Prof.Dott.Fabrizio Pasquali


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Il Novecento "Tonale" II

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Serghei Prokofiev (1891-1953)

Figlio dell'amministratore di una proprietà terriera, ricevette le prime lezioni di pianoforte dalla madre, e compose alcuni piccoli pezzi pianistici a cinque anni.
Tre anni più tardi ebbe come insegnante Olière; a tredici anni entrò al Conservatorio di Pietroburgo e vi studiò composizione nella classe di Liadov e Rimski-Korsakov, pianoforte nella classe di Anna Esipova, direzione orchestrale nella classe di Cerepnin.
Le sue prime composizioni si rivelarono troppo « moderne » per il pubblico di quel tempo; il Concerto per pianoforte n. 2 (1911) fu qualificato « miagolii di gatti in un vicolo » ed alla prima esecuzione il pubblico abbandonò in massa la sala del concerto.
Il Conservatorio si dimostrò meno conservatore e assegnò a Prokofiev, nel 1914, la medaglia Rubistein e il primo premio per il Concerto per pianoforte n.1.
Le più importanti composizioni seguenti furono la “Suite Scita” per orchestra e l'opera “Il giocatore”.
Nel 1918, Prokofiev lasciò la Russia dove non fece ritorno che nel 1933. Si recò a Londra ed in seguito negli Stati Uniti, e qui, nel 1921, fece rappresentare l'opera “L'amore delle tre melarance”.
L'anno seguente passò a Parigi, iniziandovi una collaborazione con la Compagnia dei balletti Diaghilev .
Nel 1921 mise in scena la sua opera comica “Sciut” (Il Pagliaccio). Prokofiev fu un umorista ed un “enfant terribile” e fino a questo periodo le sue composizioni sono caratterizzate da una gaiezza di tipo francese e da un provocante desiderio di scandalizzare le mentalità convenzionali.
La maggior parte delle sue composizioni erano parodie, lo scherno il suo mezzo.
Nel 1922-25 compose” L’Angelo di fuoco”, opera notevolissima (rappresentata con grande successo al Teatro La Fenice di Venezia nel 1955).
Nel 1933 sentì nostalgia della sua patria e forse il desiderio di composizioni diverse, più serie.
Ritornò in Russia, ove fu accolto a braccia aperte, colmato di premi e ricoperto di elogi.
Nicolai Slonimski disse che “la musica di Prokofiev era divenuta forse la più grande espressione individuale presente nella musica sovietica”.
Il balletto “Le pas d'acier” (Il passo d'acciaio) fu la sua prima composizione « sovietica», ma sia questo, che “Il figliol prodigo,” erano stati scritti, per Diaghilev, prima che Prokofiev lasciasse Parigi.
Ritornato in Russia, adottò « le tradizioni realistiche della musica russa», evidenti in composizioni quali il balletto “Romeo e Giulietta” (1935-36) la cantata “Alexandr Nevski” (1938), “Canto di gloria in onore di Stalin” nel giorno del suo 60° compleanno (1939), l'opera “Guerra e pace” dall'omonimo romanzo di Tolstoi (1942), e le Sonate per piano e violino.
Nel 1948 Prokofiev fu tra i compositori russi criticati dall'autorità, come caduti sotto « la dannosa influenza del formalismo ».
La famosa deliberazione del Comitato centrale del Partito Comunista (10 febbraio 1948) affermò che la sua musica « peccava di intellettualismo e di perversioni formalistiche... era complicata e astratta... avulsa dalla realtà... ».
Le critiche si riferivano particolarmente all'opera “La duenna” (1940), all’ ”Ode per la fine della guerra” (1945), alla Quinta Sinfonia (1944) e all'opera “Racconti di un uomo vero” (da B. Polevoi), stigmatizzata per gravi errori formalistici e naturalistici .
Come gli altri compositori attaccati da questo altisonante documento ufficiale, Prokofiev ammise le sue colpe e fece promessa di tornare sulla retta via, e le sue ultime composizioni — il balletto “Il fiore di pietra”, la Sonata per violoncello e pianoforte (1949), la suite sinfonico-vocale “Bivacco invernale” (descrivente giovani pionieri) e l'oratorio “All'erta per la pace” (1950) — furono calorosamente accolte dal pubblico e dalla critica sovietici.
Prokofiev fu un compositore estremamente fecondo e trattò quasi ogni genere musicale.
Scrisse sette opere, sei balletti, sette sinfonie, cinque concerti per pianoforte, due concerti per violino, un concerto ed una sinfonia concertante per violoncello, cinque cantate, nove sonate per pianoforte, due quartetti per archi, musica da camera, ouvertures, liriche, musiche per film (Alexandr Nevski e Ivan il Terribile, di Eisenstein), e molto altro ancora.
Di tutte queste opere, solo le prime, e più leggere, vivranno più a lungo.
La deliziosa parodia di “Sinfonia classica” (1917), l'opera “L'amore delle tre melarance”, e la non caduca arguzia della sua composizione più nota, la fiaba “Pierino e il lupo” (1936), ricorderanno sempre ai pubblici di ogni nazione il Prokofiev arguto e fanciullesco che il “realismo sovietico” dei suoi ultimi anni non riuscì a soffocare.
Il Comitato centrale del Partito comunista giudicò la sua musica “atonale”. E’ certamente insolita e talvolta secca e difficile ad orecchie che sono abituate unicamente alle sonorità tradizionali.
Il figlio di Prokofiev si espresse forse nel modo migliore, dicendo che suo padre scriveva musica del tutto normale e che poi la «prokofievizzava ».
Il compositore Kaciaturian, amico, di Prokofiev, scrisse, dopo la sua morte: « Fu uno dei più grandi maestri dell'orchestrazione moderna, e raggiunse effetti stupefacenti per forza ed espressività. Fu un pittore di suoni che delineò immagini singolari con mezzi orchestrali, come appare vividamente in Alexandr Nevski, o nella superba orchestrazione della Settima Sinfonia, classicamente lucida, eppure nuova e originale.
L'importanza del contributo dato da Prokofiev alla musica per pianoforte non potrà mai essere abbastanza apprezzata.»

Sinfonia n. 1 in re maggiore, op. 25, « Classica »

È la più nota di tutte le sinfonie, e forse di tutte le composizioni di Prokofiev. Composta negli anni 1916-1917, deve la sua origine a motivi polemici.
Dopo la comparsa delle prime importanti composizioni improntate a un modernismo piuttosto aggressivo— come “Sarcasmi per pianoforte”, la “Suite scita” per orchestra, e altre — una parte della critica russa accusò Prokofiev di scarsa preparazione musicale.
In risposta a queste accuse, Prokofiev scrisse questa sinfonia, nella rigorosa osservanza di tutte le regole dell'armonia e delle forme tradizionali, ma nello stesso tempo dandole un'impronta moderna, con l'arditezza delle modulazioni, l'originalità della ricerca timbrica. Secondo le sue parole, la sinfonia è tale « come l’avrebbe scritta Haydn se fosse vissuto nel nostro tempo ».
È una musica per eccellenza oggettiva, senza alcun riferimento programmatico, scritta nei quattro tempi tradizionali della sinfonia classica; unica licenza, la sostituzione del minuetto con la gavotta.

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Concerti per pianoforte orchestra n.1 in re bemolle maggiore, opera 10, n.2 in sol minore, opera 16, n.3 in do maggiore, opera 26, n.4 in si maggiore, opera 53 "per la mano sinistra", n.5 in sol minore, opera 55

Di questo importante "corpus" costituito dai cinque concerti per pianoforte orchestra di Prokofiev esistono almeno due edizioni, relativamente recenti, di importante riferimento.
La prima vede come solista Vladimir Ashkenazy accompagnato dall'Orchestra Sinfonica di Londra diretta da Àndré Previn (1970-1974), la seconda Michel Beroff
174 al pianoforte con l'Orchestra della Gewandhaus di Lipsia diretta da Kurt Masur (1971 1973).
La prima si caratterizza per uno stile di cui si può affermare cogliere il senso dei contrasti che possono trovarsi in opere di Mozart, di Beethoven o perfino Rachmaninov, in cui Ashkenazy si è dimostrato l'interprete eccezionale: qui si riconosce una sintesi di queste qualità presenti nelle composizioni che sono firmate ancora da un pianista quale fu Prokofiev.
Il Solista è maestro nel dosare violenza e lirismo, il rubato fugace, come caratterizzato dal tocco pulito e dolce.
André Previn, pianista a sua volta ancor prima che direttore, si dimostra tecnico eccellente nel fondere l'orchestra, con tutte le fioriture presenti, con i diversi accenti caratteristici di una partitura fortemente contrastata.
L'integrale del pianista francese Michel Beroff (qui giovanissimo) dimostra soprattutto la scelta del virtuosismo che viene proposto in tutti i cinque concerti (1971-1973).
L'accompagnamento di Masur, più asciutto e classico rispetto a quello di Previn, non permette sempre al Solista di disporre di quella varietà d'accenti che risulta indispensabile al fraseggio e ciò soprattutto nel Terzo e Quinto concerto.
In questo senso si trova il limite di questa versione che, per altro, soprattutto nei concerti non citati, mette in luce un Solista ricco di meriti caratterizzati da una brillantezza di assoluto primo piano.
Esaminando ora interpretazioni particolarmente rimarchevoli di singoli concerti, segnalo quella storica di Richter (1962) accompagnato da Ancerl sul podio dell'Orchestra Filarmonica Ceca.
Si tratta di un'accoppiata di grandi artisti del repertorio russo e slavo, qui perfettamente a loro agio nel Concerto n. 1 opera 10.
Della stessa Pagina noto un'interessante versione di un giovane Andrei Gavrilov
175 con l'Orchestra Sinfonica di Londra diretta da Simon Ratte (1977).
Il Pianista russo si impone come uno dei più dotati musicisti delle nuove generazioni, così come questo Direttore, oggi considerato fra i più grandi nel repertorio internazionale.
Il Concerto opera 26 (il terzo dei cinque) è stato per mezzo secolo la pagina più visitata dai pianisti in questo repertorio.
Fra i molti che si sono cimentati, emerge sicuramente la versione di Marta Argerich (1967) accompagnata da Claudio Abbado con l'Orchestra Filarmonica di Berlino.
Sotto le dita della splendida Pianista argentina quest'Opera brilla di luce propria in quanto fortemente caratterizzata dal temperamento romantico della Solista, qui assolutamente coerente con partitura.
L'accompagnamento di Abbado dona un valore ulteriore a sostegno della parte orchestrale, assolutamente servito in questo dalla perfezione della Filarmonica di Berlino che permette di suscitare l'impressione di una improvvisazione ed ispirazione permanente da parte dell'orchestra, calorosamente morbida, quasi brahmsiana.
Un'altra splendida versione è quella (1965) di Julius Katchen
176 accompagnato dall'Orchestra Sinfonica di Londra diretta da Istvan Kertesz.
Uno dei più grande pianisti del dopoguerra, questo americano, improvvisamente scomparso nel 1969, lascia una splendida interpretazione di questo Concerto della sua ultima visitazione, a testimonianza di uno stile estremamente incisivo che si manifesta in tutto il suo romanticismo immediatamente apparente.
Qui il tocco preciso, e nello stesso tempo, variato dimostra tutto il valore di una breve, ma intensa carriera, al pari di quella del Direttore ungherese che qui l'accompagna.
Una particolare citazione relativo al Concerto n. 5 per Sviatoslav Richter e la sue interpretazione del 1958 con l'Orchestra Sinfonica di Varsavia diretta da Witold Rowicki.
Si tratta di una versione assolutamente d'eccellenza, spettacolare per la lezione di stile fornita dal Pianista russo accompagnato con lodevole precisione dall'ottima Orchestra polacca diretta da uno dei suoi principali maestri.

Concerti per violino orchestra n.1 in re maggiore opera 19 e n.2 in sol minore opera 63
David Oistrach ha inciso le sue migliori versioni dei concerti per violino di Prokofiev rispettivamente nel 1954 con l'Orchestra Sinfonica di Londra diretta da Lovro von Matacic177 e nel 1958 con
l'Orchestra Philarmonia, pure di Londra, diretta da Alceo Galliera.
Lo stile impeccabile dell'immenso Violinista russo ha fra i tanti pregi la capacità di fondere assieme la nobiltà, la vivacità e le intensità imprevedibili presenti in questi due concerti, ciò grazie al suo razionale classicismo che lo porta al limite della perfezione.
L’ accompagnamento da parte delle Orchestre londinesi è pure eccellente, contribuendo a conferire a questo “dittico” un'aura di particolare pregnanza artistica.
Perlman fornisce un'impeccabile testimonianza della sua arte violinistica nel 1980, quando incide questi due Concerti con l’Orchestra Sinfonica della BBC di Londra diretta da Gennadij Rozhdestvenskij.
La sua interpretazione impressiona per l'estrema facilità con cui sembra padroneggiare queste partiture, attraverso una definizione delle varie situazioni molto brillanti, sempre esatte e per bellezza e delicatezza che, unite all'infinita varietà del suo suono, rendono Perlman il più grande violinista della sua generazione.
Fantastico e allegramente sarcastico lo “scherzo” del primo Concerto, come irresistibilmente lirico il finale del “moderato”, sublime l'“andante” del Secondo affrontato con una sonorità apparentemente fragile, ma calda e translucida che riesce a fornire nello stesso tempo poesia e la più tenera melanconia.
Il Direttore russo si dimostra particolarmente efficace nel contribuire a completare, per la parte di sua competenza, questa splendida versione.
Isaac Stern, nella sua incisione più recente del 1982, è accompagnato Zubin Mehta sul podio dell'Orchestra Filarmonica di New York.
La sua interpretazione è immediata, prende fortemente per il fraseggio assolutamente naturale, così come il respiro del discorso melodico sembra sorgere da solo sotto suo archetto, a tratti calorosamente brillante e poi imperioso e marziale.
Pierre Amoyal presenta questi Concerti con l'Orchestra Filarmonica di Strasburgo diretta da Alain Lombard (1974).
Il Violinista francese, discepolo del grande Heifetz, ritrova lo stile fortemente stilizzato che aveva sottolineato le interpretazioni del suo Maestro.
Amoyal cerca soprattutto la seduzione, come del resto Lombard che ama sottolineare tutte le sottigliezze presenti nell'orchestra di Prokofiev al fine di fornire a questi concerti l'evidenza delle loro paradossale qualità: leggerezza e nobiltà della melodia da un lato, potenza e ruvidezza dei contrasti nei movimenti veloci.
Vorrei concludere questa rassegna dei Concerti di Prokofiev citando due versioni di assoluto riferimento riferite rispettivamente al Concerto n. 1 ed al n. 2: si tratta dell'interpretazione del 1965 di Igor Oistrach
178 con l’Orchestra Sinfonica di Radio Mosca diretta da Rozdestvenskij e l'eccezionale versione del Concerto n. 2 ad opera di Heifetz con l’Orchestra Sinfonica di Boston diretta da Charles Münch.
Il figlio della grande David è come suo solito fortemente propenso ad una visione molto lirica, sottolineando in particolare questi aspetti ove la partitura lo consenta, accompagnato in modo eccellente dall'Orchestra russa con cui ha tanto spesso collaborato nella sua luminosa carriera.
Heifetz, verso la fine della carriera (1959), fornisce un'impeccabile testimonianza della magica precisione del suo archetto, staccando tempi brillanti che vengono totalmente condivisi dal temperamento di Münch.
È perfino inutile sottolineare quanta magia riesca a trasmettere sfruttando proprio queste sue eccezionali doti tecniche, per altro sempre al servizio della più grande intelligenza interpretativa. L'Orchestra di Boston si trova al vertice della sua fama, contribuendo, grazie all'alta qualità dei suoi solisti, alla riuscita di questa interpretazione assolutamente da conoscere.
Concerto per violoncello d'orchestra in mi minore opera 58
Sinfonia concertante per violoncello ed orchestra in mi minore opera 125
Dell'Opera 58 viene considerata edizione di riferimento quella di Janos Starker accompagnato dall'orchestra Philarmonia di Londra diretta da Walter Süsskind179 (1955).
Il Solista affronta le incredibili difficoltà presenti nell' “allegro giusto” con piglio vincente, ben accompagnato dal Direttore che, alla testa dell'ottima Philarmonia, riesce a collocare la parte orchestrale, assolutamente difficile, ben al di sopra di un normale accompagnamento, restituendo della stessa tutti i particolare annotati dal Compositore.
Molto più recentemente Christine Walevska
180 (1973) interpreta quest'Opera con l'Orchestra Nazionale di Montecarlo diretta da Inbal.
Questa grande violoncellista, all'epoca assai giovane, lascia intravedere di questo Concerto delle reminiscenze straussiane, assieme ai dettagli caratterizzati dallo slancio parodistico, dai colori leggeri e dalla ritmica particolarmente studiata.
Si tratta di una versione giocata "col fioretto" al posto della spada in ciò ottimamente accompagnata dal Direttore israeliano.
Due le edizioni che campeggiano nella storia delle interpretazioni della bella Sinfonia concertante opera 125: quella di Rostropovitch con la Royal Philarmonic di Londra diretta da Malcom Sargent (1959) è quella di André Navarra
181con l'Orchestra Filarmonica Ceca diretta da Karel Ancerl (1964).
Partendo dal Concerto opera 58 del 1935, Prokofiev ha ritoccato profondamente l'orchestrazione di questa sinfonia concertante in cui Rostropovitch propose, a sua volta, numerose semplificazioni nella parte solistica in modo da poter dialogare con maggior precisione con una grande orchestra.
È intuibile pertanto che, a distanza di anni, lo stesso giovane violoncellista, che aveva ispirato al Compositore queste variazioni, fornisca di questa Pagina la migliore interpretazione possibile, accompagnato dal Direttore inglese che rimase nella storia come uno dei migliori collaboratori di solisti del ‘900.
Lo stile estroverso di Navarra, uno dei più grandi violoncellisti del 900, si fonde con l'umanità razionale di Karel Ancerl creando così un'opera che a Praga è rimasta una assoluta referenza.
La presa del suono e il riverbero naturale della Sala Smetana contribuiscono a rendere solista il violoncello principale di un'Orchestra Sinfonica Slava dalla irresistibile energia, secondo l'accezione più esatto del concetto di sinfonia concertante.

Le Sinfonie

Può sembrare strano, ma le integrali più interessanti delle sette sinfonie di Prokofiev sono espressione di artisti occidentali, come pure tali sono i complessi orchestrali che le eseguono. Personalmente ritengo al vertice di queste integrali quella firmata da Walter Weller182 sul podio dell'Orchestra Filarmonica di Londra (1974-1977).
Ciò che colpisce favorevolmente in questa edizione è lo stile del Direttore austriaco,qui particolarmente felice nelle opere composte fra il 1924 e del 1930, sinfonie volutamente sperimentali in cui bisogna calarsi a fondo nella partitura per renderle nel loro spirito innovativo.
Direttore molto esperto nel repertorio slavo della fine del XIX secolo, wagneriano di temperamento, Weller fornisce una straordinaria interpretazione in particolare della Terza e Quarta sinfonia che dirige nella sua ultima redazione del 1947.
Forse non particolarmente brillante della celeberrima Quinta sinfonia, in cui perde, nello “Scherzo”, un po’ il clima assieme spiritoso e spirituale, si riprende assolutamente nella Sesta dal tono intenso e decisamente solenne che trova nella "Largo" il senso del mistero reso molto liricamente.
Della Settima sceglie l'ultima versione in cui, per la prima volta, sono presenti le ultime venti misure che giustificano la drammaticità imposta da Weller in questa Pagina.
Un'altra riuscita integrale è quella firmata da Jean Martinon sul podio dell'Orchestra Nazionale della Radiotelevisione Francese (1969-1970).
L'apporto del Direttore francese dimostra un'evidenza estetica superiore a quella di Weller ed in particolare nelle sinfonie estreme (Prima e Settima), ma l'Orchestra transalpina non è sempre all'altezza della Filarmonica di Londra, malgrado l'ottima resa nei momenti lirici ed in quelli in cui vengono evidenziati i brillanti interventi dei percussionisti.
Si tratta di un'integrale complessivamente più che buona, anche per l'omogeneità della resa sonora delle singole pagine, grazie ad un Direttore che ha sempre prediletto questo repertorio.
Esaminando le principali interpretazioni delle singole sinfonie, della Prima e della Seconda emerge la versione di Rozdestvenskij alla guida dell'orchestra Sinfonica della Radio dell'Urss (1962- 1964).
Il Direttore russo si dimostra un interprete ideale per questo repertorio fornendoci, in particolare della Prima sinfonia, una versione irresistibilmente affascinante, che puntualizza perfettamente, nello spirito e nella lettera, questa eccezionale Composizione.
Claudio Abbado, alla guida dell'Orchestra Sinfonica di Londra, si è avvicinato a Prokofiev nel 1969 quando ha inciso la Prima e la Terza sinfonia.
La sua interpretazione è caratterizzata da una lettura più romantica che classica nella Prima, mentre nella Terza può manifestare tutta la generosità della sua arte oratoria fornendoci una vera lezione direttoriale.
Ricordo in questa sede che anche Toscanini si è avvicinato a Prokofiev, ed in particolare nel 1945 con l'Orchestra della NBC di New York con cui ha inciso un’ eccezionale versione della Prima sinfonia.
Il grande Maestro italiano traccia della “Sinfonia Classica” una visione di puro virtuosismo, disegnata con tinte chiarissime ed assolutamente nitide, dimostrando anche in questa pagina le sue immense capacità di restituire pienamente lo spirito animatore di Prokofiev.
Fra le sinfonie più visitate, la Quinta è quella che presenta grandi opportunità a Direttori ed Orchestre.
Kussevitski
183 sul podio dell'Orchestra Sinfonica di Boston (1945) resta ancora saldamente sulla vetta delle versioni di riferimento in quanto, dopo oltre mezzo secolo, non possiamo che applaudire ancora la genialità di questo primo interprete americano di questa pagina di Prokofiev.
I momenti di assoluto vertice sono nell' “Allegro marcato”, in cui si fondono assieme l'umorismo e la grandiosità, nell’ “Adagio” per il lirismo inquieto che penetra nella memoria dell'ascoltatore, nell' “Allegro” finale, ove emerge la magniloquenza Slava che ricorda certamente più Borodin che Beethoven.
Questa interpretazione di Kussevitski rimane la referenza di tutte le epoche per il modo in cui ha rappresentato Prokofiev come compositore assolutamente geniale.
Fra le interpretazioni più recenti, spicca quella di Maazel con l'Orchestra Sinfonica di Cleveland (1977) che beneficia della magnifica sonorità di questo splendida Formazione statunitense.
Si tratta di una lettura spettacolare che rende quest'Opera una festa sonora vicina al lirismo di "Romeo", grazie alla fantasia danzante che ricorda, nella costruzione, una sorta di Sinfonica classica, oppure l' “Andante”, reso in tono epico tale da rammentare Borodin, ed ancora l' “Allegro marcato” in cui, assieme al finale ricco di virtuosismo, l'Orchestra di Cleveland ha modo di mostrare tutto il suo valore.

Suite Scita, opera 20

Anche nelle partiture più dissonanti od in quelle particolarmente ostiche la scrittura di Prokofiev rimane profondamente tonale, non provocando quelle tensioni che fa riconoscere, dopo pochi istanti, le opere anche più "tradizionali" della Scuola di Vienna, come quelle di Berg.
Diaghilev aveva chiesto a Prokofiev un altro balletto che potesse ricordare il "Rito della Primavera" ed il Compositore, al di là del desiderio dell'illustre Committente, diede vita ad una suite in quattro parti caratterizzata da una ritmica immediatamente barbara, sulla falsariga della celeberrima Pagina di Stravinsky. Utilizzando un'orchestra gigantesca, l'Opera non ha bisogno di nessuna sollecitazione per raggiungere la sua pulsazione primitiva. Già ottimo interprete del "Rito”, Claudio Abbado, qui con l'Orchestra Sinfonica di Chicago nel 1977, opera una lettura estremamente spoglia, evitando tutti gli eccessi di contrasto.
Il Direttore italiano riesce nell'intento di chiarire ogni aggregazione sonora, apprezzare il fuoco d'artificio dei colori e dei timbri, ricostruire la potenza "barbara" caratteristica del giovane Prokofiev senza mai cadere nelle trappole dell'esagerazione, così frequente in questa Partitura.
Dello stesso 1977 è l'incisione di Walter Weller con l'Orchestra Filarmonica di Londra.
Il Direttore austriaco ricorda nello stile André Previn, ricco di contrasti vigorosi sottolineati qui più che altrove.
La presa sonora e la dinamica costituiscono i maggiori pregi di questa versione che ricorda, nello stile, quelle più datate di Leinsdorf (1966) o Bernstein (1967).

Alexandr Newsky, cantata opera 78

Una versione di assoluto riferimento di questa sorprendente pagina di Prokofiev rimane sicuramente quella di Svetlanov (1965) alla guida dell'Orchestra Nazionale dell'Urss e del Coro della Repubblica di Russia.
La direzione brutalmente espressiva di Svetlanov sottolinea l'aspetto plastico di questa pagina, questo movimento interiore che la rendono assolutamente originale, come il sordo martellamento di un popolo in marcia verso "il lirismo diretto del finale".
La magistrale versione di Ancerl (1963 ), alla guida dell'Orchestra e del Coro della Filarmonica Ceca, si presenta come un canto splendidamente reso dall'autenticità etnica originale, svolgendo il dramma grandioso ed umano in modo assolutamente chiaro, tutto ciò grazie alla magistrale lezione del Direttore ceco.
Meno brutale di Svetlanov nei contrasti, Ancerl conduce il “crescendo” con una forza irresistibile, ad evocare la vittoria di un popolo in marcia verso il suo riscatto finale.
Nella versione di Abbado, (1978) con l'Orchestra ed il Coro Sinfonici di Londra, si ritrova il grandioso classicismo che, come disse Eisenstein, “si dimostra assolutamente plastico, riuscendo nell'intento di rendere sonora la marcia degli aventi, la loro struttura dinamica nella quale si concretizza l'emozione e il senso degli avvenimenti".
L'unico neo di questa splendida registrazione si trova nella dizione del Coro che non riesce a rendere, per ovvi motivi, perfettamente il testo russo.
André Previn, con la stessa formazione di Abbado, ma nel 1971, si dimostra uno degli interpreti più attenti di Prokofiev, sia nelle grandi sinfonie, che nella versione integrale dei balletti ed anche in questa Cantata.
La sua versione, molto spettacolare, è costruita con forza, sulla falsariga di quella di Svetlanov. Anche qui sono per altro evidenti i limiti del Coro alle prese con il testo russo, ma sul piano strettamente tecnico si tratta di una versione fra le più brillanti nella schiera delle edizioni "non Slave", sicuramente della stessa qualità della celebre incisione firmata da Fritz Reiner all'inizio delle anni Cinquanta con l'Orchestra ed il Coro di Chicago.

L'amore delle tre melarance: Suite sinfonica opera 33

Nel 1969 Rozdestvenskij ha inciso quest'Opera con l’Orchestra Sinfonica della Radio di Mosca dimostrandosi uno degli interpreti più autentici della musica di Prokofiev.
I cinque episodi che costituiscono questa suite scritta da Prokofiev nell'autunno del 1917 vengono resi dal Direttore russo con una irresistibile verve ritmica, tipica dello spirito del Compositore che volle fare di quest'Opera "un'apologia del ridere".
Molto riuscita anche la versione di Ormandy, sul podio dell'Orchestra Sinfonica di Philadelphia (1961), ove ha modo di esprimere tutto il virtuosismo dell'Orchestra americana impeccabile in tutti i sensi, fortemente classica nelle pagine tecniche e nello stesso tempo ricca di colori: Ormandy si dimostra eccezionale interprete di balletto, assolutamente a suo agio in questo repertorio dove l'ironia acquista un ruolo fondamentale.

Cenerentola, balletto opera 87

Ancora Rozdestvenskij con l'Orchestra Sinfonica della Radio dell'Urss a registrare l'integrale dei cinquanta numeri che costituiscono la partitura integrale del Balletto.
Questa musica, che vuol essere semplice, chiara, soprattutto abilmente scritta per la danza nella tradizione dei balletti di Ciaikovsky, lascia intravedere qualche momento di sentimentalismo.
Rimane Opera immensa per la qualità della musica, spettacolo assolutamente grandioso nell'invenzione sia ritmica che melodica. La realizzazione russa è molto tecnica, anche se gli archi moscoviti presentano un suono che, seppur preciso, non è particolarmente caldo.

Pierino e il lupo, racconto sinfonico per ragazzi, opera 67

Di questa celeberrima pagina di Prokofiev esistono numerose versioni, sia russe che occidentali, ma sicuramente quella di Rozdestvenskij (1954), con l'Orchestra Sinfonica di Stato dell'Urss e Gerhard Philipe voce recitante, rimane la versione di riferimento musicale e teatrale.
Molto riuscita anche l'interpretazione di Maazel (1960) con l'Orchestra Nazionale della Radiotelevisione Francese per l'eccellenza tecnica individuale dei diversi solisti, assieme alla versione di Karl Böhm (1975), con l'Orchestra Filarmonica di Vienna e Jean Richard voce recitante, che può godere a sua volta della magnificenza del timbro dei solisti di Vienna.
Brillante l’edizione firmata da Louis Fremaux con l’Orchestra dell’Opera di Montecarlo e G.Giuliano voce recitante: si tratta di una incisione agli inizi degli anni ’60, molto spiritosa e ben diretta dal Maestro francese.

Romeo e Giulietta, balletto opera 64 e Suites sinfoniche, opere 64 bis e 64 ter

Ben cinquantadue scene per oltre centocinquanta minuti di musica: questo è il Balletto di Prokofiev nella sua versione integrale.
Necessita pertanto di uno “specialista” che sappia anche prendersi la responsabilità di qualche”taglio” in alcune banalità o ripetizioni e nel contempo sia in grado di mettere in rilievo la cresente drammaticità del racconto ed il lirismo fortemente presente nello stesso.
Fra le versioni “moderne”, alla luce di quanto sopra esposto, campeggia quella di Maazel alla guida della Cleveland (1972). Il Direttore statunitense si trova a proprio agio in queste “operazioni” grazie alle doti di squisito orchestratore di partiture del ‘900 e soprattutto alla capacità di “coreografare” la musica. per rendere, anche fuori dal palcoscenico, l’impressione di essere partecipi e ben presenti alla rappresentazione del Balletto russo.
Stagione felice quella del 1972, dato che anche Previn si è cimentato nella versione integrale proprio nello stesso anno di Maazel.
Sul podio della splendida London Symphony, riesce facilmente a rendere le scene più drammatiche con le esatte sonorità e soprattutto con una ritmica brillante che gli deriva anche dal suo trascorso di pianista “jazz” oltre che, naturalmente, dalla superba intelligenza analitica.
Nei passaggi lirici calca forse un po’ la mano, ma sempre nel rispetto dello spirito della Partitura: versione decisamente alternativa a quella di Maazel.
Analizzando ora le Suites sinfoniche, va segnalata come “superba” la selezione firmata da Ancerl con la “sua” Filarmonica Ceca (1960).
Visione drammatica, umanissima, profondamente “slava”, che prende per mano accompagnando lo spettatore nella partecipazione alla più celebre storia d’amore di ogni tempo.
Il riverbero naturale della Sala Smetana di Praga e la qualità dell’Orchestra Ceca dell’epoca contribuiscono fortemente a segnare questa interpretazione come assoluto riferimento.
Storica la versione di Mitropoulos (1957) alla guida di una Filarmonica di New York al vertice della sua fama.
La partitura è affrontata con un acuto senso della progressione drammatica: le masse orchestrali vengono “galvanizzate” dalla pulsazione ritmica, dalla forte sottolineatura dei colori, dalla straordinaria densità dei rilievi sonori.
Visione quindi più angosciata di quella di Ancerl in cui fa breccia un potente lirismo espressivo a forzare l’ammirazione.
Claudio Abbado si cimenta in questa Partitura nel 1966 con la London Symphony: con lui si ritrova il senso della scenografia senza le asperità ed i contrasti violenti di Mitropoulos, per rendere “credibile” il balletto così come nella genesi dell’Opera.
Ecco pertanto che vengono messi in rilievo gli aspetti solistici dell’orchestra al finedi presentare gli stessi come fossero i “ballerini” protagonisti dell’Opera.

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Serghei Rachmaninov (1873-1943)

Entrò al Conservatorio di Pietroburgo all'età di nove anni, e tre anni dopo passò al Conservatorio di Mosca, ove ha quali insegnanti Siloti, Taneiev e Arenski, e venne a contatto con Ciaikovski, la cui amicizia ebbe grande importanza per il suo sviluppo artistico.
Scrisse la prima opera Aleko (un atto) all'età di diciannove anni, e l’anno seguente il notissimo Preludio in do diesis minore, che lo rese celebre in tutto il mondo.
Il Concerto per pianoforte (n. 1), eseguito a Londra nel 1899, e la prima Sinfonia, eseguita in Russia, non incontrarono il favore del pubblico: questi insuccessi lo afflissero e gli causarono una depressione, per cui dovette abbandonare la composizione e affidarsi alle cure di un medico.
Ristabilitosi, scrisse il Concerto n. 2 in do minore, per pianoforte — dedicato al suo medico — che fu eseguito a Londra nel 1901 dal compositore stesso, con vivissimo successo, ed è uno dei concerti per pianoforte che più frequentemente appare nei programmi.
Così riaffermata la sua fama di compositore e pianista, fece numerosi ed estesi giri di concerti nel mondo; per qualche tempo diresse l'orchestra del Teatro Imperiale di Mosca.
Più innanzi rinunciò a queste attività per dedicarsi completamente alla composizione, e nel 1909 scrisse il bel Concerto n. 3, in re minore, per pianoforte; a Dresda compose il poema sinfonico L'isola dei morti (ispirato al quadro di Bockiin) e la Sinfonia n. 2, che è considerata la sua migliore opera sinfonica.
La sua ultima composizione di rilievo fu Rapsodia su un tema di Paganini per pianoforte e orchestra, che ebbe pure largo successo.
Tornò in Russia nel 1910 e vi rimase fino al 1917.
Lasciò la patria durante la rivoluzione; ma benché avesse preso stabile residenza negli U.S.A. e vi avesse fatto una grossa fortuna, la nostalgia del suo paese non l'abbandonò mai: visse da solitario e disilluso, incapace di adattarsi al nuovo ambiente. Nel 1931 la sua musica fu bandita dalla Russia come « tendenza decadente di qualità men che media » e « specialmente pericolosa sul fronte musicale della lotta di classe ».
Rachmaninov non ebbe grandi simpatie per la musica “ moderna” e pensava che molti compositori di oggi troppo facilmente sovvertono le leggi della musica prima di esserne padroni.
Oltre alle composizioni citate, scrisse molti pezzi per pianoforte, liriche apprezzate, una Sonata per violoncello, un Trio elegiaco in memoria di Ciaikovski.
Molte sue composizioni rivelano un'intensa malinconia, ed è caratteristico che egli abbia spesso preso come tema il Dies irae. Rachmaninov fu dotato di potenza inventiva e di un senso armonico assai sviluppato. Come pianista, va annoverato tra i più grandi virtuosi e interpreti del nostro tempo.

MUSICA ORCHESTRALE
Concerti per pianoforte ed orchestra:
N. 1, fa diesis minore, op. 1 (1890; rifac. 1917)
N. 2, do minore, op. 18 (1901)
N. 3, re minore, op. 30 (1909)
N. 4, sol minore, op. 40 (1927; rifac. 1938)
Sinfonie:
N. 1, re minore, op. 13 (1895)
N. 2, mi minore, op. 27 (1907)
N. 3, la minore, op. 44 (1936)
Le campane (sinfonia corale), op. 35 (1913);
L'isola della morte, op. 29 (1907);
Rapsodia su un tema di Paganini, per pianoforte e orchestra, op. 43 (1934)

I quattro concerti per pianoforte orchestra

L'importanza dei concerti per pianoforte orchestra fra le composizioni di Rachmaninov è assolutamente pregnante a dimostrazione che il Compositore russo, nato pianista, rimarrà fedele al suo strumento per tutta la sua vita.
Questi Concerti inoltre sono a tutti gli effetti opere sinfoniche in quanto la partitura orchestrale è trattata con forte partecipazione emotiva e ricchezza timbrica tale da rendere alcuni di questi vere sinfonie concertanti.
Grande pianisti si sono cimentati nell'integrale dei quattro Concerti a cui, quasi sempre, viene aggiunta la “Rapsodia su un tema di Paganini”, pagina di assoluta presa, affascinante e divenuta giustamente assai popolare, anche per la diffusione che ha avuto nel teatro e nel cinematografo.
La versione che a mio avviso si colloca saldamente alla testa di questa integrale è quella che nel 1966 ha riunito due eccezionali Specialisti, assolutamente virtuosi in questo repertorio: Earl Wild e Jasha Horenstein sul podio della Royal Philarmonic di Londra.
Il Pianista americano ha modo di esprimere tutta la sua funambolica tecnica in queste pagine dove le difficoltà sono vere e proprie trappole mortali per i pianisti meno dotati. Abbiamo più volte sottolineato, anche in questa sede, come Wild sia stato non solo un eccezionale virtuoso della tastiera, ma anche e soprattutto completo Musicista che ha trovato nel pianoforte l'espressione della sua grande maturità artistica.
Superando quindi con assoluta facilità qualsiasi problema tecnico, presente soprattutto nel Secondo e Terzo concerto, riesce a concentrare le sue scelte artistiche senza l'impaccio dei problemi tecnici in cui si dibattono gran parte delle esecutori anche di chiara fama.
La scelta dei tempi, particolarmente brillante, è conforme allo spirito della partitura dato che il primo interprete di tali concerti fu spesso lo stesso Rachmaninov che sappiamo essere stato eccellente virtuoso ancor prima di compositore.
Da parte sua Horenstein domina l'orchestra come pochi altri direttori, creando così lo spirito concertante delle partiture ove la brillante Orchestra londinese è condotta al continuo dialogo col pianoforte solista.
Come fu scritto dalla critica dell'epoca questo incontro fu “uno dei più felici della storia delle interpretazioni di concerti per pianoforte orchestra, di un vero proprio evento che caratterizzò in modo assolutamente definitivo la discografia su Rachmaninov.
Un’altra importante integrale è quella di Rafael Orozco
184 accompagnato da Edo de Waart185 sul podio ancora della Royal Philarmonic di Londra (1974).
Il Pianista spagnolo si impone per la foga ed il lirismo del suo suono, come per il rigore nella lettura della partitura e l'espressività delle sue interpretazioni. La coesione fra pianoforte ed orchestra, come la riuscita presa del suono, costituiscono i motivi per rendere assolutamente di prima grandezza questa versione.
Vladimir Ashkenazy affronta l’integrale con Andrè Previn sul podio dell'Orchestra Sinfonica di Londra (1972).
Il pianista russo ha sempre partecipato la sua ammirazione per Rachmaninov di cui è stato un devoto difensore.
La sua interpretazione presenta decisamente un carattere russo assai marcato, per altro non particolarmente condiviso da Previn che in queste pagine mantiene un assoluto controllo orchestrale, lodevolelmente tecnico, ma forse un po’ deficitario in fatto di passionalità.
Tamas Vasary
186, vero specialista di questo repertorio, affronta l'integrale dei concerti, completa della Rapsodia, nel 1977 con Yuri Ahronovitch187 alla guida dell’Orchestra Sinfonica di Londra.
La situazione è qui praticamente capovolta rispetto alla versione di Ashkenazy, in quanto il Direttore non si limita ad un accompagnamento, ma forza la mano sull'orchestra rendendola assolutamente presente nel dialogo col pianista ed alla pari con lo stesso: Vasary invece mantiene una presenza più sfumata, molto morbida, scegliendo la fluida coesione con l'orchestra rispetto alla pregnante partecipazione del solista.
Alcuni grandi pianisti si sono cimentati nei concerti singolarmente più eseguiti, ovvero il Secondo in do minore opera 18, e nel Terzo in re minore opera 30.
Fra questi, Sviatoslav Richter (1969) con l'Orchestra Filarmonica di Varsavia diretta da Stanislaw Wislocki
188 ha fornito un'eccezionale versione del Concerto n. 2.
Il Pianista russo imprime la sua personalità fin dalle prime battute dimostrando nel contempo potenza, precisione e squisita scelta delle sfumature: tutti i dettagli del testo pianistico sono messi in rilievo ed il Direttore condivide in modo assolutamente preciso ed attento la scelta del Solista.
L'Orchestra di Varsavia di quegli anni stupisce per la ricchezza timbrica e la precisione dei suoi membri.
Una versione forse non altrettanto nota del Concerto n. 2, ma sicuramente importante soprattutto per il carattere dimostrato nell'interpretazione, è quella di Arthur Rubinstein accompagnato da Ormandy sul podio della Philadelphia (1960).
Il grande Pianista polacco-americano ha modo di esprimere in questo Concerto tutto il suo temperamento romantico che aveva fatto inimitabile il suo Chopin.
Anche i problemi tecnici vengono risolti dalla classe di Rubinstein con apparente facilità.
Ciò che rende particolarmente affascinante questa versione è la capacità del Solista di rendere sempre chiaro il tono fortemente romantico dell'Opera senza mai ricorrere ad eccessi nel pedale di risonanza o ad altre tecniche enfatizzanti.
Ormandy si dimostra come sempre perfetto nel dosare lo splendido suono della “sua” Orchestra in perfetta armonia concertante col pianoforte solista.
La “Rapsodia su un tema di Paganini” è altrettanto affascinante malgrado sia cambiato il Direttore: qui infatti troviamo Fritz Reiner alla guida dell'Orchestra Sinfonica di Chicago.
Come di facile intuizione, si tratta di una grande versione in quanto Orchestra e Direttore sono certamente al vertice assoluto nella scala di valori mondiali.
Il Concerto n. 1, preso da solo, non è pagina frequentemente visitata.
Brillante l'interpretazione di Peter Katin accompagnato dalla Orchestra Filarmonica di Londra diretta da Sir Adrian Boult.
Versione di lusso questa per la fama dell'Interprete e della Formazione orchestrale assolutamente a loro agio in questo Concerto che sicuramente viene nobilitato alla pari dei successivi ben più noti.
Dell'opera 30 in re minore fu appassionato interprete Vladimir Horowitz che visitò questa pagina dal 1930 in poi accompagnato da grandi Direttori fra cui Reiner ed Ormandy.
Si può dire che la straordinaria tecnica del grandissimo Pianista russo-americano ha qui modo di manifestarsi in tutta la sua focosa brillantezza ed eleganza: sia con la Chicago di Reiner, che con la Philadelphia di Ormandy, il Solista mantiene la sua personale visione del Concerto e pertanto l'interpretazione è molto simile per lo straordinario apporto del Solista.
Arturo Benedetti Michelangeli ha inciso solo il Concerto n. 4, in sol minore opera 40 (1959), con l'Orchestra Philarmonia di Londra diretta da Ettore Gracis
189.
È stato questo praticamente il disco che rivelò sulla scena mondiale l'immenso Pianista italiano: l'interpretazione è pudica, concentrata, quasi un'esecuzione classica che si dimostra assolutamente coerente in questo concerto dallo stile più moderno rispetto ai precedenti.
L'Orchestra londinese è assolutamente splendida ed il Direttore diverrà un accompagnatore abituale di Benedetti Michelangeli.

Sinfonie

Le Sinfonie di Rachmaninov non sono altrettanto note come i Concerti per pianoforte ed orchestra, ma rappresentano pur sempre pagine di grande valore sinfonico anche se troppo spesso trascurate nella scelta operata dal grande repertorio internazionale.
L’Interprete di riferimento di queste Pagine è sicuramente Ivan Svetlanov sul podio dell'Orchestra Sinfonica dell'Urss (1967) per il carattere decisamente romantico dell'interpretazione.
Opere queste in cui primeggia un lirismo patetico, ma dal tono assolutamente russo, che possono talvolta stancare il pubblico occidentale se non vengono eseguite con lo spirito originario. Questa versione campeggia assolutamente su tutte, sia russe che occidentali, per la perfetta scelta di Svetlanov dell'atmosfera, assolutamente coerente con lo spirito del Compositore.
Fra le versioni occidentali primeggia quella di Walter Weller sul podio dell'Orchestra della Suisse Romande (Sinfonia n. 1 incisa nel 1972) e dell'Orchestra Filarmonica di Londra (Sinfonie n. 2 e 3 incise nel 1974). Il Direttore austriaco interpreta con assoluta onestà e pudore, unito ad un certo classicismo, queste pagine secondo una visione occidentale, sicuramente meno romantica delle russe, ma assolutamente curata nel dettaglio e nella scelta dei piani sonori.
Edo de Waart incide le tre Sinfonie, assieme ai poemi sinfonici "L'isola dei morti" e "La rocca", nel 1977 con l'Orchestra Filarmonica di Rotterdam.
Il Direttore olandese certamente non esprime lo spirito o russo di Svetlanov, ma soprattutto nella Seconda e Terza sinfonia, difende decisamente le sue convinzioni donandoci un'interpretazione sicuramente personale, ma assolutamente interessante per le scelte operate: da conoscere anche per la bella versione dei due poemi sinfonici portati a complemento dell'integrale.
Una buona versione della sinfonia n. 1 è quella di Leonard Slatkin
190 alla guida dell'Orchestra Sinfonica di St. Louis (1976).
Il Direttore americano fornisce prova di un’eccellente visione di questa Prima sinfonia che affronta con sensibilità e raffinatezza, evitando un troppo frequente “pathos languido”: una scoperta da fare.
Della Sinfonia n. 2 segnalo l’interpretazione di Vladimir Ashkenazy, qui in veste di Direttore del Concertgebouw di Amsterdam (1981).
Grande interprete dei Concerti e delle Opere per pianoforte di Rachmaninov, Ashkenazy fa brillare questa sinfonia restituendole tutto il suo carattere romantico, rifacendosi alle sue origini russe che gli permettono di evitare un facile pathos a vantaggio di un'interpretazione visionaria, fissando perfettamente lo spirito del Compositore.
L'Orchestra del Concertgebouw si dimostra assolutamente uno strumento perfetto a rendere nel modo più squisito i numerosi dettagli presenti nella partitura

Danze e sinfoniche opera 45

Ancora Svetlanov, alla testa dell'Orchestra Sinfonica dell'Urss (1966) ad eseguire queste tre pagine, considerate dallo stesso Direttore russo uno dei capolavori assoluti di Rachmaninov. Svetlanov ha dichiarato a suo tempo che prima di dedicarsi a questa Partitura ha sentito la necessità di possedere l'esperienza umana ed artistica indispensabile per esprimerne tutta la ricchezza.
Non si può che lodare l'assoluta professionalità del Direttore russo che sicuramente ha fornito l'edizione di riferimento assoluto di queste "Danza sinfoniche".

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Maurice Ravel (1875-1937)

Visse a Parigi dall'età di dodici anni, ma le impressioni dellamusica popolare spagnola, raccolte durante l'infanzia trascorsa a Ciboure, rimasero vive nella sua memoria, come testimonia l'elemento spagnolo in composizioni quali “Rhapsodie espagnole”, “L’heure espagnole” e “Bolero”.
Dopo studi preparatori di pianoforte, armonia e composizione, si iscrisse, nel 1899, al Conservatorio di Parigi. Il suo insegnante, Gédalge, più tardi disse che Ravel fu un allievo studiosissimo, ma che aveva un debole per le combinazioni armoniche non ortodosse. Subì l'influenza di Chabrier e Satie, ma fin dalla prima giovinezza dimostrò di possedere uno stile spiccatamente personale e originale, riconoscibile in composizioni come “Menuet antique” e “Sites auriculaires” (entrambe del 1895).
Nonostante l'evidente talento, concorse quattro volte senza successo per il Prix de Rome. La quarta era già un compositore di fama, con all'attivo composizioni quali “Jeux d'eau”, “Pavane pour une infante defunte”, il “Quartetto per archi in fa maggiore” e l'ouverture “Shéhérazade”.
Il fatto che anche codesta volta fallisse non mancò di attirare l'attenzione. Il conservatorismo del Conservatorio fu pubblicamente attaccato, e Dubois, il direttore, dovette rassegnare le dimissioni, sostituito da Paure che era stato maestro di Ravel. Quando nel 1907 vennero eseguite le gioconde, ironiche melodie “Histoires naturelles” (ispirate da cinque brani dell'omonimo libro di Jules Renard), il giovane compositore divenne il centro di un'accesa disputa.
La Parigi musicale si divise in due campi; l'uno che giudicava RaveI come un povero imitatore di Debussy, l'altro convinto che, sebbene influenzato da Debussy, egli fosse un compositore personale, potente e originale.
Mentre il critico Pierre Lalo lo definiva un «intelligente plagiario», Calvocoressi dichiarava che RaveI era assai più che un semplice imitatore di Debussy: «RaveI è più virile di Debussy. Nella sua musica le variazioni di colore sono più rilevanti, vi e una potenza più penetrante. Posta a confronto con quella di Debussy, la musica di Ravel ha salute e forza. È fatta di una sostanza più dura. »
A grado a grado ottenne consensi unanimi.
La “Rhapsodie espagnole” (1907) e la suite per piano “Gaspard de la nuit” (1908) furono accolte con entusiasmo e nel 1910. L’ Opera Comique di Parigi rappresentò l’ opera in un atto “L’heure espagnole”, nessuno potè negare ch'egli aveva raggiunto una posizione eminente nella moderna musica Francese.
Due anni più tardi Diaghilev allestì il balletto “Daphnis et Chloé”, da molti ritenuto il suo capolavoro.
In conseguenza del servizio militare durante la prima guerra mondiale, RaveI contrasse una forma di esaurimento nervoso da cui non si riebbe mai completamente. Trascorse gli ultimi anni di vita nell'idillico villaggio di Monfort-l'Amauray, presso Parigi.
Le sue due ultime composizioni, “La valse” e “Bolero” conquistarono fama mondiale.
David Lwen ha così descritto RaveI tre anni prima della sua morte: «Vive appartato e in tranquillità... piccolo di statura di apparenza esile, non impressiona molto al primo incontro. Ha i capelli completamente grigi, il naso aquilino, gli occhi che mandano lampi nervosi. I gesti medesimi sono improvvisi ed eleganti; si muove con incredibile grazia e rapidità. »
Ravel formulò il suo credo musicale in questi termini:« Io non sono un " compositore moderno " con attitudine a scrivere armonie radicali e un contrappunto sconnesso, perché non sono mai stato schiavo di alcuno stile di composizione. Né mi sono mai legato ad alcuna determinata scuola di musica. Ho sempre sentito che un compositore deve mettere sulla carta ciò che sente e come lo sente, liberamente e senza tener conto della moda del momento. La grande musica deve sgorgare sempre dal cuore, quella razionalmente costruita non vale la carta .”
Henri Prunières ha smentito i critici che avevano giudicato la musica di Ravel troppo intellettuale: «E’ incredibile che tanti critici esperti e intelligenti giudichino la musica di RaveI fredda e arida. In questo tempo, in cui la tendenza è verso forme dichiaratamente impersonali, dovremmo meravigliare ancor più alla sua pacata sensibilità e al mondo incantevole che dischiude per noi. »
Karl Nef sottolinea l'impronta francese della musica di RaveI: «II pittoresco fu sempre uno dei principali oggetti dell’arte musicale francese, e a questo riguardo Maurice Ravel, fra i moderni, è un maestro. Egli è ricco di nuovi effetti sonori e ci seduce perfino con nuovi effetti pianistici, le sue composizioni sono autenticamente francesi per l’eleganza, elaboratissime fin nel particolare. Fu chiamato un secondo Couperin. »
Senza dubbio Ravel dovette molto a Debussy ma, d'altro canto, Debussy stesso fu pure influenzato dal più giovane collega.
La relazione fra loro fu paragonata a quella fra Haydn e Mozart. Non c'è dubbio, ad esempio, che il caratteristico nuovo uso del pianoforte in “Jeux d'eau” ebbe grande influenza su diverse composizioni posteriori per pianoforte di Debussy.
E’ stato fatto un tentativo per spiegare la differenza fra i due, chiamando Debussy poeta dei suoni e RaveI compositore; distinzione che esprime la qualità essenziale di entrambi: Ravel era un musicista «puro», intellettualmente interessato alla costruzione musicale, mentre Debussy si serviva della musica come mezzo d'espressione per descrivere e dipingere. In verità, Debussy s'interessò gradatamente sempre più alle forme classiche (le sue ultime composizioni comprendono non meno di tre sonate), mentre Ravel fin dalla gioventù fu sempre, in un certo senso, intimamente un classico (si pensi, ad esempio, alla “Sonatina per piano” del 1903-05).
Marion E. Bauer così riassume la differenza fra i due compositori: « Ravel fu ritmicamente più incisivo di Debussy, e la sua forma fu più tradizionale; mentre Debussy, nel suo sforzo di liberazione, creò ex novo, deliberatamente evitando la forma dei compositori classici quanto romantici. »
E Rene Dumesnil, sullo stesso argomento: « Ogni composizione di Ravel porta il marchio del suo creatore. Di tredici anni più giovane di Debussy, era naturale ch'egli facesse uso di quelle libertà per cui Debussy si era battuto. Ma egli creò un linguaggio suo proprio che non può essere confuso con quello di Debussy...Ravel non appartiene alla famiglia di Debussy. Egli è guidato più dall'intelligenza che dalla sensibilità, e non teme affatto una certa secchezza... sopra ogni cosa egli ama la chiarezza. »
Stravinsky fa il punto al minuzioso e dettagliato lavoro che Ravel dedicò ai suoi motivi musicali — specialmente in “L’heure spagnole”, che si svolge in una bottega di orologiaio — chiamandolo « orologiaio svizzero ».
Gilbert Chase ha scritto di Ravel: « La sua musica è stata paragonata a quei formali giardini francesi in cui alberi e siepi formano un ricamo di forme precise, e i fiori sono collocati secondo ben ordinati motivi ornamentali. La qualità unica del suo genio è l'abilità nel giungere a tanta originalità e varietà di espressione entro i limiti di quelle restrizioni formali. »

I concerti per pianoforte

Ravel ha due concerti per pianoforte — in sol maggiore e re maggiore (per la mano sinistra) — composti praticamente alla stessa epoca.
Nel 1928 egli ebbe tali successi in America con programmi di sue composizioni, che decise di ritornarvi con un concerto per pianoforte. Nel contempo riceveva dal pianista austriaco Paul Wittgenstein, amputato del braccio destro, la richiesta di comporre un concerto per la sola mano sinistra.
Le due composizioni furono terminate nell'autunno del 1931.
Il primo concerto fu eseguito a Parigi da Marguente Long in novembre, e nello stesso mese Paul Wittgenstein eseguiva a Vienna quello per la mano sinistra.
In un articolo sul « Daily Telegraph », Ravel così ne parla: «II primo è un concerto nel significato più preciso del termine, scritto nello spirito di Mozart e di Saint- Saens. Ritengo che la musica di un concerto possa essere gaia e brillante, e che non debba di necessità pretendere a cose profonde, né mirare a effetti drammatici...Avevo pensato di chiamarlo “divertissement”, ma poi ritenni che il nome di "concerto" spiegasse a sufficienza il carattere della musica. Questo concerto... include alcuni elementi presi a prestito dal jazz, ma con moderazione. «Il concerto per la mano sinistra è di carattere alquanto diverso; è in un sol movimento, e gli effetti di jazz vi sono numerosi. Non è una composizione semplice. In un'opera del genere è essenziale raggiungere l'effetto non di un contesto leggero e delicato, ma di una partitura scritta per le due mani. »

“Bolero”

Nel 1928, la danzatrice franco-russa Ida Rubinstein chiese a Ravel di comporle della musica per una danza spagnola.
Da principio il Compositore aveva pensato di strumentare un pezzo per pianoforte di Albeniz, ma seppe, con disappunto, che altri l'aveva già fatto. Poche settimane dopo, da Parigi, scrisse a un amico che stava lavorando a qualcosa di speciale: « Niente forma, secondo il significato abituale, niente sviluppo, nessuna (o quasi) modulazione. Un tema nello stile di Padilla (compositore di Valendo), ritmico e per orchestra. »
Così nacque il “Bolero”, la composizione più popolare di Ravel.
Il balletto “Bolèro” fu eseguito per la prima volta all'Opera di Parigi.
La scena si svolge in un'osteria andalusa, e Ida Rubinstein vi danzò il bolero su un tavolo, con movimenti lenti e strisciati, facentisi sempre più violenti; finché gli zingari si alzavano e cominciavano a danzare con lei. La scena termina con un ruotare vorticoso in cui i ballerini esasperati si urtano l'un con l'altro e tirano fuori i coltelli.
Il pezzo è costruito su un solo tema, che si ripete continuamente senza alcun mutamento ritmico o melodico; la melodia non modula che alle ultime misure, quando l'effetto è divenuto ossessivo. L'assenza di monotonia è dovuta unicamente alla mirabile strumentazione, che sostiene la tensione interiore portandola al culmine.
Il Compositore lo chiamò una « danza lasciva », e gli assegnò un andamento relativamente moderato (dovrebbe durare diciassette minuti), irritandosi quando Toscanini lo diresse a un tempo notevolmente più vivo.
Ravel non si aspettava che avesse tanto successo nei programmi da concerto; diceva:« Non è che una moda. » Lo considerava più o meno una facezia, ne parlava come di « effetti orchestrali senza musica ». Sebbene Ravel fosse un competente di musica spagnola, non l'azzeccò col Bolero, per gli spagnoli. Il compositore spagnolo Joaquin Nin ha dichiarato che ritmo e andamento non hanno niente a che fare con l'autentica danza popolare.

 Ma Mère l’Oye

Suite per pianoforte a quattro mani composta nel 1908 per i bambini di Godebski, amico carissimo del Compositore. La forma a quattro mani aveva lo scopo di abituare i bambini a suonare insieme. Ravel prese a soggetto cinque delle loro favole predilette:
I. Pavane de la Belle au bois dormante
II. Petit Poucet
III. Laideronnette, imperatrice des pagodes
IV. Les entretiens de la Belle et de la Bete
V. Le jardin fleuri
La trascrizione per orchestra di questa suite, composta da Ravel nel 1912, dimostra la sua rara abilità nel trasferire una composizione pianistica, nota per nota, agli strumenti di un'orchestra, senza quasi alterare il quadro musicale. La sua scelta del colore timbrico per ciascuna frase e nota fu così felice e ricca di effetti orchestrali, che è difficile persuadersi che questa composizione non sia stata concepita direttamente per l'orchestra. Nello stesso anno Ravel elaborò “Ma Mère l’Oye” per un balletto ispirato alla storia di Cenerentola, aggiungendovi un preludio e un paio d'interludi.
La prima e la quarta fiaba sono note. La seconda descrive la difficile posizione di Pollicino quando scopre che le briciole di pane lasciate cadere lungo il cammino, per ritrovare la via del ritorno, sono state mangiate dagli uccelli.
Ravel cita il seguente brano del racconto di Perrault, a descrivere la musica : « Egli era convinto di poter rintracciare facilmente il percorso per mezzo delle briciole di pane che aveva sparso sul cammino, ma rimase esterrefatto quando non riuscì a trovare una sola briciola: gli uccelli se le erano beccate tutte. »
La fiaba che informa il terzo pezzo, “Il serpente verde”, narra di una bella principessa che un incantesimo ha fatto diventar brutta. Un giorno, nella foresta, incontra un serpente verde, sotto le cui spoglie si cela un principe. Raggiungono insieme un lontano castello, ove molte bamboline si mettono al servizio della principessa Laideronnette. Ella si spoglia ed entra nel bagno. Le bambole cantano e suonano vari strumenti: alcune dei liuti formati da gusci di noci, altre violini di gusci di mandorle, poiché gli strumenti, naturalmente, devono essere in misura delle suonatrici. Il quinto pezzo descrive il giardino incantato dove la Bella Addormentata viene destata con un bacio dal principe.

Pavane pour une infante defunte

Scritta nel 1899, fu poi orchestrata, e in questa forma fu la prima composizione di Ravel a divenire largamente popolare.
Il Compositore disse che con il titolo non aveva voluto esprimere nessun significato particolare; aveva pensatosoltanto che « suonava bene ». Più tardi Raymond Schwab scrisse un breve racconto di una “Infanta” spagnola che aveva danzato questa pavana nel giorno del suo decimo compleanno, e che non volle mai più risentire altra musica né in terra ne in cielo.
A un giovane pianista che trascinava quella composizione a un tempo da mortorio Ravel disse, spazientito: «Un'altra volta si ricordi che io ho scritto una pavana per una principessa morta, non una pavana morta per una principessa. »
Ravel stesso non amava questa sua composizione, che giudicava trascurata nella forma e nella quale si avverte scopertamente l'influenza di Chabrier.
“Rapsodia Spagnola” (“Rhapsodie espagnole”): composizione orchestrale.
Eseguita per la prima volta nel 1907, è uno dei primi lavori orchestrali di Ravel e rivela una spiccata originalità, nonché un'abilità sorprendente nell'orchestrazione.
Alla prima esecuzione, dopo il secondo movimento, dalla galleria un gruppo di giovani musicisti non smetteva di applaudire. Poiché gli spettatori in platea non dimostravano eguale entusiasmo, uno del gruppo, il compositore Florent Schmitt, gridò le parole famose: « Suonatela ancora per quelle persone laggiù; non l’hanno capita ! »
I movimenti della rapsodia sono:
I. “Prelude a la nuit”, con la caratteristica scala spagnola di quattro note, fa, mi, re, do diesis, ripetuta costantemente.
II. “Malaguena”, danza briosa.
III. “Habanera”, che era una delle prime composizioni di Ravel. Scritta nel periodo in cui studiava al Conservatorio, era stata pubblicata per la prima volta nel 1895 come uno dei “Sites auriculaires” (duetto per due pianoforti).
Pare che il Compositore avesse una predilezione particolare per questa composizione, poiché ne fece varie trascrizioni: oltre che come duetto per due pianoforti, esiste pure come melodia per canto senza parole e pianoforte, e come pezzo per violino e pianoforte. Fu orchestrata per la prima volta nel 1907, per questa Rapsodia.
IV. “Feria”, danza turbinosa, espressiva di una fiesta spagnola.

« LeTombeau de Couperin » (La tomba di Couperin)

Suite orchestrale che, come altre composizioni, fu dapprima scritta per pianoforte, nel 1914-1917.
Nel XVII-XVIII secolo la musica composta per la commemorazione dei morti fu sovente denominata “tombeau” («tomba» o «rimembranza»); in questi pezzi RaveI volle commemorare i suoi amici caduti nella prima guerra mondiale, oltre che tributare un omaggio a Couperin, il grande compositore francese di musica per clavicembalo.
“Le tombeau de Couperin” è una suite di sei pezzi nella stessa forma delle suites commemorative del XVIII secolo. Ciascun movimento fu dedicato a un amico defunto.
La suite per pianoforte si compone di:
1. Preludio. 4. Rigaudon
2. Fuga. 5. Minuetto
3. Furlana maestosa 6. Toccata.
Nel 1918 Ravel orchestrò tutti i movimenti eccetto i n. 2 e n. 4, che riteneva troppo pianistici per essere strumentati.
Ebbe un debole particolare per queste composizioni; alla sua morte l'unico pezzo di musica rinvenuto nella sua camera fu il “Minuetto”, posato sul pianoforte.
“La Valse” (Il valzer). « Poema coreografico » per orchestra composto nel 1919-20.
Ravel così ne parla: «Ho immaginato questo "poema coreografico" come un'apoteosi del valzer, e nella mia fantasia sorse l’ impressione di un mulinello seducente, ubriacante, fatale. Vidi questo valzer nel quadro di un palazzo imperiale intorno all'anno 1885. »
Quanto alla partitura scrisse: «Dapprima la scena è avvolta in una nebbia fiocamente luminosa attraverso la quale si scorgono vaghe, intermittenti visioni di coppie danzanti. A poco a poco la nebbia si dissipa, la luce si fa più forte e ci si trova in una spaziosa sala da ballo, piena di ballerini, scintillante nella luce dei lampadari. »
Il valzer si dissolve in una serie di aspri accordi e termina con un mulinello ritmato, simile a una “danse macabre”.
Ravel scrisse questa composizione come musica per balletto; ma più che come tale “La valse” viene frequentemente eseguita nei programmi da concerto.


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Di assoluto interesse l'integrale delle Opere per orchestra firmata da Pierre Boulez con l'Orchestra Sinfonica di Cleveland ed incisa fra il 1972 e 1975.
Si tratta di una rassegna completa, comprendendo anche pagine meno visitate del Compositore francese, il tutto profondamente assimilato ed interpretato ai vertici del possibile.
Boulez riesce a cogliere i delicati equilibri sonori dei "Valzer nobili e sentimentali" e nella celeberrima " Ma Mère l'Oye" si trova in lui un interprete dalla meravigliosa eleganza di scelte. Assai preciso nella direzione, agisce sulla musica di Ravel come un rivelatore: l'esattezza conduce alla espressione più vera, all'interpretazione più profonda.
Lo stesso programma è presentato da Ozawa con l'Orchestra Sinfonica di Boston (1975).
Di questa incisione, forse la migliore sotto il profilo della registrazione dei suoni, è stato detto che "ci intrattiene durante una crociera di lusso alla scoperta dell'arcipelago Ravel. L'orecchio è accontentato: è però sufficiente?"
Si ha infatti l'impressione che talvolta il Direttore orientale, pur nella perfezione sonora, non scenda, con la dovuta partecipazione personale, sufficientemente all'interno di queste pagine come ci aveva rivelato invece Boulez.

Bolero

Negli ultimi anni della sua luminosa carriera Pierre Monteux, alla guida dell'Orchestra Sinfonica di Londra (1961), ha visitato spesso le pagine di Ravel fornendo delle stesse sempre una grande prova della sua arte eccezionale.
Nel celebrato “Bolero” il Direttore francese "dimostra come prima qualità la precisione indispensabile per la messa a punto del meccanismo ad orologeria che provoca l'esplosione a scoppio ritardato di questa fenomenale Composizione orchestrale". Attraverso una progressione sonora magistralmente condotta, mantiene in perfetto equilibrio il dosaggio dei successivi interventi, sia solistici che relativi a sezioni strumentali, fornendo la migliore in assoluto rappresentazione di questo apparentemente facile meccanismo che nasconde invece nella precisione la sua trappola implacabile.
Innumerevoli visitazioni da parte Charles Münch, ma quella che meglio rappresenta l'entusiasmante dote musicale del Direttore alsaziano è del 1968 (anno della sua morte) sul podio dell'Orchestra di Parigi.
Rispetto a Monteux è forse meno stabile per quanto riguarda i tempi e meno contenuto nella dinamica, facendo così dimenticare il "meccanismo ad orologeria", ma conduce il “crescendo” con istinto quasi infallibile ed estremamente ricco di "nuances" d'espressione.
Karajan, (1966) con la "sua" Orchestra Filarmonica di Berlino, adotta un tempo più lento rispetto ai due Direttori francesi, mantenendolo inesorabilmente dal principio alla fine.
Per quanto riguarda il rigore ritmico ed il perfetto dosaggio dei colori si dimostra così forse l'interprete più "disciplinato" rispetto alla partitura, come del resto eccezionale la qualità dei solisti berlinesi.
Sir Georg Solti, sul podio dell'Orchestra Sinfonica di Chicago (1977), concepisce il “Bolero” come "uno studio per orchestra" e quindi viene affrontato come una magistrale dimostrazione di virtuosismo, assolutamente seguito su questa linea interpretativa dalla sontuosa Orchestra statunitense.
Ozawa (1974) affronta la pagina di Ravel con l'Orchestra Sinfonica di Boston scegliendo un tempo rigorosamente razionale: nella progressione è molto controllato, ma particolarmente attento a rendere col massimo risalto il gioco dei colori via via da sottolineare. Sotto questo punto di vista l'Orchestra di Boston è fra le eccezionali, grazie ai suoi eccellenti solisti.

Concerto per pianoforte orchestra in sol maggiore

La versione più a tutt'oggi rimane di assoluto riferimento è quella di Vlado Perlemuter191 accompagnato dall'Orchestra dei Concerti Colonne diretta da Jasha Horenstein (1958).
Questa interpretazione è esemplare in quanto in nessun momento ricerca l'effetto: mantiene ciò che è assolutamente essenziale rispettando il suono della musica pura e sottolineando gli aspetti sensibili dell'Opera resi in modo unico dal Solista.
Horenstein asseconda efficacemente il ruolo del Pianista in perfetta armonia con una il criterio interpretativo scelto da questi: edizione assolutamente da conoscere e su cui riflettere.
Estremamente elegante la visione di Anne Queffélec
192 accompagnato dall'orchestra Filarmonica di Strasburgo diretta da Alain Lombard (1975).
Ciò che colpisce maggiormente di questa versione è la continuità melodica, ove l’ “adagio” è particolarmente commovente, come il "Presto Finale" assolutamente raffinato.
Lombard, più leggero del solito nel suo accompagnamento, fornisce un pregnante contributo alla riuscita di questa edizione.
Samson Fran
çois si prende, come sua abitudine, una libertà che può sedurre od all'opposto irritare; ma lo slancio del "Presto" fa subito dimenticare tutte le possibili obiezioni.
Eccezionale l'accompagnamento orchestrale da parte di Andrè Cluytens sul podio dell'Orchestra della Società dei Concerti del Conservatorio di Parigi (1959).
Affascinante l'interpretazione di Marta Argerich (1967) con Claudio Abbado alla guida dell'Orchestra Filarmonica di Berlino: la grande Virtuosa argentina può permettersi tutte le libertà in forza della suo brillantissimo suono, tella tecnica cristallina e "del suo umore umore simpaticamente capriccioso".
Si possono amare le effusioni della sua impertinenza , come si può anche discutere su certi suoi eccessi, mentre sicuramente unanime è il giudizio relativo all'eccellente partecipazione di Claudio Abbado.
Concludo la rassegna citando la versione di Arturo Benedetti Michelangeli e l'Orchestra Filarmonica di Londra diretta da Ettore Gracis (1959).
Si tratta di una versione assolutamente di riferimento, di una straordinaria lucidità con cui il celeberrimo Pianista italiano affronta questa pagina che, assieme a tutto il repertorio francese da lui visitato ( in cui notoriamente primeggia Debussy), traduce con smagliante precisione e raffinatissimo gusto: assolutamente da conoscere.

Concerto per pianoforte orchestra in re minore, "per la mano sinistra"

Di questa ispirata pagina pianistica Samson François fornisce la più brillante delle interpretazioni accompagnato dall'Orchestra della Società dei Concerti del Conservatorio di Parigi diretta da Àndré Cluytens (1959).
Secondo la critica internazionale il grande Pianista francese non ha mai avuto rivali in questo Concerto in cui il riconosciuto romanticismo, l'apparente clima di improvvisazione e l'atmosfera onirica si accordano perfettamente al temperamento proprio del solista.
Si tratta pertanto di una preziosa, quanto insuperata, e forse insuperabile, testimonianza del capolavoro di Ravel.
L'Orchestra ed il Direttore sono pure eccellenti in questo repertorio, fornendo un apporto pregnante alla riuscita di questa versione.
Ancora Vlado Perlemuter con l'Orchestra dei Concerti Colonne diretta da Jasha Horenstein (1958) a presentarci un'esemplare interpretazione, solida, sensibile, molto cromatica che rende giustizia al carattere ed alle dimensioni dell'Opera in cui Horenstein fornisce un contributo particolarmente avvertibile nella perfezione del dosaggio nei colori.
Interessante anche la versione firmata da Aldo Ciccolini accompagnato dall'orchestra di Parigi diretta da Jean Martinon ( 1965).
Si tratta di una scelta stilistica esatta che non presenta alcune libertà nell'interpretazione, mentre sceglie di seguire alla lettera la partitura solistica ed orchestrale: il risultato è sicuramente di alto livello.
Un'interpretazione molto tecnica del Concerto per la mano sinistra è quella di Julius Katchen accompagnato dall'orchestra Sinfonica di Londra diretta da Istvan Kertesz (1962).
L'accoppiata dei due grandi Interprett del periodo Romantico, forniscono in questa sede una testimonianza assolutamente da conoscere per la precisione che sempre sfiora il virtuosismo, senza peraltro mai perdere per un istante il significato pregnante della partitura raveliana: un vero riferimento.

Dafne e Chloè Balletto integrale

Era l’ 8 giugno del 1912 quando Pierre Monteux diresse per la prima volta questo Balletto di Ravel.
Dopo quasi cinquant'anni, alla testa dell'Orchestra Sinfonica di Londra e del Coro dell'Opera del Covent Garden, il Maestro francese fornisce ancora una volta un documento assolutamente prezioso, ben più che "un pezzo di archivio"(1959).
Non si può in effetti concepire un'interpretazione che sia stilisticamente più giusta, così chiara, meglio equilibrata, più vitale di questa (così si espresse la critica del tempo). E continua: "L'ottica del balletto è ricreata senza che questa possa nuocere minimamente al mondo della dimensione Sinfonica di questa pagina".
Il Coro dell'Opera del Covent Garden è perfettamente integrato in una prospettiva sonora fra le più felici.
Con Pierre Boulez, l'Orchestra Filarmonica di New York ed i Camerata Singers (1974) ci troviamo in una prospettiva completamente diversa dalla precedente.
Versione ricca nel dettaglio in cui l'orchestra di Ravel brilla di tutto il suo fuoco, mentre la condotta generale dell'Opera si libera delle grandi linee sonore per sposare il lirismo che una lettura così analitica non sarebbe stata in grado di esprimere se non con un immenso musicista come Boulez.
La più recente fra le versioni di riferimento di quest'Opera è firmata da Charles Dutoit con i il Coro e l'Orchestra Sinfonica di Montreal (1980).
Edizione assolutamente esemplare per il gusto raffinato delle sonorità, l'equilibrio fra il Coro e l'Orchestra, ma anche per l'ampiezza dell'interpretazione, l'afflato lirico che non esclude né leggerezza, né trasparenza.
Viene scelta una relativa moderazione nei tempi a vantaggio di un respiro sempre largo che contribuisce alla resa assolutamente precisa di ogni paesaggio sonoro.
Per chi amasse le interpretazioni brillanti, fortemente ritmate, in cui colori orchestrali giocano un rilievo di assoluto primo piano, consiglio la versione di Eduardo Mata sul podio dell'Orchestra Sinfonica e del Coro di Dallas (1980).
Il Direttore messicano, come sua abitudine, si trova perfettamente a suo agio quando si tratta di interpretare colori e sonorità particolare, dimostrandosi anche in Ravel un interprete di assoluto interesse che ho portato ad un livello dichiaratamente internazionale l'Orchestra americana.
Fra le “Suites” orchestrali, un posto di primo piano meritano quelle Münch ed Abbado: il Direttore francese, sul podio dell'Orchestra di Parigi (1959) ripropone la Suite n.2 che è stata uno dei suoi grandi successi nei concerti e che ha qui modo di sottolineare fortemente la selezione di tutta la sua forte personalità, servito per altro da un'Orchestra che conosce come poche questo repertorio.
Abbado, nel 1970 sul podio della Boston Symphony, fornisce una versione vivace, sensuale molto ispirata : il Direttore italiano si è sempre dimostrato preciso e sensibile interprete del repertorio francese contemporaneo ed in questa Pagina lo dimostra in modo eclatante.

Ma Mère l'Oye

Il balletto, nato dalla versione orchestrale di questa celebre opera composta per pianoforte a quattro mani, supera la semplice orchestrazione dei cinque pezzi per pianoforte a quattro mani.
La versione per balletto infatti comporta l'aggiunta di alcuni brani che arricchiscono la Composizione nel suo complesso, Opera di un momento particolarmente felice della vita creativa del Compositore francese.
Fra le versioni di riferimento, spicca quella di Pierre Boulez sul podio dell'Orchestra Filarmonica di New York (1974).
Il Direttore francese dirige con meravigliosa precisione queste pagine in cui la poesia viene dipanata attraverso i delicati equilibri sonori di una orchestrazione assolutamente favolosa.
Della stessa pagina esiste anche la altrettanto celebre versione firmata da Pierre Monteux con l’Orchestra Sinfonica di Londra (1961).
Rispetto a Boulez, Monteux è sicuramente meno analitico, ma più emotivo ed attraverso questa strada ci conduce sulle note della poesia di Ravel.
Due versioni queste che, attraverso vie diverse, se non opposte, ottengono ugualmente un'eccezionale risultato esaltando queste pagine orchestrali, dimostrando come le composizioni di Ravel abbiano più d'una chiave di lettura a testimonianza della complessità del Compositore francese.

Pavane pour une infente défunte: versione orchestrale

Charles Münch, nell'anno della sua morte (1968), ha registrato fosse la più bella versione di tutti tempi di questa celebre pagina nata per il pianoforte solo.
Sul podio dell'Orchestra di Parigi, il Direttore alsaziano dimostra come l'eleganza possono sposarsi con l'emozione riuscendo fra l'altro nell'interpretare quest'Opera, fortemente complessa, in modo da renderla comprensibile al grande pubblico come solo le menti geniali riescono a fare.
Nel 1974 Pierre Boulez ha inciso lo stesso brano con l'Orchestra di Cleveland.
Si tratta di un l'interpretazione sensibile e raffinata, straordinariamente esatta per quanto concerne il tempo, i colori, gli accenti.
Può costituire un'alternativa alla versione di Münch, di assoluto interesse per capire i diversi percorsi con cui si può arrivare alla medesima meta: la comprensione e la realizzazione artistica delle composizioni di Ravel.

Rapsodia Spagnola

Di questa celebre e cromatica pagina esistono importanti edizioni di riferimento, ma su tutte spicca quella di Boulez sul podio dell'Orchestra Sinfonica di Cleveland (1972).
Il Direttore francese sa rendere particolarmente fine l'orchestrazione di questa Rapsodia rendendo l'ascolto non solo stupefacente, ma assolutamente invitante, grazie all'alchimia dei timbri che costituiscono qui l'elemento principale.
Si tratta di una versione che risulta stupefacente per la precisione ritmica e per la pulizia del disegno melodico: incanta anche per la cura dei dettagli e per la rara coerenza con cui porge una nuova immagine di un'Opera che i più, probabilmente, conoscevano sotto un altro aspetto.
La visione di Münch (1968), sempre alla guida dell'Orchestra di Parigi, è quello di un poeta.
Il suo approccio è più globale rispetto a quello di Boulez, ma la sua intuizione ci fa scoprire i sorprendenti colori della Pagina e l'Opera così si anima profondamente di luce propria.

Le Tombeau de Couperin : versione orchestrale

Di quest'Opera, nata per pianoforte, esiste un'interessante versione orchestrale che vede un'ottima incisione ad opera di Armin Jordan sul podio dell'Orchestra da Camera di Losanna (1977).
Si può considerare legittima la manifesta volontà da parte di questo Direttore di collocare questa pagina in una prospettiva intimista. La sua interpretazione, alla testa di una brillante Formazione da camera, appare come un modello di gusto e di misura.
Molto bella è pure la versione di Charles Dutoit con l'Orchestra Sinfonica di Montreal (1982).
Si tratta di un’ interpretazione dal tono molto misurato in cui il Direttore svizzero si dimostra ancora una volta intelligente interprete nel repertorio sinfonico di Ravel, come ha dimostrato in numerose incisioni in cui l'Orchestra canadese, di lingua francese, splende per la grande duttilità dei suoi valenti solisti.


Tzigane: Rapsodia per violino e orchestra

Accompagnato dall'Orchestra di Parigi diretta da Jean Martinon, Perlman ci ha lasciato forse l'edizione di riferimento assoluto di questa pagina raveliana (1975).
Il grande violinista israeliano suona con tale virtuosismo che dona l'illusione di un’ improvvisazione brillantemente naturale.
Si può forse dire che questa Pagina non sia fra le più ispirate del Compositore francese, ma sicuramente la più difficile da suonare correttamente.
Perlman, come forse pochi altri, e non solo dalla sua generazione, sa districarsi molto bene nelle trappole della partitura riuscendo nel non facile intento di valorizzare anche quest'Opera grazie anche all’ottimo accompagnamento orchestrale da parte del Direttore francese.

La Valse: Poema coreografico per orchestra

Pierre Boulez, ancora con l'Orchestra Filarmonica di New York (1974), si dimostra grande specialista nel rendere le pagine più difficili di Ravel.
n questo caso, senza sollecitare il carattere drammatico di questo Poema coreografico, grazie ad un'interpretazione assolutamente esatta, riesce a rendere l'impressionismo della spontaneità attraverso una puntigliosa lettura della Composizione.
La sua sicurezza tecnica lo aiuta anche a farci ritrovare quella tensione ardente che traspare dalle note in modo naturale.
Con Pierre Monteux, alla guida dell'Orchestra Sinfonica di Londra (1961), cambia il clima: l'aspetto fantastico ed invitante è più sensibile che in Boulez. Il dosaggio e l'alchimia dei colori rivelano in Monteux un grande Interprete della musica impressionista francese che, senza avere l'attenzione della precedente, la raggiungeva e superava in bellezza assoluta.
La versione di Charles Münch con l'Orchestra Sinfonica di Boston (1959) è caratterizzata da un tempo decisamente rapido, dalle libertà che il Direttore alsaziano si prende, dalla vertigine più istintiva con cui legge questa pagina.
Si capisce peraltro che l'istinto di Münch corrisponde sovente all'intuizione geniale propria di questo Direttore a cui si perdona la soggettività nella lettura, dati i risultati assolutamente affascinanti che riesce ad ottenere.
Fra le versioni più recenti spiccano quelle ( entrambe dell'inizio delle anni '80) di Claudio Abbado con l’ Orchestra Sinfonica di Londra e di Charles Dutoit ancora con l'Orchestra Sinfonica di Montreal.
Si tratta di due versioni molto diverse, ma entrambe raccomandabili per il valore dei Direttori e delle loro Compagini orchestrali.
Abbado predilige tempi più veloci, sonorità più brillanti ed un certo tono drammatico, Dutoit sposa invece l'eleganza, la cura del dettaglio, una soffusa continua poesia.

Valses nobles et sentimentales : versione orchestrale

In questa pagina è difficile trovare l'equilibrio soddisfacente fra i vari piani sonori e la ritmica, per cui non viene particolarmente visitata dai grandi Direttori.
È pertanto consigliabile la versione di due specialisti come Boulez (1972) con l'Orchestra Filarmonica di New York e di Dutoit ( 1982) sul podio dell'Orchestra Sinfonica di Montreal.
Boulez, come suo solito, applica una tale precisione che i suoi contrasti, le sue tinte, le sue declamazioni divengono straordinariamente espressivi.
Così, questa precisissima interpretazione, grazie alla sua esattezza diviene la verità rivelata dell'opera.
Dutoit dal canto suo imposto sempre la sua lettura su una ritmica più rilassata, consentendo in tal modo ai colori di emergere in modo naturale, favorito in ciò degli ottimi Solisti canadesi.


Sheherazade

Di questa pagina sinfonica, ove appare la voce femminile in funzione concertante, esistono due speciali versioni da parte di illustri Direttori: si tratta di Leonard Berstein sul podio dell’Orchestra Nazionale di Francia (1972) e di Ernest Ansermet con la Suisse Romande (1962).
Come facilmente intuibile, più estroversa la versione americana, più intimista e lirica quella svizzera: si tratta comunque di grandi interpretazioni di veri specialisti nel repertorio del ‘900, possibilmente da conoscere entrambe.


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