Prof.Dott.Fabrizio Pasquali


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Teoria musicale

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Teoria musicale

Le vibrazioni di una corda di violino pizzicata si comunicano all'aria circostante, propagandosi in tutte le direzioni finché tutta l'aria del locale vibra in simpatia con la corda stessa. Quando le vibrazioni raggiungono il timpano di un ascoltatore, anche questo vibra e trasmette delle impressioni al cervello, il quale registra un suono musicale. L'orecchio viene analogamente eccitato dal rimbombo di un colpo di cannone, ma in questo caso si tratta di rumore e non di suono. Questo perché il suono è prodotto da un corpo che vibra con una frequenza regolare, mentre il rumore è causato da vibrazioni irregolari.
Tutte le note musicali sono provocate da vibrazioni regolari.
Negli strumenti a fiato è la vibrazione della colonna d'aria in essi
contenuta che promuove le corrispondenti vibrazioni nell'aria circostante.
Tutte le note di cui si serve normalmente la musica europea si trovano sulla tastiera del pianoforte. Ecco perché è stato scelto il pianoforte per illustrare gli esempi in questa parte.

Le tre qualità del suono

1. Altezza.

L'altezza è la proprietà dei suoni di essere più gravi e più acuti.
Se abbassiamo i tasti di un pianoforte consecutivamente da sinistra a destra (bianchi e neri), percepiamo un regolare movimento ascendente di suoni, vale a dire che l'altezza aumenta col salire delle note.
Se noi misurassimo la frequenza (ossia il numero di vibrazioni in un minuto secondo) di ogni nota, scopriremmo che più la nota è acuta, più alta è la frequenza. In conclusione: foltezza del suono aumenta con l’aumentare della frequenza.
La differenza in altezza, o distanza, fra due note vicine (calcolando tasti bianchi e neri in regolare progressione), si chiama semitono. La distanza fra una nota e quella non immediatamente successiva (cioè, a due semitoni) si chiama tono.

2. Intensità.

L'intensità, o volume, di un suono è il suo grado di forza e dipende dalla violenza
e quindi dall'ampiezza delle vibrazioni.
È importante fare la distinzione fra una nota forte (vibrazioni poderose) e una
nota alta (alta frequenza).
Per misurare l'intensità del suono vengono usate due unità: 1, il decibel (Db),
che misura l'intensità dell'onda sonora; 2, il phon, che misura l'intensità della percezione auricolare, cioè quella che viene percepita dall'orecchio.
Per esempio: se una nota con una frequenza di 100 cicli/secondo deve essere
udita a una intensità di 20 phon, l'intensità applicata deve essere di circa 50 Db (punto A);
una nota con una frequenza di 5000 cicli al secondo, d'altra parte, richiede
una intensità soltanto di circa 20 Db (punto B) per raggiungere il medesimo
livello
di forza. A 1000 cicli/secondo, phon e decibel sono eguali.

3. Timbro.

Il timbro è la proprietà per la quale il suono di uno strumento o di una voce
si distingue da quello di un altro. Ne è causa il diverso modo di vibrare dei
corpi sonori in rapporto alle diverse forme e alle diverse materie che li compongono: esempio, la diversità di suono fra voci maschili e femminili,
fra i vari strumenti di un'orchestra, fra campane di bronzo, di ottone ecc.
che diano la stessa nota musicale.


Nomi delle note

La nota è un suono che ha ricevuto una particolare denominazione per
distinguerlo da un altro. Le note musicali sono sette: do, re, mi, fa, sol, la, si.
Questi monosillabi, se semplici, indicano le note naturali, la cui progressione corrisponde ai tasti bianchi.
Al disopra del
si troviamo un suono simile al primo, pur essendo più alto, e
che si chiama a sua volta
do.
Lo stesso avviene per i suoni che seguono, e perciò con questi sette nomi si possono indicare tutti i suoni naturali.
La distanza, o intervallo, fra una nota e la sua omonima che chiude una successione di sette note (do-do, re-re, ecc.) dicesi
ottava.
Per poter stabilire la posizione di una nota sulla tastiera bisogna calcolare
a quante ottave di distanza essa è situata sopra o sotto il do centrale.

Note alterate

Qualsiasi nota musicale può venire innalzata o abbassata di uno o due semitoni. Per denominare queste note alterate si aggiunge un attributo al loro nome naturale.
Diesis è l'attributo che innalza la nota di un semitono.
Esempio, se si preme il tasto (nero) che sta a un semitono sopra il do, si
ode il do diesis.
Così per il
re, che diventa re diesis, e così via. Il tasto che da il mi diesis e il tasto che da il si diesis sono gli stessi che corrispondono al fa e al do naturali, quindi sono bianchi. Gli altri diesis sono tutti tasti neri.
Bemolle è l'attributo che abbassa la nota di un semitono.
Esempio, se si preme il tasto (bianco) che sta a un semitono sotto il
do, si ode
il
do bemolle, e così via.
Il tasto che dà il
do bemolle e il tasto che dà il fa bemolle sono gli stessi che corrispondono al si e al mi naturali, quindi sono bianchi. Gli altri bemolli sono
tutti tasti
neri.
Doppio diesis è l'attributo che innalza la nota di due semitoni.
Doppio bemolle è l'attributo che abbassa la nota di due semitoni.
Come abbiamo visto, lo stesso tasto, ovvero lo stesso punto d'intonazione,
può ricevere diverse denominazioni, e precisamente tre, a eccezione di
sol diesis - la bemolle, che ne ha due.
Esempio, il tasto bianco del
do naturale può chiamarsi anche
si diesis e re doppio bemolle; il tasto nero del do diesis può chiamarsi
anche
si doppio diesis e re bemolle, e così via per tutti i dodici tasti
(sette bianchi e cinque neri) che distinguono i dodici semitoni
compresi in un'ottava.
L'uso di una e dell'altra di tali denominazioni non può essere fatto indifferentemente, ma corrisponde a ragioni tonali.


Notazione musicale

La musica si scrive segnando i simboli delle note nel rigo musicale,
il quale nella sua forma più estesa (per strumenti a tastiera è rappresentato
dalla linea ideale del
do centrale più cinque sopralinee e cinque sottolinee.
L'altezza, ovvero il punto d'intonazione, di una nota è indicata dalla sua
posizione sulle linee e negli spazi fra una linea e l'altra. È peraltro
impossibile trovar posto nel rigo per le note più acute e più gravi che
oltrepassano la sua estensione; per queste note si tracciano brevi segmenti
di linee supplementari dove occorrono. Per gli altri strumenti e per le voci
umane, i quali hanno tutti un ambito più ristretto, si usa il pentagramma
(rigo limitato a cinque linee) con un segno di chiave all'inizio, il quale indica
che una delle linee corrisponde a una data nota.
Ciò stabilisce automaticamente quali note le altre linee e i relativi spazi
devono rappresentare.
Con lo stesso principio di formazione del pentagramma a seconda del
registro che esso deve rappresentare, si ottengono i righi di baritono, mezzo-soprano e soprano. (Setticlavio.)
Il segno
«8va» (ottava) è usato per evitare troppe lineette supplementari
per le note specialmente alte o basse; posto sopra una o più note in
chiave
di sol
indica che esse vanno eseguite un'ottava sopra a come si presentano
scritte ; posto sotto una o più note in
chiave di fa indica che esse vanno
eseguite un'ottava sotto a come si presentano scritte.


Segni d'alterazione

Per indicare il punto d'intonazione di una nota innalzata o abbassata dalla
sua posizione naturale la si fa precedere dal corrispondente segno d’alterazione.
L'effetto dei segni d'alterazione che s'incontrano lungo il corso di un pezzo musicale cessa al termine della
misura o battuta (porzione di rigo compresa
fra due stanghette verticali) nella quale si trovano scritti, e si dicono perciò alterazioni momentanee.
Una o più alterazioni scritte immediatamente dopo il segno della chiave
indicano la tonalità in cui è composto il pezzo e mantengono il loro effetto
per tutta la durata del pezzo stesso, perciò si dicono alterazioni costanti.
Il
bequadro ( ) cancella l'effetto di qualsiasi alterazione ascendente
o discendente semplice o doppia, costante o momentanea, e riporta la nota
al suo stato naturale per la durata della misura in cui è scritto; a meno che
la nota venga colpita da un nuovo segno d'alterazione nel corso della misura stessa.
Notare che il mi all'inizio dell'ultima misura è preceduto da un bequadro, sebbene la stanghetta cancelli automaticamente il diesis al mi della misura precedente. Per facilitare la lettura a prima vista si è adottato il sistema di far seguire a un'alterazione momentanea il segno del bequadro al riapparire della nota in una delle misure immediatamente successive. Questa è chiamata alterazione di precauzione.


Valori musicali

Per valori musicali s'intende la durata delle note e delle pause. Essa è
indicata dal diverso modo di scrivere i simboli musicali.
Il sistema si basa primariamente sulla divisione binaria.
Esempio, un intero vale due metà, una metà vale due quarti, ecc.
seguono: trentaduesimi con tre uncini, sessantaquattresimi con quattro uncini.
Si usano gli uncini per i valori isolati; due o più valori uguali di seguito
vengono uniti da barre e raggruppati per ogni tempo di misura.


Prolungamento di valore

La durata di una nota può venire prolungata per mezzo di punti o di
legature.
Un punto di fianco prolunga la nota di metà del suo valore.
Due punti di fianco prolungano la nota di tre quarti del suo valore (il secondo
punto vale metà del primo).
La legatura fra due note che siano alla medesima altezza ne addiziona i
rispettivi valori formando un suono unico della durata di entrambe.


Gruppi irregolari

L'intero, la metà, il quarto, l'ottavo ecc. possono dividersi in gruppi di tre,
cinque, sei valori minori fra loro uguali, la cui durata totale deve corrispondere
a un intero, una metà, un quarto, un ottavo, ecc.
Si ottengono così:
terzine dividendo per tre
gruppi quinari dividendo per cinque
sestine dividendo per sei



Pause
Le pause rappresentano dei silenzi, la cui durata viene indicata esattamente
da segni corrispondenti ai valori delle note. Sono a loro volta valori musicali e seguono perciò le stesse regole applicabili alle note.
1. Pausa d'intero 2. Pausa di metà 3. Pausa di quarto 4. Pausa d’ottavo
5. Pausa di sedicesimo 6. Pausa di trentaduesimo
7. Equivalente a tre ottavi 8. Equivalente a sette sedicesimi



Corona

Il segno (o corona) sopra una nota o sopra una pausa indica un
prolungamento di suono o di silenzio a volontà dell'esecutore
(normalmente il doppio del valore indicato).

Tempo

All'inizio di un pezzo musicale viene data qualche indicazione del tempo,
ossia della velocità alla quale lo si deve eseguire.
Fin dal secolo XVII i compositori di tutti i paesi si sono valsi delle espressioni
in lingua italiana, le più comuni delle quali, in ordine di velocità, sono:
Largo molto lento, di ampio respiro e fraseggio
Lento adagio accentuato
Grave adagio solenne
Adagio adagio normale
Andante moderato e scorrevole
Andantino vispo, agile e scorrevole
Allegretto abbastanza rapido
Allegro rapido
Vivace animato
Agitato ansioso, inquieto
Presto molto rapido
Prestissimo più rapido possibile

Questi termini possono venire modificati con l'aggiunta di espressioni
come : moderato - assai - non troppo - molto.




Cambiamenti di tempo

L'andamento può essere modificato nel corso di un pezzo con altre
espressioni come:
stringendo con velocità sempre crescente
accelerando più veloce
meno mosso più calmo
più mosso più agitato
meno allegro meno rapido
più allegro più rapido
rallentando rallentare gradatamente
ritardando trattenere le note finali
ritenuto rallentare improvvisamente
allargando ampliare il respiro e il fraseggio
poco a poco molto gradualmente

Una nuova indicazione di tempo cancella automatica mente quella precedente. Le espressioni « tempo I » « a tempo » indicano il ritorno al movimento e all'andamento iniziali.
La riduzione simultanea di velocità e di volume di suono viene indicata dai termini calando, cedendo, mancando.
Morendo e smorzando significano « svanire ».

Tempo esatto

Il preciso grado di velocità è dato dall'indicazione riferentesi al
metronomo. Così, il segno: M.M. = 96 significa che la durata di un
quarto (semiminima) deve corrispondere al l'intervallo fra due battiti di
un metronomo che compia novantasei oscillazioni al minuto primo.
La durata degli altri valori maggiori o minori del quarto vi si proporziona automaticamente.
Nel 1935 « The Musical Times » fece un confronto fra il tempo indicato da Beethoven nella Marcia funebre della sua Sinfonia Eroica e quello realmente praticato da alcuni famosi direttori d'orchestra. Il risultato fu il seguente:
Indicazione di Beethoven: M.M. =80 (12,5 min.)
Tempo di Kussevitski: M.M. = 74 (13,5 min.)
Tempo di Beecham: M.M. =62 (16 min.)
Tempo di Toscanini: M.M. = 52 (19 min.)

Intensità (volume)

La gradazione di intensità dei suoni è indicata dai seguenti termini:
pianissimo (pp o ppp)
piano (p)
mezzo-piano (mp)
mezzo-forte (mf)
forte (f)
fortissimo (ff o fff)

Accentuazione di una sola nota

Viene indicata con sf o fz (sforzando = accento molto vibrato e subito
smorzato), o
con i simboli Ë o > posti sopra o sotto la nota.

Mutamento graduale di volume

L'aumento di forza è indicato dalla parola crescendo o dal segno <.
La riduzione di forza dalle parole
decrescendo, diminuendo o dal segno >.


Espressione

Un compositore può aggiungere altre indicazioni per l'espressione,
l'atmosfera o il carattere di un brano musicale. Ad esempio, la parola
vivace non indica necessariamente vivacità di movimento, bensì vivezza di carattere.
Agitato, Amabile, Con anima, Arioso cantabile, Brillante, Con brio,
Capriccioso, Dolce, Dolente, Con espressione, Con fuoco, Furioso
o tumultuoso, Giocoso o scherzando, Giusto, Grazioso, Maestoso,
Moderato, Piacevole, Rubato (libera disuguaglianza di valori che
si compensano reciprocamente), Secco, Serioso, Sostenuto, Vivace.

Esecuzione e fraseggio

Per indicare il modo di eseguire e di fraseggiare si usano i seguenti segni:
Legatura n
Essa è di tre specie :
di valore: unisce due o più note della medesima altezza formando un unico valore della durata complessiva di esse.
di suono: posta sopra un gruppo di note di altezza diversa lega il suono
dell'una a quello dell'altra senza interruzioni.
di fraseggio: segna la distinzione fra periodi, frasi e parti di frase nel discorso musicale.
Staccato: punto posto sopra o sotto la testa di una nota per indicare una netta separazione fra la nota stessa e quella che segue.
Portamento: n . n . n ……. Combinazione di legato e staccato che indica
di portare il suono da una nota a un'altra con un'impercettibile separazione sul punto.

Abbellimenti
Tradizionali figurazioni ritmiche di suoni ausiliari che ornano una o più note effettive di una melodia. Secondo la loro disposizione assumono forma e carattere diversi. Alcuni esempi di come vengono indicati nella grafia musicale sono :


Segni di ripresa
II: all'inizio e :II alla fine di un brano indica che questo brano va eseguito
due volte di seguito.
Da Capo (D. C.), posto alla fine di un pezzo significa che il pezzo va ripetuto interamente.
D. C. al Fine, posto al termine di un pezzo indica che il pezzo va ripetuto
dal principio, ma solo fino al punto dove è scritta la parola Fine.
Dal § posto alla fine di un pezzo significa che il pezzo va ripreso dal punto
indicato col segno §.


L'intervallo

Si chiama intervallo la differenza in altezza fra due note qualsiasi. La sua
misura è calcolata in base al numero di note che esso comprende
(includendo anche la prima e l'ultima nota).
Esempio, l'intervallo do-sol è una quinta.
Il calcolo degli intervalli si fa come segue :
Consideriamo la nota inferiore di un intervallo come tonica (primo grado)
di una scala maggiore (vedi capitolo seguente sui modi maggiore
e minore e relative scale). Le varie distanze da questa nota di base
alle altre note della scala maggiore ricevono nomi d'intervalli classificati
come segue :
Intervalli giusti.
Fra la tonica e i seguenti gradi della scala:
1° grado: unisono, o di prima
4° grado: quarta
5° grado: quinta
8° grado: ottava
Notare che la « distanza » fra la tonica e se stessa è considerata intervallo
(in teoria).
Esempi: mi bemolle - la bemolle quarta
si - fa diesis quinta
re diesis - re diesis ottava

Intervalli maggiori.

Fra la tonica e i seguenti gradi:
2° grado: seconda maggiore
3° grado: terza maggiore
6° grado: sesta maggiore
7°' grado: settima maggiore
Esempi:
si bemolle - re terza maggiore
re - si sesta maggiore
sol - fa diesis settima maggiore

Intervalli eccedenti.
Tutti gli intervalli perfetti e maggiori allargati di un semitono.

Esempi:
do - fa diesis quarta eccedente
mi bemolle - sol diesis terza eccedente

Intervalli minori.
Tutti gli intervalli maggiori ristretti di un semitono.
Esempi:
do - mi bemolle terza minore
mi bemolle - re bemolle settima minore

Intervalli diminuiti.
Tutti gli intervalli perfetti e minori ristretti di un semitono.
Esempi:
do - sol bemolle quinta diminuita
mi bemolle - mi doppio bemolle ottava diminuita
do - mi doppio bemolle terza diminuita
si bemolle - sol doppio bemolle sesta diminuita

Intervalli composti.
Sono quelli formati da un'ottava più uno degli intervalli sopra citati.
Gli intervalli fra la tonica e i seguenti gradi della scala sono intervalli composti :
9° grado: nona
10° grado: decima
11° grado: undicesima
12° grado: dodicesima
ecc. ecc.
Gli intervalli composti possono anche toccare e oltrepassare le due ottave di estensione. Ad esempio, fra la tonica e i seguenti gradi:
15° grado: due ottave
16° grado: due ottave più una seconda ecc. ecc.
Gli intervalli composti assumono a loro volta la qualifica di « giusto »,
« maggiore », « minore », ecc.
Per esempio, un'ottava più una terza maggiore è un intervallo maggiore;
un'ottava più una settima diminuita è un intervallo diminuito, ecc.
Le none e le decime sono intervalli maggiori o minori a seconda che
all'ottava si aggiungano seconde o terze maggiori o minori; le
undicesime e le dodicesime sono intervalli giusti.

Intervalli melodici.
Quando le due note di un intervallo vengono eseguite l'una dopo l'altra,
si ha un intervallo melodico.
Ne deriva la sensazione di salire o di scendere su una nuova « posizione ».
Il movimento « verticale », ossia di « salita e discesa » di una melodia
non è altro che l'effetto prodotto da una serie d'intervalli melodici.

Intervalli armonici.
Quando le due note di un intervallo vengono eseguite insieme si ha un
intervallo armonico.
Ne deriva una sensazione di riposo o di moto, a seconda se l'intervallo è consonante o dissonante.

Consonanze perfette: quarta, quinta e ottava (immutabili).

Consonanze imperfette; terza e sesta (mutano dal maggiore al minore).

Dissonanze: seconda e settima, e tutti gli intervalli eccedenti e diminuiti.


Ritmo

Mentre il movimento verticale o di « salita e discesa » è dato dagli intervalli melodici, l'andamento « progressivo » di un pezzo musicale viene stabilito
dal ritmo.
Il grado di « avanzamento » dei suoni dipende dal valore delle note e
dal tempo.
Se, ad esempio, si batte col piede il tempo di un valzer, va osservato che
si ripeterà il ritmo uno-due-tre, uno-due-tre, ecc.
con l'accento sul primo tempo di misura.
Questo ritmo segna le misure del pezzo.
In altre parole, l'andamento ritmico di un brano musicale si divide in unità equivalenti chiamate misure (o battute).
Nell'esempio seguente (poche misure del valzer “Rose del sud” di Johann
Strauss il Giovane) ciascuna misura consta di tre quarti ed è separata da quella successiva per mezzo di una stanghetta. Diremo perciò che questo valzer è scritto in tempo 3/4.
La melodia nelle sopralinee è saldamente ancorata ai tre tempi di misura del basso, ma segue pure un suo proprio ritmo formato dai valori delle note che costituiscono la melodia.
Questo ritmo non si ripete con la stessa precisione e regolarità di quello del basso, ma è soggetto a un'infinità di varianti (il numero di melodie di valzer che si possono scrivere in 3/4 è illimitato). Questo è il cosiddetto
ritmo melodico.
In parole povere possiamo dire che : quando « battiamo il tempo » seguiamo il ritmo di base, ma quando cantiamo un motivo seguiamo il ritmo melodico.
I contrasti fra il ritmo melodico e il ritmo di base possono dar luogo a speciali effetti ritmici.



Tempo e ritmo

Il ritmo di base, o tempo, può essere di diverse specie.
Nei seguenti esempi dei tipi più comunemente usati, l'accento forte è
indicato dal segno > ; l'accento mezzo forte da un trattino; l'accento
debole dalla mancanza di segni.
Nelle sue forme di divisione più comuni il tempo si presenta in misure a
due (forte-debole), tre (forte-debole-debole), quattro (forte-debole-mezzo forte-debole) frazioni di tempo o tempi di misura (misura a due tempi, a
tre tempi, ecc.).
Le misure sono: semplici, quando i tempi sono rappresentati da valori a suddivisione binaria (2/2, 2/4, 2/8) o ternaria (3/2, 3/4, 3/8) ecc ;
composte, quando risultano da combinazioni di misure semplici.

Indicazione del tempo

Il tempo in cui un pezzo di musica deve essere eseguito è indicato da una
frazione segnata subito dopo la chiave.
Il tempo a 2/2 e a 4/4 è però solitamente espresso con segni particolari
(vedi sopra).
Nelle misure semplici il numero superiore indica quanti tempi sono in
misura, il numero inferiore il valore di ciascuno di essi.
Nelle misure composte il numero superiore indica quante suddivisioni
sono nell'intera misura, il numero inferiore il valore di ciascuna di esse.
In ciascuna misura la somma dei valori proporzionali di note e pause
deve corrispondere al totale espresso dalla frazione. Verificare l'esattezza
delle misure nella seguente marcia :

Attacco in levare

Il valore della prima nota nell'esempio precedente corrisponde a un ottavo
di misura. Questa nota preliminare dà luogo al cosiddetto attacco in levare. Quando un pezzo comincia in questa forma, la sua ultima misura viene solitamente ridotta dello stesso valore della nota preliminare, così da
formare con essa una misura completa.

Modi: Maggiore e Minore

Si confrontino le due melodie seguenti che appaiono diverse malgrado siano
simili nell’andamento melodico:
Il primo disegno è in modo maggiore, il secondo in modo minore. La melodia
in maggiore da un'impressione di serenità, quella in minore di tristezza.


Tonalità
I due disegni melodici sopra citati cominciano e finiscono entrambi sul do.
Se facciamo terminare uno di essi su un'altra nota — per esempio re —
sentiamo che la frase melodica non si compie e rimane sospesa.
La sensazione di compimento e di riposo si ottiene solamente facendola finire
sul do.
In entrambe le melodie questa è la nota fissa sulla quale si basa la loro
melodia. La nota fondamentale che in un pezzo di musica ha questo
carattere e questa funzione di centro tonale prende il nome di tonica, e
attorno a essa gravita il sistema chiamato tonalità. La tonica dà il suo
nome a una tonalità sia di modo maggiore, sia di modo minore, vale a
dire che i modi di do maggiore e do minore hanno per tonica do; i modi
di re maggiore e re minore hanno per tonica re; e così via.
Il maggiore e il minore hanno però anche altri punti in comune.


Scale

Ogni scala maggiore o minore è un'ordinata successione ascendente di
sette note, o gradi, più il raddoppio della tonica all'ottava come chiusa.
Ciascuno dei sette tasti bianchi e cinque neri compresi nell'ottava può
essere la tonica di una scala di modo maggiore e di modo minore,
col primo, quarto e quinto grado in comune.
La sola scala maggiore formata tutta da note sui tasti bianchi è quella
di do.
Tutte le altre scale maggiori sono costruite sul suo modello, e per seguire
lo stesso ordine di toni e semitoni devono usare una o più alterazioni.

Scala maggiore.
Ha la seguente disposizione: due toni, un semitono, tre toni, un semitono.
I due semitoni sono fra il terzo e quarto grado, e fra il settimo e l'ottavo.


Scala minore
La sola scala minore formata tutta da note sui tasti bianchi è quella di la, perciò è detta somigliante di do maggiore.
Essa trae origine dal modo eolio, uno dei quattro modi aggiunti agli otto già esistenti nel Cinquecento.
Tutte le altre scale minori sono costruite sul suo modello, e per seguire lo stesso ordine di toni e semitoni devono usare una o più alterazioni.
La scala minore ha tre forme:
naturale, armonica e melodica.


Scala minore naturale.
Come già il modo eolio, essa ha la seguente disposizione: un tono, un
semitono, due toni, un semitono, due toni.
I due semitoni sono fra il secondo e terzo grado, e fra il quinto e il sesto;
rispetto alla scala maggiore essa ha quindi terzo, sesto e settimo grado
abbassati di un semitono.
Se eseguiamo questa scala, notiamo che essa manca di quel senso di chiusa
sulla tonica superiore che è proprio della scala maggiore e che è dato dalla distanza di un semitono fra il settimo grado maggiore (
o nota sensibile) e
la tonica. La sensibile finì per essere considerata così essenziale che
il settimo grado minore fu innalzato di un semitono, dando origine alla

Scala minore armonica
La sua disposizione è di: un tono, un semitono, due toni, un semitono,
un tono e mezzo, un semitono. I tre semitoni sono fra il secondo e il terzo
grado, fra il quinto e il sesto, fra il settimo e la tonica (le scale minori del diagramma posto alla pagina seguente sono in forma armonica).
Ma pur avendo questa scala la sensibile, il salto di seconda eccedente
che essa presenta fra il sesto e il settimo grado fu giudicato di difficile
intonazione. Per questo si pensò di innalzare anche il sesto grado,
creando così la

Scala minore melodica
La sua disposizione in senso ascendente è di: un tono, un semitono, quattro
toni, un semitono, coi due semitoni fra il secondo e il terzo grado, e fra
il settimo e l'ottavo.
Al ritorno, non occorrendo più la sensibile, la scala riprende la forma minore naturale.
La scala armonica serve per costruire gli accordi, quella melodica per
creare le melodie.


Indicazione di tonalità

La tonalità di un pezzo si riconosce dalla presenza o meno di alterazioni
in chiave e dal loro numero. Queste alterazioni costanti hanno effetto per
tutta la durata del pezzo.
Le alterazioni momentanee estranee alla tonalità in chiave vengono invece
indicate volta per volta nel corso del brano.
Se si prende il do maggiore come punto di partenza, indicazioni di tutte
le altre tonalità sono facilmente reperibili per mezzo del circolo di quinte
e quarte ( vedi diagramma).

CIRCOLO DI QUINTE
Nel circolo di quinte le scale sono a distanza di quinta l'una dall'altra e
ogni nuova scala porta in chiave un diesis in più; questo diesis aggiunto corrisponde al 7° grado della scala maggiore (es. sol diesis in la maggiore)
e al 2° grado della scala minore (es. do diesis in si minore).

CIRCOLO DI QUARTE
Nei circolo di quarte le scale sono a distanza di quarta l'una dall'altra
e ogni nuova scala porta in chiave un bemolle in più; questo bemolle
aggiunto corrisponde sempre ai 4° grado della scala maggiore
(es. la bemolle in mi bemolle maggiore) e al 6° grado della scala minore
(es. si bemolle in re minore).


Tonalità relative
Le due tonalità maggiori e minori formate dalle stesse note (quelle che
hanno la stessa indicazione in chiave), ma con tonica diversa, come do
maggiore e la minore, si dicono tonalità relative.
La tonica di un relativo minore si trova scendendo di un tono e mezzo
(più precisamente una terza minore) dalla tonica del relativo maggiore, e viceversa.
Nel diagramma di questa pagina le tonalità relative sono presentate
accoppiate.

Accordi e Armonia

L'accordo è una combinazione di almeno tre suoni simultanei, di diversa
altezza e di diverso nome.
Attraverso secoli di storia della musica sono stati studiati sistemi speciali
per la formazione degli accordi e per determinare i loro rapporti reciproci.
Questo è ciò che si chiama studio dell'armonia.
Gli accordi si distinguono in consonanti (danno una sensazione di riposo)
e dissonanti (danno una sensazione di moto e richiedono una risoluzione,
cioè la soluzione in un accordo consonante).
Gran parte della musica che ascoltiamo o eseguiamo è costruita su un
sistema armonico basato sulla triade.
Allo stato fondamentale la triade è formata da due terze sovrapposte in modo
che l'estensione dell'accordo vada dalla tonica alla dominante (quinto grado).
Esempio, in do maggiore: do-mi-sol.
Si possono formare triadi su tutte le note della scala, e per mezzo dei
«
rivolti» (disposizioni diverse della nota più grave) si ottengono varianti
dello stesso accordo.
Per esempio, la triade do-mi-sol ha due rivolti: mi-sol-do e sol-do-mi.
Si possono anche sovrapporre altre terze alla triade, così da produrre
armonie a quattro o a cinque voci e più, le quali possono a loro volta
essere «rivoltate» e variate.
Una triade composta del primo, terzo e quinto grado di una scala maggiore
o minore, si chiama accordo perfetto maggiore o minore.
Sullo stesso rigo si possono scrivere le parti di parecchie voci, ma se esse sono numerose, è più conveniente usare due o tre pentagrammi.
Per il pianoforte, ad esempio, c'è una tale distanza fra le parti per le due
mani che per ciascuna di esse viene impiegato un pentagramma, con la
chiave di sol (o di violino) per la destra e quella di fa (o di basso) per la sinistra.
L'organo richiede tre pentagrammi, due per la tastiera e uno per la pedaliera.
Nel quartetto d'archi (così come in una composizione vocale a quattro
voci) ciascuna parte o voce adopera il proprio rigo con la propria chiave:
1. primo violino (soprano), 2. secondo violino (contralto), 3. viola (tenore), 4. violoncello (basso).
La stesura in tutti gli appositi righi richiesti da tutte le parti di cui si compone
un pezzo è la cosiddetta partitura.

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