorio, Le stagioni , su testo di van Swieten, che, terminato dopo due anni, ebbe un successo pari a La Creazione.
Era giunto a settant'anni e gradatamente cominciò a rompere i contatti col pubblico; dirigeva ancora di tanto in tanto, diresse l'ultima volta, nel 1802, Die Sieben Worte (Le sette parole di Cristo), oratorio per baritono e orchestra, composto diciotto anni innanzi per la cattedrale di Cadice.
Nel 1806 fu costretto ad interrompere la composizione del suo ultimo quartetto.
Durante gli ultimi cinque anni di vita andò sempre più indebolendosi, ma si compiaceva sempre dei molti segni di stima e d'onore che gli venivano tributati.
Suonava spesso la sua melodia preferita, Gott erhalte Franz den Kaiser (inno dell'imperatore e inno nazionale austriaco) che aveva composto nel 1797 per dare al suo paese l'equivalente di God save the King.
Il 27 marzo 1808 ebbe ancora la forza di assistere ad un'esecuzione de La Creazione. Un anno dopo, l'il maggio 1809, il bombardamento francese di Vienna — un colpo di cannone cadde vicino alla sua casa — lo scosse molto. Morì venti giorni dopo.
Haydn aveva indole semplice, schietta, estremamente coscienziosa, sobria e leale, ma anche spontanea, ingenua e gagliarda.
Spesso gli si è rimproverata una certa arida, borghese ristrettezza di mente; ma non può sorprendere che abbia creduto che tranquillità, ordine, quiete e armonia della vita siano cose importanti, dopo una prima giovinezza diffìcile e insicura come la sua.
Il suo fresco umorismo e la sana arguzia contadinesca gli evitarono di irrigidirsi su posizioni conservatrici.
Non fu privo di calore affettivo e lo dimostra la sua amicizia per Mozart. Nonostante la differenza d'età (Mozart aveva ventiquattro anni di meno), una grande amicizia unì i due grandi compositori e Haydn affermò e proclamò sempre appassionatamente l'incomparabile genio di Mozart e la bellezza della sua musica. Una delle poche cose che riusciva ad alterarne il pacato umore era un accenno malevolo a Mozart. Scusandosi di una sfuriata, disse un giorno : « Gli sono troppo affezionato. »
La sua piena e grata deferenza verso i principeschi padroni non gli impediva di essere ostinato all'occorrenza. Difese sempre coraggiosamente l'interesse dei suoi musici, verso i quali aveva cure paterne. Non senza ragione infatti essi lo chiamavano « papa
Haydn ».
Ebbe una fede quasi infantile e totale nella religione cattolica. In testa alle sue opere scrisse sempre le parole In nomine Domini, e se la composizione non procedeva secondo i suoi desideri, pregava fervidamente per aiuto dall'alto, « e questo mezzo non ha mai fallito », diceva.
Il suo matrimonio infelice e senza figli lo rese solitario e forse un po' scontroso; ma negli ultimi anni di vita egli fu suscettibile alle femminili attrattive. Ne è prova la lunga e appassionata relazione con la giovane cantante italiana Luigia Polzelli.
Se Haydn si adattò con compiacenza alle condizioni sociali in cui visse, come artista fu sempre interamente indipendente. Scrisse nel 1779: «Le libere arti e la bella scienza della composizione non sopportano ceppi materiali. La mente e l’anima devono avere la loro libertà. »
Convinto che la sua arte non era rivoluzionaria ma « evolutiva », il suo assiduo, libero e naturale progredire lo condusse nondimeno lontano dal punto di partenza e ne risultò qualcosa di completamente nuovo e individuale.
Partendo parzialmente dalle composizioni barocche e dallo stile dell'opera italiana, che aveva imparato a conoscere in gioventù e in parte anche dalla primitiva forma sonata, egli sviluppò la nuova forma, la sinfonia, fino al punto in cui Beethoven poté impadronirsene e a sua volta continuarne l'evoluzione.
Durante tutta la sua lunga vita, Haydn fu sempre aperto a idee nuove. Trasse insegnamento da ogni cosa, non ultime le sinfonie del suo amico Mozart.
Nella sua musica, perciò, il suo amore per la tranquillità ordinata divenne ardita, originale, sconfinata inventività; sebbene una natura insolitamente logica e sistematica lo spingesse a dareparticolare importanza a una forma chiara e definitiva.
Martin Bernstein ha così definito l'importanza storica di Haydn: « E stato chiamato " il padre della sinfonia " e " il padre del quartetto d'archi ", ma entrambe queste forme esistevano già prima di lui. Ne egli inventò alcuna forma nuova. La sua vera importanza sta nel fatto che egli definì queste forme per tutti i tempi, che facendo costante uso di esse ne mostrò le musicali possibilità. »
W. Oliver Strunk scrive sullo stesso tono: « Quando Haydn si pose al lavoro, un nuovo genere di musica stava avanzando da iniziali tentativi a cosciente maturità; la sua musica doveva anch'essa passare attraverso ogni stadio di codesta crescita, ora seguendo i sentieri tracciati dagli altri, ora indicando la via. Forse, ad eccezione di Haendel, nessun grande compositore fu mai tanto produttivo; forse, ad eccezione di Beethoven, nessun grande compositore fu mai così vigile. Tenendo il passo con gli sviluppi del suo tempo, Haydn terminava sempre con un progresso su quanto aveva iniziato. »
Negli ultimi anni della sua vita, Haydn rispose a una lettera di un gruppo di dilettanti che lo ringraziavano per la sua musica, come segue: « Spesso, quando lottavo contro ostacoli d'ogni sorta che si opponevano al mio lavoro... una voce interiore mi sussurrava : " Sono tanto pochi gli uomini felici e soddisfatti quaggiù — da ogni lato le preoccupazioni e il dolore li inseguono — che forse un giorno il tuo lavoro sarà una sorgente da cui gli uomini oppressi dalle ansie e chini sotto il peso della vita deriveranno qualche momento di riposo e di sollievo. " Questo allora fu un potente sprone a perseverare, la ragione per la quale posso ora guardare indietro con profonda soddisfazione a ciò che ho fatto nella mia arte, attraverso sforzi ininterrotti e un'applicazione durata lunghi anni. »
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