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Antonin Dvorák (1841-1904)
Dvoràk fu un'anima semplice e schietta, com'egli scrisse di sé : «Io sono quello che sono, un semplice musicista boemo. »
La sua più grande gioia era quella di vivere a contatto con la natura, occupandosi dei suoi animali, dei suoi alberi, e chiacchierare con gli agricoltori delle fattorie vicine.
Ebbe inoltre una vera passione per le locomotive. Si recava alla stazione per guardarle, annotare i loro numeri e il nome dei macchinisti.
Il lato semplice, chiaro, quasi infantile del carattere traspare palesemente anche dalla sua musica, quasi esente da passioni profonde od esasperazione.
Il suo primo scopo fu l'armoniosità, l'espressione più caratteristica della sua musica è la gioia. Egli si avvicina al dolore solo col sentimento di nostalgia della patria.
« Un vero musicista che parve attingere direttamente dal tesoro eccezionalmente dovizioso della musica popolare ceca. Tutta la sua produzione è bella di suoni, di forma perfetta. Egli emerse in ogni sfera dell'arte musicale. Come operista, è certo, il successo gli arrise solo nella sua terra, che gli diede un posto a lato di Smetana » (Paul Stefan).
Otakar Sourek, il critico boemo, fa un confronto fra i due in questi termini: « Vicino a Smetana, il creatore che fu per così dire trasfigurato dal dolore, Dvoràk è uno scopritore che agisce per impulso naturale, il beniamino della vita e un apprezzato favorito della buona fortuna. Per questa ragione, il dubbio tragico gli è quasi sconosciuto. Eppure, nel subcosciente, egli sa che cosa sia il destino. Egli è piuttosto candido che ingenuo, è soprattutto una forza elementare. »
La sua musica sale a maggiore altezza quando odora del profumo della sua terra o ricorda i giorni della sua gioventù, i motivi dei musicisti vagabondi e le danze care al suo popolo.
« È uno dei fenomeni del XIX secolo, » scrisse Charles Stanford, «un figlio della natura che non smette mai di pensare e che pone sulla carta tutto quello che gli salta in capo. »
Sinfonie
L'elenco completo delle sinfonie di Dvoràk in ordine cronologico, è il seguente:
1. in do minore («Le campane di Zlonice ») (1865)
2. in si bemolle maggiore, op. 4 (1865)
3. in mi bemolle maggiore, op. 10 (1873)
4. in re minore, op. 13 (1874)
5. in fa maggiore, op. 76 (conosciuta come n. 3) (1875, rielaborata 1887)
6. in re maggiore, op. 60 (conosciuta come n. 1) (1880)
7. in re minore, op. 70 (conosciuta come n. 2) (1884-85)
8. in sol maggiore, op. 88 (conosciuta come n. 4) (1889)
9. in mi minore, op. 95 (conosciuta come n. 5) (1893), « Dal Nuovo Mondo »
La prima e la seconda di questo elenco non sono state pubblicate. La terza risente dell'influenza di Wagner. La quarta è la prima che reca l'impronta della personalità di Dvoràk.
« Quando Brahms e Joachim gli comunicarono un mondo ch'egli non sapeva come afferrare, il suo genio era ingenuo come quello di Haydn; e tale rimase sino alla fine.
Sfortunatamente, spesso non seppe fermare la sublimità che ispira i suoi momenti migliori » (D. Tovey).
Ciò concorda con la citata osservazione di Stanford. Tuttavia, Dvoràk è stato detto « compositore nato di sinfonie », e quando dedicò la Sinfonia in re maggiore (nota come n. 1) a Hans Richter, questi, ringraziandolo, disse che, dopo Brahms, Dvoràk era il compositore più dotato di quel tempo.
Della strumentazione delle sinfonie, Alec Robertson dice:« Suonare una sinfonia di Dvoràk — vi dirà uno strumentista — è una gioia, perché Dvoràk distribuisce belle cose a tutti e non pensa solo ai primi leggii: mette altrettanto in evidenza il secondo flauto o il secondo oboe, i secondi violini... egli fornisce sempre una generosa porzione di melodie contrappuntanti... »
Otakar Sourek scrisse:« Dvoràk ci offre nei singoli tempi... una dovizia di buona musica e la sincera espressione delle sue inclinazioni spirituali, come si manifestano al suo chiaro giudizio artistico e umano. Possiamo leggere in essi il suo atteggiamento verso l'umanità, la natura, Dio e la patria.
I tempi lenti sono i più eloquenti. Gli scherzi sono pure notevolmente caratteristici, specialmente quelli con cui idealizza certi tipi di danze ceche o slave, che scorrono traboccanti di vitalità ritmica. »
N. 1, in re maggiore, op. 60
Fu composta fra il 27 settembre e il 15 ottobre 1880, e dedicata al celebre direttore d'orchestra Hans Richter.
In novembre, Dvoràk si recò a Vienna e suonò la sinfonia per Richter, il quale ne fu entusiasta e abbracciò il Compositore — dice Sourek — dopo ciascun tempo.
Fu eseguita la prima volta a Praga nel marzo 1881, con la direzione di Adolf Cech, amico di Dvoràk, fra il più grande entusiasmo del pubblico, che volle bissato lo scherzo.
Deems Taylor la dice « un'opera gaia e melodica, dall’attraente atmosfera di canto popolare, con un fragoroso terzo tempo in ritmo di danza ».
P. Stefan così la descrive:« L'introduzione risuona come una fanfara gioiosa giungente da un idillico paesaggio boemo.
« Nel secondo tempo è diffuso il sentimento di una calma notte estiva.
« Lo scherzo è colmo dello stesso intenso sentimento delle danze slave, ma ha un'estesa sezione centrale tranquilla, nello spirito classico. Nel trio, i diversi strumenti alternano motivi freschi e giocondi; il breve motivo dell'ottavino è specialmente degno di nota.
« II finale, che ricapitola il primo movimento, esprime un'analoga gaiezza. »
I movimenti sono:
1. Allegro
2. Adagio
3. Scherzo-Presto
4. Allegro con spirito
N. 2, in re minore, op. 70
Fu composta fra il dicembre 1884 e il marzo 1885. Nel 1884, Dvoràk era stato fatto membro onorario della Società Filarmonica di Londra, ma la sinfonia fu scritta — così Dvoràk disse — in un momento « di persistente angoscia e inquieta rassegnazione », poco dopo la morte di sua madre.
«Dovunque io vada, non penso ad altro che a questa composizione, che dovrà essere tale da scuotere il mondo, e, con l’aiuto di Dio, lo sarà. »
Il pubblico ne fu entusiasta, e la critica la paragonò alle sinfonie di Schubert e di Beethoven; e qualcuno oggi afferma che va posta senza esitazioni accanto alla Sinfonia in do maggiore di Schubert e alla Quarta di Brahms.
E stata chiamata Tragica, e si può vedere nel tempestoso inizio del primo tempo ciò che Dvoràk intendesse dandole il sottotitolo « Da tristi anni ».
A.Robertson definisce il secondo movimento il più bello fra i tempi lenti di Dvoràk, e uno dei più belli ch'egli abbia scritto.
La melodia delle prime misure — dice Tovey — è una fra le più belle di Dvoràk, e il successivo romantico passaggio uno dei più profondi nella letteratura sinfonica dopo Beethoven.
Lo scherzo, non costruito su ritmi di danza, è pieno di energia nervosa, che gli da un'intensità tutta particolare.
L'ultimo movimento ha rinunciato al sentimento tragico, e per la prima volta in questa composizione, il sentimento nazionale di Dvoràk emerge con diversi motivi cechi pieni di colore.
I movimenti sono :
1. Allegro maestoso
2. Poco adagio
3. Scherzo vivace
4. Finale allegro
N. 4 in sol maggiore, op. 88
Fu composta nel 1889 a Vysokà, nella casa di campagna del Compositore.
Pur essendo priva di qualsiasi riferimento programmatico, la sinfonia, snodantesi tutta in una atmosfera serena e idilliaca, pare riflettere i sentimenti di un uomo che vive a contatto con la natura.
A differenza delle altre sinfonie di Dvoràk stampate presso l'editore tedesco Simrock, essa fu pubblicata dalla casa editrice londinese Novello e per questo è talvolta chiamata « Sinfonia inglese ».
Secondo Sourek, il Compositore intendeva con essa creare « una sinfonia che si differenziasse nettamente dalle precedenti, con l’affermazione di uno stile personale elaborato in modo nuovo ».
E Dvoràk riuscì pienamente nell'intento perché il linguaggio della Sinfonia è assolutamente originale, libero da qualsiasi influsso brahmsiano, ancora palese nella Seconda sinfonia in re minore.
I maggiori pregi di quest’Opera sono la nobiltà del linguaggio, il colorito della strumentazione, la solidità architettonica.
I movimenti più riusciti sono: il grandioso e austero “allegro con brio” iniziale e l’”adagio”, che rende l'atmosfera campestre con una particolare suggestività.
Il delicato “allegretto grazioso”, mantenuto nello stile di un valzer, occupa il posto del tradizionale scherzo.
Il finale “allegro ma non troppo” consta di un tema e di sette variazioni; è inferiore ai movimenti precedenti per una certa monotonia nell'elaborazione tematica.
Alec Robinson così si esprime su questa composizione : « Di tutte le sinfonie di Dvoràk, essa è evidentemente la più nazionale nel carattere e la più originale dal punto di vista della forma, almeno nei primi due movimenti. »
Sinfonia “Dal Nuovo Mondo”
E’ la sinfonia n. 5 (più precisamente n. 9) in mi minore, op. 95, detta “Dal Nuovo Mondo” perché composta, nel 1893, a New York ove fu eseguita per la prima volta il 15 dicembre dello stesso anno.
Dvoràk si recò in America nel 1892 per assumere il posto di direttore e insegnante di composizione al Conservatorio di New York.
Fu tosto attirato dalla musica folcloristica americana e si interessò particolarmente alle canzoni negre sottopostegli dal critico musicale James Huneker e da un suo allievo negro Henry Thacker Burleigh. In un lungo articolo sul «New York Heraid » del 21 maggio 1893 Dvoràk sottolineò la grande importanza della musica negra e incoraggiò i compositori americani a far uso di questi tesori popolari. A causa di questo articolo si ritenne, generalmente, che egli si fosse valso di melodie negre come materiale tematico per la sua Quinta Sinfonia.
Una veemente polemica giornalistica fece seguito alla prima esecuzione della sinfonia. Alcuni affermavano che la Sinfonia «fosse nata dalla terra americana » e dovesse essere perciò considerata come un tipico prodotto del genio americano; altri sostenevano che la Sinfonia esprimeva la « morbosa nostalgia » del ceco.
In una lettera al suo allievo Oscar Nedbal, che presentò la Sinfonia per la prima volta a Berlino nel 1900, Dvoràk chiarì in quale modo avesse usato temi ispirati dall'America.
« Ti mando l'analisi di Kretzschmar della sinfonia, ma non far conto di tutte le sciocchezze a proposito dell'uso da me fatto di motivi " indiani " o " americani " : sono fandonie.
Ho tentato solo di scrivere una musica nello spirito delle melodie nazionali americane. »
David Ewen scrive sulla Sinfonia “Dal Nuovo Mondo”: « In realtà Dvoràk non introdusse nella sua sinfonia spirituals o altre melodie folcloristiche negre. Egli modellò il suo materiale tematico secondo l'idioma della canzone negra, e lo fece con tale autenticità e arte che noi siamo talvolta portati a credere che le sue melodie siano di origine americana. »
I. Adagio, Allegro molto. Nell'introduzione (adagio) Dvoràk fa uso dei tipici sincopati americani, ciò che diventa più marcato nel tema allegro.
Altri due temi, uno con una nota fondamentale caratteristicamente bassa (fa, non mi diesis), e l'altro che è una specie di variante dello spiritual negro “Swing low, sweet chariot”, sono tipicamente americani.
II. Largo. Si dice che il tema principale del largo sia stato ispirato dal poema Hiawatha di Longfellow, narrante la storia della cascata denominata Minnehaha, vicino a Minneapolis.
Il capo indiano Hiawatha doveva sacrificare ogni anno una giovane donna agli spiriti della cascata.
Per costringerlo a interrompere questa barbara tradizione, sua moglie Minnehaha (« Acqua ridente ») si gettò nella cascata e morì sfracellata contro le rocce. Da allora la cascata porta il suo nome.
Si dice che Dvoràk considerasse la sua musica così strettamente aderente al racconto, da dire a un allievo che un passo di transizione nel largo (segnato un poco più mosso) rappresenta la ragazza indiana che, piangendo, dice addio a Hiawatha. (Nei primi manoscritti questo movimento fu chiamato Leggenda.) A una delle melodie di questo movimento sono state aggiunte le parole per formare la canzone “Goin' home” (Tornando a casa).
III. Scherzo, molto vivace. La melodia principale di questo movimento fu concepita per essere usata come danza indiana in un'opera progettata su Hiawatha.
« Nel trio, ci troviamo in una birreria boema ove anche Schubert avrebbe potuto essere ospite, » osservò Longfellow a proposito di questo movimento.
IV. Allegro con fuoco. Qui Dvoràk si serve in parte dei temi dei precedenti movimenti. Il tema principale è di carattere americano, ma una canzone ceca stabilisce un contrasto.
L'intera sinfonia è un omaggio sia al Nuovo Mondo, sia alla terra nativa di Dvoràk.
Concerto per violoncello in si minore, op. 104
Cominciato nell'inverno 1894-95 in America, terminato a Praga nel 1895, fu eseguito nel medesimo anno a Londra.
E’ dedicato ad Hanus Wihan, fondatore del « Quartetto d'archi boemo». È uno dei migliori concerti della letteratura violoncellistica.
I. Allegro. Inizia con un'introduzione orchestrale, nella quale il tema principale è enunciato in principio e seguito da un melodioso motivo popolare. Ambedue i motivi hanno sapore « americano ». L'entrata del solista è qualificata « quasi improvvisando », e i temi sono ripresi e arricchiti di piccoli motivi secondari, e via via intensificati fino al ritorno del tema principale.
II. Adagio ma non troppo. Il semplice tranquillo, scorrevole tema principale è preso dalla melodia di Dvoràk op. 82, n. 1. Specialmente degno di nota è il dialogo fra il violoncello e l'orchestra alla fine del movimento.
III. Finale, allegro moderato. Sourek scriveva, di questo tempo : « Col suo efficace e preciso tema principale, questo movimento è come il gioire di un viaggio immaginario, restando a casa, e porta con sé temi deliziosi, pieni di calore e di attesa.»
Concerto per violino, in la minore, op. 53
Nel luglio 1879, Dvoràk si recò in campagna presso un amico, per avere la tranquillità necessaria a scrivere il concerto per violino richiestogli da Joseph Joachim. Lo terminò nel settembre. Lo inviò al violinista e, per consiglio di quest'ultimo, vi apportò alcuni cambiamenti; avendone Joachim suggerito altri ulteriori, Dvoràk laconicamente rifiutò.
Fu eseguito nel 1880 a Praga e a Vienna.
I. Allegro ma non troppo. È in forma sonata, e ha un classico carattere sinfonico.
II. Andante ma non troppo. Considerato una delle pagine più ispirate di Dvoràk. I temi risentono della musica popolare.
III. Rondò. E un vero « furiant » ceco.
Concerto in sol min. per pianoforte e orchestra op. 33 (B. 63)
Allegro agitato - Andante sostenuto -Allegro con fuoco
Dvoràk scrisse il suo unico concerto per pianoforte e orchestra per l'amico pianista Karel von Slavkovsky che, oltre ad essere un virtuoso, aveva mani molto grandi. Ne risultò un concerto fisicamente fuori dalla portata di molti concertisti, con un carattere più concertante che veramente solistico, così che difficilmente trova un posto stabile nel corrente repertorio.
Eseguito dallo stesso von Slavkovsky per la prima volta a Praga, il 24 marzo 1878, è però lavoro ricco di idee e di slanci, non lontano, nello spirito, dal Concerto in re minore op. 15 di Brahms.
Nel primo tempo sono impressionanti gli sviluppi provocati dal contrasto fra il primo tema, lapidario, e il secondo, cantabile alla boema. Più brillante e capriccioso, oltre che difficile è il rondò finale, che viene dopo il posato dialogo del secondo movimento fra solista e strumenti dell'orchestra.
Danze Slave
Raccolta di otto pezzi caratteristici, op. 46, originariamente per pianoforte a quattro mani, composti nel 1878 e trascritti dal Compositore per orchestra nel 1886, come op. 72.
Fu l'editore Simrock che, agli inizi del 1878, suggerì a Dvoràk di comporre un gruppo di danze slave, nello stile delle Danze ungheresi di Brahms.
Dvoràk fu subito preso dall'idea, e nel marzo dello stesso anno la prima danza era terminata. Le altre seguirono rapidamente, e furono finite nel maggio.
Di queste melodiche composizioni, piene di fuoco e di ritmo, Sourek scrisse:
« Mentre Brahms si valse di temi zingareschi, Dvoràk usò sue proprie melodie e armonie, prendendo a prestito dalla musica popolare solo i ritmi. Soltanto un uomo del popolo può aver creato danze del genere.»
Queste danze portano i numeri da 1 a 8, nell'opera 46; da 9 a 16 nell'opera 72.
Le versioni orchestrali non sempre corrispondono, come tonalità, ai pezzi per pianoforte, e la numerazione ne è confusa, col risultato
che vari editori (e trascrittori: Kreisler, ad esempio) dettero loro altri numeri.
Opus 46: Opus 72:
N. 1, in do maggiore N. 9, in si maggiore
N. 2, in mi minore N. 10, in mi minore
N. 3, in la bemolle magg. N. 11, in fa maggiore
N. 4, in fa maggiore N. 12, in re bemolle magg.
N. 5, in la maggiore N. 13, in si bemolle minore
N. 6, in la bemolle magg. N. 14, in si bemolle magg.
N. 7, in do maggiore N. 15, in do maggiore
N. 8, in sol minore N. 16, in la bemolle magg.
Carnevale
Ouverture da concerto op. 92
Composta nel 1891. È la seconda di un ciclo di ouvertures che Dvoràk desiderò inizialmente intitolare «Natura, vita e amore».
La dedicò agli studenti di Praga, in riconoscenza della laurea ad honorem conferitagli da quell'università.
Nel 1894, decise di pubblicare le tre ouvertures come pezzi separati: “In mezzo alla natura”, “Carnevale” e “Otello”.
Ottomar Sourek scrive: « II compositore mira, in quest'opera, a descrivere un figlio della Natura, immerso in un'estasi di umana beatitudine. Egli si abbandona alla gioia delle sensazioni, ma, in un interludio lirico, si risveglia alla riflessione: dopo tutto, la vera fonte della gioia è la Natura. (La comune Natura è espressa dal clarinetto.)
Lo sviluppo successivo conduce il tema, per così dire, in zone di nebbia, ma nel ritornello esso emerge chiaramente in pieno splendore. »
Il tema della Natura, dell'introduzione alla prima ouverture, è comune ai tre pezzi.
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Fra le integrali di riferimento delle opere sinfoniche di Dvoràk vanno sicuramente ricordate quelle di Kertesz con l'Orchestra Sinfonica di Londra, di Kubelik con i Filarmonici Berlino e di Neumann con l'orchestra Filarmonica Ceca.
Tutte e tre le edizioni presentano un valore complessivamente superiore alla media dei singoli brani, comunemente presenti in varie versioni internazionali, trattandosi di Direttori specialisti particolarmente in questo repertorio sinfonico.
Vale la pena peraltro seguire le singole Sinfonie, le Ouverture ed i Poemi sinfonici, dato che la visione d'insieme non risulterebbe sufficientemente articolata per esprimere il valore delle singole pagine.
Per quanto riguarda le prime cinque sinfonie, l'edizione di Neumann costituisce forse l'opzione migliore per l’ attento studio che questo Direttore ha dedicato a tutte le composizioni di Dvoràk.
Sembra infatti esprimere il giusto compromesso che, in queste opere meno rappresentate, sa essere drammatico senza cadere nelle trappole degli eccessi, energico quanto basta per imporre una costruzione architettonica globale assai valida, anche se talvolta scivola su qualche pagina resa forse con non sufficiente partecipazione.
Sicuramente più personale è Kertesz, ma talvolta colpevole di prendersi eccessive responsabilità e rischi soggettivi: si tratta comunque di un grande Direttore che risulta sempre capace di dominare l'orchestra pur prediligendo tempi stretti al limite del virtuosismo.
Kubelik è forse il più poeta dei tre e le sue interpretazioni sposano una visione lirica e sentimentale di Dvoràk, con tempi più moderati in cui il Direttore boemo ha modo di far risaltare i grandi solisti della Filarmonica di Berlino.
Karel Ancerl non ha avuto modo di lasciarci un'integrale delle sinfonie di Dvoràk per le tristi vicende che hanno caratterizzato la sua vita; dalla deportazione nel 1942, all'esilio nel 1969, alla morte a Toronto nel 1973.
La sua versione della Sesta sinfonia in re maggiore opera 60 lascia testimonianza di uno dei maggiori Interpreti nel repertorio del Compositore boemo grazie all’Orchestra Filarmonica Ceca (1965) dagli splendidi colori accentuati anche dal riverbero naturale della Sala Smetana.
E’ stato scritto che questo Sesta sinfonia, in tale interpretazione, costituisce “la sorella Ceca della Pastorale Seconda di Brahms”.
Della splendida Sinfonia n. 7 in re maggiore opera 70, annotiamo subito la versione di Monteux sul podio dell'Orchestra sinfonica di Londra (1959).
Questa interpretazione contiene dei pregi mai eguagliati: graziosamente cantabile, ricca di un'indicibile poesia pastorale, non forza mai la tecnica evitando accuratamente le rugosità presenti nella partitura al fine di ottenere quel risultato lirico che meglio di ogni altro rappresenta l’anima di Dvoràk.
Splendida è pure la versione di Carlo Maria Giulini (1976) con l'Orchestra Filarmonica di Londra.
Il Direttore italiano è come sempre assai scrupoloso e nello stesso tempo ispirato, arrivando a “spiegarci” la tragicità di questa sinfonia.
Riesce a far risaltare una certa sensualità mozartiana accanto al melodismo schubertiano inquieto e teso, donando all'opera una densità attenta e minuziosa.
Giulini infatti si affida ai dettagli, costruendo con gli stessi una trama orchestrale che trova la sua pienezza nel suo ispirato classicismo.
Colin Davis, con l'Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam, ci presenta una splendida edizione della Sinfonia n. 8 in sol maggiore opera 88 (1978).
Grazie ad una Formazione sontuosa, sa sfruttare al massimo i piani sonori dei fiati e quello degli archi puntando ad un perfetto equilibrio fra di essi .
La versione di Kubelik prosegue sulla strada di una certa nostalgia che rappresenta i vasti spazi campestri e lo slancio appassionato del più grande Sinfonista del suo paese natale.
Disponendo dell'incomparabile Filarmonica di Berlino, Kubelik può ottenere delle sonorità splendide senza essere obbligato a forzare le strutture molto classiche di quest'opera.
La sua versione dell’ “Adagio” costituisce una delle pagine più toccanti di tutta la letteratura musicale boema.
Giulini (nel 1978 con l’Orchestra Sinfonica di Chicago) tratta questa Sinfonia come fosse la 39ª di Mozart o la Quinta di Schubert.
La sua visione è coerente con la dimostrazione che quest’Opera può essere resa anche con l'intimità di un'orchestra da camera, sfuggendo alle dimostrazioni di magniloquenza che talvolta soffocano l'espressione del canto della vita e della gioia che traspare da queste pagine liriche.
Infinite sono le versioni importanti della Sinfonia n. 9 in mi minore "Dal Nuovo Mondo" opera 95, ma tutte quelle che si collocano prepotentemente come assoluto riferimento sono espressione di Maestri boemi o molto vicini a questa cultura mitteleuropea.
Ancerl con l'Orchestra Filarmonica Ceca ha lasciato, nel 1965, una testimonianza assoluta di come si debba interpretare questa immensa partitura così ricca di immagini e di sentimenti.
La sua scuola romantica, che fonde Brahms con Mahler, dona una visione del “Nuovo Mondo” assolutamente poetica e ricca di colori: ciò grazie anche ai “legni” dell'Orchestra Filarmonica Ceca qui assolutamente irraggiungibili.
Ferenc Fricsay dispone nel 1959 dell'Orchestra di Berlino che fa suonare come pochi: rimane, questo, l’esempio più eclatante del suo stile spontaneo che passa senza transazioni dal tono melanconico alla furia sfrenata, presenti entrambi in questa pagina di Dvoràk.
Conosciamo come, attraverso le prove, questo grande Direttore ungherese spiegasse nei dettagli ai Professori di Berlino lo spirito di questa musica slava ed il significato delle singole frasi, fornendo loro una testimonianza non solo di grande qualità artistica, ma di altissimo magistero musicale.
Sempre con l'Orchestra Filarmonica di Berlino, Kubelik ha lasciato la sua ultima testimonianza in questa pagina di Dvoràk nel 1972, confermando la sua scelta di interprete liricamente appassionato in questa suite di inni che formano la Sinfonia “Dal Nuovo Mondo.
Qui Kubelik ha meno possibilità, rispetto all'Ottava, di esprimere il suo lirismo, proprio per la sonorità fastosa che condiziona gran parte della Sinfonia: ecco quindi che trova il suo apice nel celeberrimo secondo movimento, quel “Largo” che costituisce una delle più toccanti pagine di tutta la letteratura musicale mitteleuropea.
Karl Böhm, alla testa dell'Orchestra Filarmonica di Vienna nel 1978, aveva compiuto ottantaquattro anni quando ha diretto la sua ultima versione della Sinfonia “Dal Nuovo Mondo”.
Fra tutte le sue interpretazioni, questo sembra essere la più fresca, caratterizzata da uno slancio "giovanile" e da una tecnica impeccabile che trovano, nella perfezione della Filarmonica di Vienna, lo strumento ideale per questa scelta, dove le brillanti sonorità sono particolarmente ricercate dal Direttore austriaco.
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Concerto per violino orchestra di una minore opera 53
La prima versione di Josef Suk con l'orchestra Filarmonica Ceca diretta da Ancerl (1961) forse è meno spettacolare della seconda più squisitamente sinfonica, ma forse meglio ispirata e più ricca di dettagli e motivi.
A distanza di quindici anni (1976) ancora Suk con l'Orchestra Filarmonica Ceca questa volta guidata da Neumann.
La versione è più spettacolare della precedente per la pulsazione sinfonica presente sia nel Solista che nell'Orchestra: il Concerto qui si sviluppa in tutto il suo vigore mentre, sul piano puramente tecnico, sono più apprezzabili i vari livelli sonori.
Se analizziamo l'Opera 53 sul piano strettamente strumentale, Perlman si impone su ogni altro violinista che abbia affrontato questo Concerto.
Per quanto riguarda il calore ed il virtuosismo, questa interpretazione non ha eguali e sul piano solistico forse è quella che meglio si avvicina allo spirito della composizione originaria. L'accompagnamento di Barenboim, alla testa dell'Orchestra Filarmonica di Londra, è complessivamente soddisfacente, ma nel movimento lento non riesce sempre a rendere il calore di questa partitura.
Concerto per violoncello orchestra n. 2 in si minore opera 104
Anche qui un grande Solista che a distanza di 16 anni ha fornito due eccezionali versioni del concerto di Dvoràk: si tratta di Rostropovitch che nel 1953 viene accompagnato dall'Orchestra Filarmonica Ceca diretta da Talich, mentre, nella successiva versione del 1969, è con la Filarmonica di Berlino guidata da Karajan.
Versione, la prima, vera quintessenza del canto nazionale ceco che percorre questa partitura fornendo il quadro della visione romantica che traduce in scena.
Il giovane Rostropovitch, sotto la guida severa di Vaclav Talich, sempre improvvisare questo canto del lirismo slavo accompagnato dal più grande specialista di questo repertorio.
La sua seconda versione è molto vicina alla precedente non solo per la la profonda poesia del Solista che si mantiene intatta, ma anche per la bella prestazione Karajan che alla guida della prestigiosa Filarmonica di Berlino sa calarsi come pochi in questa partitura squisitamente boema.
Il concerto per violoncello di Dvoràk è stato affrontato due volte anche da Szell con due immensi Solisti: nel 1937 con Pablo Casals e l'Orchestra Filarmonica Ceca e nel 1961 con Pierre Fournier e l'Orchestra Filarmonica di Berlino.
La versione con il sommo Violoncellista spagnolo è assolutamente incandescente, grazie allo splendido archetto di Casals che affronta questo Concerto con una partecipazione inimitabile, ben coadiuvato dall'orchestra sinfonica Ceca che meglio di ogni altra si esalta in queste partiture.
L'interpretazione di Fournier è caratterizzata dalla sonorità ricca del suo violoncello e da uno splendido fraseggio, accompagnato da quella fusione di nobiltà e di tensione che la partitura richiede.
Il Violoncellista francese ci dona un'espressione melodica del movimento lento particolarmente squisita, forse la migliore di questa pagina del concerto.
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Concerto per pianoforte e orchestra in sol minore opera 33
La versione rivista nel 1919 da Vilem Kurz è quella seguita da Justus Frantz accompagnato dall'Orchestra Filarmonica di New York diretta da Leonard Bernstein.
Il Pianista tedesco è quello che più si avvicina allo spirito, a volte potente, altre delicato, di questo concerto e l'accompagnamento di Bernstein, sempre eloquente e fortemente sinfonico, tende a fornire di questo concerto una versione nello spirito non dissimile da quello di Ciaikovsky.
Due grandi Interpreti insieme nel 1977 per quest'Opera non sempre così frequentemente visitata di Dvoràk: Sviatoslav Richter e Carlos Kleiber sul podio dell'Orchestra Nazionale della Baviera. In questa versione è stata seguita integralmente l'edizione originale che rende a meraviglia il mondo semplice ed esuberante del grande Compositore boemo.
Richter si lascia talvolta andare ad un “rubato” non sempre coerente con la partitura, mentre Kleiber, dal canto suo, è “un tantino troppo” tedesco per lo spirito di questo Concerto.
Danze Slave, opere 46 e 72
Nel 1975 Neumann, sul podio dell'Orchestra Filarmonica Ceca ci fornisce la vera edizione di riferimento di queste pagine.
Partitura ricca di contrasti e di variazioni, necessita di una direzione magistralmente precisa nei passaggi rapidi e fortemente ritmata nell’insieme: qui si trovano il Direttore e l'Orchestra ideali.
Kubelik, con l'Orchestra della Radiodiffusione Bavarese, ha realizzato l'integrale delle opere sinfoniche di Dvoràk fra cui le Leggende, le Ouvertures, i Poemi Sinfonici, lo Scherzo Capriccioso e le Variazioni Sinfoniche: il suo stile si differenzia da quello di Neumann per la scelta della tenerezza e della semplicità nei passaggi lenti, le pagine meglio riuscite di questa sua imponente impresa.
Anche Karajan, sempre con i “suoi” Filarmonici Berlino, si è avvicinato a queste pagine nel 1975, ma in forma selettiva: sono state infatti scelte cinque Danze Slave ripartite fra quelle dell'opera 46 è quelle dell'opera 72.
Si tratta di una selezione molto intelligente e particolarmente seducente per la precisione ritmica e la bellezza del suono inconfondibile dei “Berliner”.
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Delle integrali relative alle pagine sinfoniche separate, fra cui Le Leggende, i Poemi Sinfonici, lo Scherzo Capriccioso e le Variazioni Sinfoniche, sicuramente la più completa è quella di Kubelik (Orchestra Sinfonica della Radio Bavarese, 1976).
Il Direttore boemo interpreta queste pagine nel modo più conforme alla scrittura del Compositore, tecnicamente collegato al modello brahmsiano, ma libero nelle sue evoluzioni melodiche. Con questo spirito, Kubelik sceglie di non sottolineare l'ossatura drammatica, come Ancerl o Neumann, ma soprattutto si immerge in una visione platonica e sdrammatizzata, fortemente lirica, capace di far cantare l'ottima Orchestra della Radio Bavarese nell'infinita varietà di melodie presenti in queste partiture.
Limitatamente alle Ouvertures, la versione più interessante è sicuramente quella di Ancerl (1962) alla guida dell'Orchestra Filarmonica Ceca. La sua è una visione fortemente ampia e drammatica, che non ha niente di aneddotico o di folcloristico, ma che si impone per il respiro, una sorta di fantasia slava tale da rendere queste Ouvertures un vero prologo dei Poemi sinfonici opera 107 e 110.
La visione di Neumann (1976), pure fortemente convincente, si colloca su una linea mediana fra la drammaticità di Ancerl ed il lirismo di Kubelik.
L'orchestra è sempre la Filarmonica Ceca che conosce queste partiture a meraviglia e che ha nei “legni” degli eccezionali solisti, splendidi nel cantare le melodie della natura.
Il Poema sinfonico opera 107, “Le Ondine”, costituisce una pagina fortemente drammatica, ma che talvolta viene resa in termini elegiaci: in quest'ottica si colloca la visione di Kertesz (1972, Orchestra Sinfonica di Londra), ricca di colori, perfetta nella costruzione, che sa sfruttare particolarmente i numerosi dettagli strumentali splendidamente resi dall'Orchestra londinese.
Neumann, sempre con l'Orchestra Filarmonica Ceca, si colloca, all’opposto, nella tradizione di Talich, caratterizzata dalla sottolineatura del clima diffusamente drammatico presente in tutta la composizione.
Kubelik impone ancora la malinconia slava che traspare in ogni istante, privilegiando di queste pagine i momenti elegiaci.
Più che un racconto violento e buio, “Le Ondine” vengono a rappresentare un racconto di fate e nessun cattivo genio può contaminare l'ottimismo inalterabile dell'anima Ceca.
Il poema sinfonico opera 110 (“Il colombo dei boschi”) viene reso da Neumann (orchestra Filarmonica Ceca, 1977) con splendidi colori, fortemente ritmico e con una prospettiva sonora assolutamente gradevole.
Questa versione dell’Opera 110 è forse più convincente di quella presente nell'integrale di Kubelik.
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Bedrich Smetana (1824-1884)
Per comprendere il significato del nazionalismo di Smetana, bisogna considerare il passato storico del suo paese. La Boemia era, a quel tempo, un recalcitrante paese annesso all’ Impero austro-ungarico, con scarsa libertà o vita culturale propria.
Il giogo di Vienna fu un po' allentato dopo la sconfitta inflitta dall'Italia all'Austria nel 1859, e in seguito a ciò un fermento di attività culturale nazionale s'impossessò dei boemi, o cechi, come furono chiamati in seguito.
Questo squarcio di libertà ispirò loro opere letterarie nella madrelingua e un proprio linguaggio musicale; per quanto concerne la musica, «il momento fece l'uomo», cioè Smetana.
Jan Lowenbach disse che Smetana ebbe il privilegio non solo di assimilare e imitare lo spirito dei ritmi vari e ricchi di melodia della
sua nazione, ma anche di sentirlo ed esprimerlo in un modo affatto nuovo.
Paul Stefan ha scritto: « Fu un eroe, tanto nella vita privata come nella sua musica... direi quasi un martire.
Infatti, benché la gelosia e la mancanza di comprensione fossero i suoi unici tormentatori diretti, indirettamente egli fu oppresso dalla povertà abbietta della sua gente, che penava in una disperata lotta economica, politica e culturale.
Egli non ebbe la fortuna di Dvoràk, il quale si trovò ben presto libero dall'opprimente atmosfera del suo paese natale, grazie all'interessamento e alla simpatia che incontrò in paesi stranieri ai quali la sorte era stata più propizia... La musica di Smetana ci narra oggi della vecchia Boemia, con i suoi boschi e i suoi campi coltivati, i piccoli villaggi, le romantiche colline, le antiche leggende, il suo grande passato e perfino il suo futuro »
Vltava
(nome ceco del fiume Moldava)
Poema sinfonico, il più noto del ciclo Ma Vlast (La mia patria), di cui è il n. 2.
Questo ciclo di poemi sinfonici fu composto negli anni dal 1874 al 1879.
Il quadro musicale descrive il corso del fiume Vltava, o Moldava, che scorre attraverso un paesaggio variato. Il compositore vi ha incluso una serie di motivi caratteristici, dando a ogni mutamento dello scenario un titolo particolare:
1. Le sorgenti.
2. La caccia nei boschi
3. Sposalizio di contadini.
4. Danza delle ninfe al chiaro di luna
5. Le rapide
6. Il fiume a Praga.
Il poema sinfonico inizia con un tema tranquillamente ondeggiante eseguito dai flauti e dal quale gradatamente si sviluppa tutta la composizione. Ai flauti si uniscono i clarinetti, poi i trilli delle viole, e subito dopo, tutti gli archi partecipano al movimento ondoso. Il tema è nuovamente ripreso dagli strumenti a fiato.
Fanfare di corni annunciano i cacciatori, ma il tema delle onde non è soffocato nemmeno dai loro squilli.
Non appena il suono dei corni si affievolisce e dilegua, si odono frammenti di una vivace musica di danza — fra la marcia e la polka — come portati a intervalli dal vento; ma il tema delle onde continua sui flauti e sui clarinetti.
Clarinetti e arpe introducono una quieta canzone, che è continuata dagli archi. Quindi gli archi stessi riprendono il tema del fiume, ripetuto, poi, dai corni e dai fagotti.
L'atmosfera muta. Con un accavallarsi di note il movimento delle onde raggiunge il culmine, e subito dopo ogni cosa si acquieta.
Per la prima volta il tema del fiume svanisce in un mormorio e si ode il tema di Vysehrad (la fortezza di Praga), il primo poema sinfonico del ciclo.
Gli editori di Smetana pubblicarono una diffusa spiegazione del poema sinfonico che, tradotta liberamente, risulta come segue:
« Nelle profondità delle foreste di Boemia due ruscelli scorrono gorgogliando, uno caldo e pieno di vita, l'altro freddo e calmo. Scorrono sui loro letti di pietre attraverso il bosco, e scompaiono quasi tra il muschio. In una radura, dove il sole del mattino versa la sua rosea luce, si incontrano e si uniscono.
« In lontananza, tra i boschi, echeggiano i corni di una partita di caccia, ma il torrente precipita e si ingrossa, scorrendo allegramente fra strette vallate o fluendo calmo tra praterie e campi ondeggianti di spighe.
« Si odono canti e danze provenienti da una festa di nozze rusticana, dapprima fievolmente, poi sempre più forte.
Il fiume segue il suo corso, oltrepassando i contadini che danzano e cantano la loro canzone.
« Sull'acqua, al lume scintillante della luna, appaiono l'una dopo l'altra le ninfe dell'acqua, e intrecciano una danza fantastica…, iI fiume ruggisce attraverso le rapide, lanciando in alto contro le rupi i suoi spruzzi. Si allarga sempre più e alla fine scorre ampio e maestoso verso Praga, dove la veneranda fortezza Vysehrad, che si eleva sulle sue rive, gli dà il benvenuto.
La Vltava continua il suo corso verso la linea dell'orizzonte, dirigendosi al mare. »
Il tema della Vltava è usato come segnale d'intervallo dalla stazione radio di Praga.
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“Il campo di Wallenstein”, poema sinfonico opera 14, rappresenta una fantasia verosimilmente scritta da Smetana ispirandosi all'Opera di Schiller.
Vi sono due versioni di riferimento di questa pagina assai poco visitata dal repertorio internazionale: entrambe sono firmate da specialisti della musica boema in quanto provenienti da quella scuola; si tratta di Vaclav Neumann (1972) e Rafael Kubelik (1972). Il primo, alla guida dell'Orchestra Filarmonica Ceca è, come suo solito, estremamente colorato ed animato da un ritmo assai marcato, seguito dall'Orchestra che dimostra di amare questa musica con sonorità brillanti e colori assai vivace.
Kubelik, qui con una l'Orchestra sinfonica della Radio Bavarese, è, come suo temperamento, più fine e poetico di Neumann, pure in questa spettacolare rappresentazione di vivaci colori descrittivi, che rappresentano, in successione, le danze dei soldati, il sermone della montagna, una polca, scene notturne ed altro, senza cesura alcuna, su quel ritmo di marcia che Smetana utilizzerà in tutte le sue opere solenni.
“Riccardo III”, poema sinfonico opera 11.
Questa pagina, la prima opera sinfonica veramente personale del giovane Smetana, composta a Goeteborg in Svezia e fortemente influenzata dai consigli di Liszt, si ispira all'Opera di Shakespeare per la realizzazione di un poema lirico, fortemente contrastato, assai ricco di intensità e virtuosità intrinseche.
Le versione di riferimento sono sempre le medesime per i tre poemi sinfonici a cui questo appartiene, ossia quelle già citate di Neumann e Kubelik.
Si tratta, in questo caso, di versioni molto simili, ma quella di Neumann gode di una formazione orchestrale più specialista nel rendere il forte contrasto di questa pagina e pertanto sicuramente preferibile, proprio per la bellezza dell'Orchestra Filarmonica Ceca, a quella "Bavarese" di Kubelik.
Il terzo poema sinfonico del ciclo "svedese", “Haakon Jarl”, opera 16, dispone di ricchezze tematiche più evidenti rispetto gli altri due.
In tale pagina Smetana riesce a salire al livello del suo modello, Liszt, non presentando aspetti tratti dalla Nazione Ceca o perlomeno assolutamente disgiunti dal tono popolare boemo.
Si può pensare, forse qui, già a Richard Strauss ed all'epoca d'oro dei poemi sinfonici.
In quest'ottica si può comprendere come sia particolarmente riuscita la versione di Walter Weller alla guida dell'Orchestra Filarmonica di Israele (1978).
Brillante interprete di Liszt e Wagner, il Direttore austriaco si trova a suo agio in questo poema sinfonico che ha un grande senso di teatralità, mettendolo in scena in modo assai convincente.
Lo specialista Neumann sa bene che in questa pagina non vi è la potenza sinfonica smetaniana e si lascia quindi trasportare dalla dolcezza passeggera, anticipatrice di molte pagine di"Ma Vlast" (“La mia patria”).
Malgrado sia alla guida di un'Orchestra non precisamente ideale per queste opere (l'Orchestra Filarmonica della Radio Bavarese), Kubelik riesce comunque ad essere convincente fornendoci una versione molto corretta ed affatto declamatoria di questo poema sinfonico.
“Ma Vlast” (“ La mia Patria”): ciclo di sei poemi sinfonici.
Nell'opera più rappresentativa di Smetana, le edizioni di riferimento sono gioco forza da ricercare in quelle Ceche che, spesso proprio nella “riverberante” Sala Smetana di Praga, hanno trovato il luogo ideale per esprimere questa musica.
Karel Ancerl sul podio dell'Orchestra Filarmonica Ceca (1963) è l'interprete per antonomasia di questo Ciclo in cui si alternano pagine tipiche della descrizione di località boeme con altre epiche e drammatiche in cui si intravede in filigrana l'immagine di Wagner.
Ma Ancerl fa ancora di più: da vero slavo sa a rendere la forma in “leitmotiv”, fortemente presente in tali poemi sinfonici, senza mai far trasparire il respiro wagneriano, qui del tutto fuori luogo.
La “pulsazione ritmica” di questi sei poemi costituisce infatti la “pietra angolare” della loro originalità, che Ancerl sa rendere meglio di ogni altro.
La migliore versione di Kubelik in questo ciclo è quella che ci ha lasciato alla testa della Filarmonica di Vienna nel 1969: gli archi di questa splendida Formazione sanno rendere il colori boemi al pari della Filarmonica Ceca e Kubelik riesce magnificamente a rendere sia la magniloquenza di alcune pagine, sia le preziose sonorità di altre, sfruttando al massimo le risorse della scrittura sinfonica orchestrale.
Neumann, sempre alla guida della Filarmonica Ceca (1965), fa sue le ampie sonorità secondo la tradizione di Talich, senza tuttavia raggiungere quella vibrante sensibilità nelle pagine liriche che hanno resa immensa la prestazione di Ancerl .
Il Direttore finlandese Paavo Berglund (1977), alla guida della superlativa Staatskapelle di Dresda, anima questo immenso affresco alla sua maniera: l'atmosfera è ampia ed, in successione, eroica e pastorale, descritta con ampie pennellate.
Le sonorità dell'Orchestra di Dresda sono forse le più eccezionali che mai abbiano affrontato questo repertorio.
Molto simile anche la versione di Walter Weller sul podio dell'Orchestra Filarmonica di Israele (1978), anche se difetta di una certa superficialità di espressione nei passaggi più intimi; talvolta inoltre si può avvertire una certa pesantezza orchestrale che non è proprio confacente con la fluidità lirica di queste pagine poetiche.
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Aleksandr Borodin (1833-1887)
Un momento decisivo, nella carriera di Borodin compositore, fu il suo incontro con Balakirev, avvenuto nel 1862.
Da allora egli fu preso da sacro entusiasmo per la « nuova musica russa », che doveva continuare il compito iniziato da Glinka, ed era fondata sul genuino sentimento russo.
Nonostante il poco tempo libero che aveva per comporre, Borodin ci ha lasciato grandi opere in tutti i campi della musica.
Esse sono non soltanto nazionali, ma anche profondamente individuali, e allo stesso tempo così audacemente nuove da avergli meritato l'appellativo di « arcinemico della musica ».
Ma Liszt intuì che Borodin stava creando per il futuro, e gli diceva: « Non toccar niente, non alterare niente. Sei andato molto avanti, questo è vero, ma non hai mai fatto un passo falso. Credi a me, sei sulla strada giusta. Fidati del tuo istinto artistico, e non temere di essere originale. »
L'impronta della personalità di Borodin si rivela in ogni nota da lui scritta.
Ciò si deve in gran parte alla sua ingegnosa armonia, che illuminò il cammino a Debussy, Ravel e altri; ma è dovuto anche al ritmo ricco e vario e a un'ammirevole melodia. Egli deve molto, di questo carattere distintivo, alla sua predilezione per i ritmi e i motivi orientali. Forse questa capacità di assimilare la musica orientale più intimamente degli altri compositori, gli derivava dalla sua nazionalità.
L'elemento esotico è parte naturale e impercettibile, ma integrale, della sua musica. Egli possiede anche un non comune senso di bellezza della forma; logico e deciso nella costruzione formale, è in essa personale e senza pregiudizi.
L'importanza delle composizioni di Borodin, per lo sviluppo futuro della musica, in ciò che riguarda la forma, ci è dimostrata da Sibelius, le cui sinfonie sono costruite alla maniera del compositore russo.
Ma, ciò che è più importante, Borodin ebbe in grado altissimo il dono di un'eccezionale intensità espressiva, l'abilità unica di esprimere in una sola frase musicale la pienezza e la bellezza della vita.
In ogni cosa da lui scritta vi sono un'ineguagliata profondità di significato e una naturalezza senza confronti.
Geraid Abraham lo ha definito il più originale di tutti i compositori russi, e Hubert Foss paragonò le sue composizioni a un mazzo
di fiori, nel quale sono radunate solo le corolle e non le foglie.
Il critico russo Stassov scrisse che Borodin, come Glinka, è un poeta epico. “ Egli non è meno nazionale di Glinka, ma l'elemento orientale nelle sue composizioni ha una parte importante, come in quelle di Dargomiski, Balakirev, Moussorgski e Rimski-Korsakov. »
Borodin fu attratto dal teatro fin da bambino, quando giocava con i burattini.
Per molto tempo sognò di scrivere un'opera per il popolo, genuinamente russa nel tema e nel trattamento.
Un tale lavoro, ispirato a una epoca leggendaria della storia, fu “Il principe Igor”, considerata la sua più grande composizione.
La morte di Borodin fu improvvisa. Egli aveva invitato numerosi amici per una festa di carnevale, nel 1887. Fu insolitamente allegro, cantò e ballò con gli altri; improvvisamente, si sbiancò in volto e morì.
Il Principe Igor (brani sinfonici)
L'ambientazione semiasiatica offrì a Borodin l'occasione di creare una musica piena di colore, ritmicamente vivace e melodiosa.
Particolarmente originale è la strana mescolanza di selvaggia violenza e di suadente dolcezza alla fine del secondo atto, con le Danze polovtsiane.
Esse vengono spesso eseguite nelle sale da concerto — anche senza coro —ma soltanto sulla scena si può apprezzarne
pienamente l'efficacia.
La trama è basata sulla storia del principe Igor, che combatté contro i polovtsi, una tribù mongola che invase la Russia nel XII secolo e conquistò il territorio intorno a Kiev.
Essi fanno prigioniero il principe Igor, e sono sul punto di ucciderlo, quando il Khan dei polovtsi, che l'ha preso in simpatia, decide di risparmiargli la vita.
Per conquistarne l'amicizia e persuaderlo a restare con lui, il Khan raduna i suoi musicisti, le sue danzatrici e i suoi schiavi. Mentre i guerrieri eseguiscono selvagge danze di caccia, le donne più belle tentano di affascinare il principe con danze piene di seduzione. Ma il principe resiste a queste tentazioni, riesce a fuggire e torna sano e salvo in patria.
Nelle steppe dell’Asia centrale
Poema sinfonico di Borodin, composto nel 1880, in occasione dei festeggiamenti per il venticinquesimo anniversario di regno dello zar Alessandro II. Il poema rivela le grandi risorse armoniche del compositore e il suo magistero nella trattazione e nell'intreccio
dei temi.
La partitura porta stampata la seguente descrizione :
« Nelle steppe dell'Asia centrale si ode un sereno canto russo.
Poi, in lontananza, risuonano passi di cammelli e cavalli e, ossessionante, il canto di una melodia orientale. Protetta dagli armati russi, la carovana procede sicura e tranquilla nel suo lungo viaggio attraverso i deserti infiniti. Le due melodie, la russa e l'asiatica, si fondono in un'armonia che si disperde come un'eco attraverso l'immensa pianura. » Il clarinetto suona la melodia russa e il corno inglese quella asiatica; poi i due canti s'intrecciano in varie parti dell'orchestra. Un pizzicato di contrabbassi descrive il trotto dei cavalli, e lunghe note acute degli archi esprimono la monotonia e gli orizzonti infiniti della steppa.
Sinfonia n. 2 in si min.
Allegro, Animato assai - Scherzo (Prestissimo, Trio (Allegretto, Prestissimo) Andante - Finale (Allegro)
Insieme con Rimskij-Korsakov, Borodin è considerato il più aperto alle influenze occidentali fra i musicisti che formano il "Gruppo dei Cinque".
L'interesse per la musica occidentale non gli impedì tuttavia di essere in tutto e per tutto un compositore profondamente russo, capace di utilizzare le forme classiche in modo completamente autonomo, arricchendole con l'apporto di tematiche musicali desunte o comunque ispirate al folclore nazionale.
La Sinfonia n. 2 in si minore è in quattro movimenti e si ispira a scene della vita del popolo russo.
Il primo tempo, Allegro, vuole descrivere, nelle intenzioni dell'Autore, un'adunata di guerrieri, ed ha, in effetti, un carattere epico e marziale.
Lo Scherzo (Prestissimo) che segue è invece una pagina di grande animazione e vivacità ritmica, e presenta un breve Trio centrale di tono lirico.
Il terzo tempo, Andante (in re bemolle maggiore), evoca un antico cantore russo: la malinconica melodia intonata dai fiati con l'accompagnamento dell'arpa e degli archi si sviluppa tranquillamente fino ad acquistare una solennità epica e grandiosa. L'Andante si collega direttamente al finale Allegro, un brano gioioso, in 3/4, in cui è descritta un'animatissima festa popolare. La gestazione di questa Seconda Sinfonia non fu meno tormentata della Prima, e si protrasse per circa sette anni, dal 1869 al 1876. Proprio nel 1869 Borodin iniziava anche la composizione del Principe Igor e utilizzò parte del materiale musicale abbozzato e poi non utilizzato nell'opera trasferendolo nella Sinfonia.
La composizione fu eseguita per la prima volta a Pietroburgo nel 1877, sotto la direzione di Naprawnik, ottenendo uno scarso successo; anche in questo caso Borodin dovette attendere la seconda esecuzione, avvenuta due anni dopo sotto la guida dell'amico Rimskij Korsakov, per vedere riconosciuto pubblicamente il valore del suo lavoro.
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Nelle steppe dell'Asia centrale poema sinfonico
Si tratta di uno dei poemi sinfonici più visitati della letteratura russa, talmente popolare che importanti edizioni sono presenti nel repertorio di buona parte dei grandi Direttori anche occidentali. Resta il fatto comunque che, in linea generale, una musicalità più precisamente aderente alle intenzioni del Compositore e soprattutto alla tipologia fortemente descrittiva dell'Opera vede nelle più importanti orchestre russe lo strumento ideale.
L'edizione di assoluto riferimento a mio avviso rimane pertanto quella del 1972 ove Svetlanov, sul podio dell'Orchestra Sinfonica dell'Urss, ha lasciato una chiara testimonianza di questa importante Pagina della letteratura musicale russa.
Della sua versione è stato scritto che lo stesso Direttore ha probabilmente attraversato personalmente tali contrade con un atteggiamento di contemplazione nei confronti dei vastissimi orizzonti al limite dell'infinito.
Ci piacer ricordare che il termine " steppe" non figura affatto nel titolo russo del Poema sinfonico che parla invece di pianura sconfinata presente in quei luoghi.
Svetlanov sceglie quindi tempi moderati, squisite sonorità nei "legni" e tono dominato dalla equilibratala nostalgia senza cadere
nelle trappole del languore: insomma questa versione è pressoché definitiva e si avverte quanto solo un altro grande Direttore russo, alla guida di un’altrettanto eccelsa orchestra di quel Paese, potrà avvicinarsi a questa versione.
Vi sono però anche importanti versioni assolutamente occidentali del brano, fra cui una splendida di Bernstein alla guida della Orchestra Filarmonica di New York.
Questo immesso Direttore, cittadino del mondo, riesce a trasfondere nell'orchestra americana i colori tutti di questo desolato mondo russo, dove i suoni si confondono con le visioni e dove “l'immensità” assume un ruolo fondamentale e "palpabile" nell'Opera stessa.
Molto più estroversa, ma riccamente illustrata da sonorità altrettanto riuscite, è la versione, pure americana, di Arthur Fiedler alla guida della Boston Pops Orchestra.
Si tratta di una versione in cui tutto viene portato a sonorità fortemente dipinte e straordinariamente ricercate: i fiati della Boston svolgono un ruolo determinante nella riuscita di questa interpretazione ove i colori ed i dettagli vengono sottolineati con studiata attenzione da parte di Fiedler.
Con un'Orchestra londinese, scelta particolarmente per le interpretazioni più raffinate, Carlos Paita (1982) ci conduce con passione in questi sconfinati luoghi dell'oriente.
Sul podio della Philarmonic Synfony Orchestra di Londra espone la sua visione di un paesaggio in cui la musica, ancor più che l'immagine, risulta l'elemento portante ed indispensabile per la sua descrizione.
Paita affronta le sue partiture sempre con intelligente partecipazione ed il suo temperamento latino appare qui particolarmente efficace per raggiungere l'afflato sentimentale presente nella sua interpretazione del Mondo russo che, senza mai cadere in un "effettismo" di maniera, sfrutta la grande capacità della Compagine orchestrale, qui chiamata a superarsi sia nei fiati che negli archi, per raggiungere il clima voluto.
Vi è una bella interpretazione francese di Andrè Cluytens alla guida della Philarmonia di Londra (inizi anni ‘60) che, presa da sola, senza confronti con le versioni più importanti, fra cui alcune di quelle citate, risulta assolutamente perfetta, ricca di eleganza, di slancio, dalle giuste sonorità.
Forse però il tempo staccato è leggermente troppo rapido ed in questa partitura contrasta con la visione degli immensi spazi del paesaggio descritto. Si tratta comunque di una versione particolarmente significativa per la concezione del Mondo russo sotto un altro punto di vista, verosimilmente qui più dalla parte di chi popola questi luoghi: quindi l'immagine risulta più aderente agli di uomini rispetto al paesaggio.
Il principe Igor: Brani Orchestrali
Come il Poema sinfonico sull'Asia Centrale, anche questa pagina di Borodin è fra le più visitate e presenti nelle sale da concerto internazionali.
Sicuramente fra le più brillanti interpretazioni figura quella di Karajan (1972), come sempre alla guida dei Filarmonici Berlino, per lo slancio emotivo e la perfezione tecnica che la caratterizza.
Questo Orchestra sontuosa riesce a risolvere tutte le difficoltà tecniche del brano, affrontato con un metronomo mozzafiato, trascinandoci in un vortice che rende perfettamente lo spirito di queste sfrenate danze.
Sulla stessa linea è sicuramente la versione di Bernstein con l'Orchestra Filarmonica di New York(1967), anch'essa chiamata nel turbine di queste folate russe: Bernstein, nel corso degli anni 60, staccava ancora dei tempi molto rapidi e spingeva le formazioni che guidava verso sonorità sicuramente caratterizzate dalla brillantezza; il carattere quindi più esatto per esprimere questo mondo.
Arthur Fiedler, ancora sul podio della Boston Pops, "gioca in casa" rendendo questa pagina secondo il suo temperamento assolutamente estroverso e portato alla "contenuta esagerazione": può forse far sorridere la sua interpretazione, se analizzata da un orecchio disincantato, ma non si può rimanere indifferenti alla versione di questo grande" pittore dell'orchestra" che fu Arthur Fiedler.
Fra le versioni russe più interessanti, segnalo quella di Gennadij Rozhdestvenskij alla guida di una splendida Orchestra di Parigi (1972) che il Direttore russo sa rendere particolarmente sonora curando personalmente la resa degli " strumentini" e dei fiati in generale.
Sinfonie
Nelle tre sinfonie di Borodin esiste una riuscita versione, affatto russa, ma completa ed assolutamente raccomandabile, firmata da Andrew Davis sul podio dell'Orchestra Sinfonica di Toronto (1978).
Si tratta di un'edizione che comprende anche la bella Ouverture dal Principe Igor e le notissime danze polovesiane dalla stessa Opera.
La sinfonia n. 1 in mi bemolle maggiore, la n. 2 in si minore e la 3 in la minore non sono ugualmente frequentate e presenti nel repertorio internazionale, in quanto solo la sinfonia n. 2 è talvolta eseguita nelle sale da concerto.
Davis interpreta queste sinfonie con assoluto gusto della perfezione tecnica che gli deriva dal suo trascorso di Organista e Direttore di celebri orchestre inglesi : con l'Orchestra canadese, di cui è stato direttore principale, riesce nell’intento di consegnare alla storia l’integrale delle pagine sinfoniche di Borodin attraverso una tradizione non necessariamente russa, dimostrando quanto siano intrinseche e notevoli le potenzialità espressive presenti in queste partiture.
Il Direttore inglese ha sicuramente dato prova di un’ intelligente interpretazione, che non cade mai in eccessi né dinamici né ritmici, ma che sa cogliere pazientemente tutti i numerosi dettagli di cui Borodin è stato particolarmente generoso anche nelle sue sinfonie.
Per quanto riguarda la sinfonia n. 2 in si minore, "epica", vi è una splendida versione (1972) di Svetlanov sul podio dell’Orchestra sinfonica dell'Urss.
La sua visione è ieratica, pressoché solenne, assolutamente personale.
Non ha nulla del quadro folcloristico russo in cui spesso viene inserita, ma segna un evidente ritorno alle sorgenti popolari in cui i “fiati piccoli” giocano il fondamentale ruolo di esprimere tutta la musicalità di questo mondo dell'est.
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